Dal “Mitlaufer” della Bundes Republik, al memoriale di Buchenwald. 1946-1949

Paesaggi, luoghi e figure nella rappresentazione dell’Olocausto del Cinema DDR (1949-1990)

Dal 1949 al 1990, nella Repubblica Democratica Tedesca, sono stati realizzati migliaia di documentari e film sull’Olocausto. Solo in tempi molto recenti molti di questi film e documentari sono stati “scoperti” negli archivi e studiati dai ricercatori e dagli storici. Finora, solo pochi titoli come “Stars” (Sterne) di Konrad Wolf nel 1959, “Naked between wolves” (Nackt unter wolfen) di Frank Beyer nel 1964, “Jakob the liar” (Jakob der lugner) di Frank Beyer nel 1974, furono molte volte completamente analizzate e presentate in studi sui film sull’olocausto. Ma molti e molti altri titoli, sono ancora oggi, fatta eccezione per alcuni studi pubblicati in Germania, del tutto sconosciuti. Ma titoli come il cortometraggio di Helmut Spiess “das Stacheltier-ein lebenslauf” (1957) o “Mein blauer vogel fliegt” (1972) di Celino Bleiweiss o “Leute mit flugeln” (1960) di Konrad Wolf sono molto particolari in ogni caso di studio su la presa di forma dei paesaggi e delle figure della rappresentazione dell’olocausto nel cinema della DDR, perché titoli come questo aprono un focus su temi come il cosiddetto “Mitlaufer” (posizionato da un noto stile propagandistico “solo” nella Repubblica Federale Tedesca) oppure mostrarci l’inizio della costruzione della memoria “politicizzata” dei campi di concentramento nella DDR con luoghi come il memoriale di Buchenwald costruito vicino al campo di concentramento.

  1. 1946-1949: lo spazio dell’Olocausto è “fuori” dalla DDR.

In questo primo periodo abbiamo una produzione di film in cui abbiamo una rappresentazione “esterna” dello spazio dei luoghi del genocidio e anche delle figure degli autori. Tutti i luoghi del delitto e tutti i nazisti sono rappresentati come qualcosa che sta al di fuori dei territori “puri” della Germania orientale, ed anche la figura del cosiddetto “mitlaufer” (definizione tedesca per dire chi segue la corrente durante la dittatura nazista) si trova sempre nella Germania occidentale. Alcuni esempi sono nei film: “ der Rat der gotter” (Consiglio degli dei) di Kurt Maetzig del 1950, sulla storia del compound industriale IG Farben, che segue come gli industriali coinvolti in crimini (nel film di Maetzig in particolare con Auschwitz e la produzione e distribuzione dello Zyklon B) proseguono più volte la loro opera anche dopo il genocidio nelle località dell’Europa occidentale, o nel cortometraggio distribuito nelle sale cinematografiche “ein Lebenslauf” (un Curriculum vitae) della serie “das Stacheltier” (il ragno), diretto da Helmut Spiess, in cui abbiamo la storia di un uomo direttamente coinvolto nel regime nazista e nei crimini nazisti a causa del suo opportunismo (partecipò anche alla notte del cristallo nel 1938) che nella Germania Ovest di fine anni ’40 ha ripreso una posizione in una società di alta industria sotto la direzione del suo vecchio sturmenführer che era il suo capo nelle SS! In tutta questa rappresentazione, la geografia dell’olocausto è esterna alla DDR, e nello spazio della DDR si colloca una sola categoria: la vittima. È il caso del film “die Buntkarierten” (il castoro) di Kurt Maetzig girato nel 1949, in cui abbiamo la cronaca di una famiglia operaia dal 1919 al 1945, che durante il regime nazista fu vittima delle persecuzioni e della deportazione nei campi di concentramento, e che nel dopoguerra trovarono collocazione nella DDR, quando l’unico sopravvissuto riacquistò fiducia nel futuro grazie al nipote chiamato a studiare in un’università della Germania orientale.

Alessandro Matta

I MULINI DELLA MORTE

Nel 1945, alcune unità cinematografiche dell’esercito inglese entrarono in undici campi di sterminio nazisti, al seguito dell’esercito alleato; i cameramen si trovarono così a filmare in presa diretta l’orrore dei lager. Alfred Hitchcock, che aveva lavorato come inviato di guerra per il Regno Unito, accettò l’invito dell’amico produttore Sidney Bernstein di realizzare un film dai materiali girati intitolato “German Concentration Camps Factual Survey”. Ma, dopo una settimana di corpo a corpo con le sconvolgenti immagini, lasciò i Pinewood Studios, abbandonando la lavorazione. Anche se era il re del thriller, ciò che vide fece arretrare inorridito anche lui. Così, la pellicola, in gran parte già montata e con la sceneggiatura originale approvata (fra gli autori figurava lo stesso Hitchcock), venne ben presto archiviata. Inoltre i governi di Londra e Washington avevano cambiato idea, ritenendo che riproporre immediatamente ai tedeschi le loro colpe per la Shoa non avrebbe aiutato l’opera di ricostruzione e i buoni rapporti con il governo di Bonn. Così il filmato finì in un cassetto all’Imperial War Museum di Londra e lì venne dimenticato da tutti… anche se, una versione ridotta dal titolo “Death Mills – I mulini della morte” venne comunque rilasciata per un breve periodo. Ed è quella che vedrete in questo dvd.

“I MULINI DELLA MORTE” (Die Todesmühlen) venne assemblato da Hans Burger, con la collaborazione del grande
Billy Wilder, partendo dal materiale selezionato da Hitchcock. Il film principalmente è costituito da materiale proveniente dai vari campi di concentramento tedeschi all’indomani della liberazione, tra cui Dachau, Auschwitz, Majdanek, Bergen-Belsen e Buchenwald.

La pellicola mostra i sopravvissuti e narra le condizioni di vita nei campi. In altri spezzoni invece ci sono le prove degli omicidi di massa dove vengono fatte vedere fosse di sepoltura comune e cumuli di cadaveri.
(Il film viene qui presentato in versione integrale e comprende, separatamente, la parte mancante che venne realizzata da
Hitchcock e poi accantonata).

Riccardo Cusin

Studioso della storia del cinema

CONTAMINAZIONI n 15 – Il viaggio di Antonius Block… e il primo amore maledetto di Marco Tullio Giordana.

La peste sta mietendo vittime lungo la costa… Antonius Block, un Cavaliere di ritorno dalle crociate, incontra la Morte e la sfida a scacchi per guadagnare un po’ di tempo: il suo scopo è capire, avere delle risposte.

Aldo Moro è stato ucciso da poche settimane quando Riccardo rientra in Italia dopo una permanenza di cinque anni in Sud America. Qualche tentativo d’integrazione, di comprensione di un mondo che trova molto cambiato: decide di andare incontro alla morte, unica prospettiva per dare un senso alla sua vita.

In questo forzato isolamento per la moderna pestilenza che ha sconvolto il mondo intero nei primi mesi del 2020, in una giornata particolarmente intensa, il caso o la necessità mi hanno fatto incontrare a breve giro questi due film.

“Il settimo sigillo” (1957) di Ingmar Bergman (che avrò visto almeno quattro o cinque volte nella mia vita) mi sembra di rivederlo ora per la prima volta, come leggere “La montagna incantata” a diciotto anni e poi rileggerla dopo i cinquanta.

“Maledetti vi amerò” (1980) il film d’esordio di Marco Tullio Giordana, mi arriva con una mail affettuosa proprio da lui, dopo uno scambio di idee, di confronti sulle cose che ci sembra contino, nel riconoscimento di una fratellanza. Ma il caro MT non è un molto tecnologico e mi manda via Wetransfer un file che contiene solo una prima parte del film (28 minuti).

Mi ci vogliono due giorni per riuscire ad aprirlo (nemmeno io sono un computer wiz). La storia, il linguaggio, il clima del film mi prendono subito e mi fanno pensare a molte cose… ma dopo 28 minuti s’interrompe. Mi chiedo: È il caso di chiamarlo per chiedere un altro file con tutto il film? Magari c’è un altro modo… e infatti lo trovo su YouTube, per intero. Per puro caso, noto che anche “Il settimo sigillo” è disponibile e free.

Come tutti quelli della mia generazione e non solo, ricordo il giovane Max Von Sydow, magro e allampanato, con il suo coraggio e la sua ansia di sapere. All’inizio degli anni 90’, a casa di Ingrid Thulin a Sacrofano, ebbi occasione di incontrarlo. Ingrid era stata per un po’ la mia insegnante di recitazione, nel mio tentativo di intraprendere un’improbabile carriera di attore all’inizio degli anni 80’.

Ingrid Thulin e l’autore dell’articolo

 

Eravamo diventati amici e almeno una volta al mese la andavo a trovare, portandole sempre qualche bottiglia di vino friulano che apprezzava molto. Negli anni 60’ aveva iniziato a lavorare in Italia con Bolognini e Visconti, poi negli anni 70’ con Montaldo e Tinto Brass. Decise di traferirsi in Italia e ci rimase fino a poco prima della sua morte (17 gennaio 2004). Girò il suo ultimo film nel 1991 con Marco Ferreri (“La casa del sorriso”) mentre l’ultimo con Bergman è del 1984 (“Dopo la prova”). Nella mia memoria rimarrà sempre impressa per “Il posto delle fragole”, un ricordo codificato della passione di studente del Centro Sperimentale di Cinematografia per uno dei grandi capolavori della storia del cinema.

Ingrid Thulin nel film “Il posto delle fragole”

 

Abitava in una villa in campagna, sobria e lineare, un unico grande blocco rettangolare con una piscina che dava sulla valle quasi incontaminata a sud di Sacrofano. Me lo aveva detto al telefono che era arrivato “Max”, ospite per qualche giorno e c’ero andato apposta, subito… ma rimasi deluso: non si dimostrò particolarmente interessato a me (mi domando che cosa mi aspettassi). Fu un incontro breve e non mi proposero neanche di rimanere a cena. Credo di essermi sentito fuori luogo per aver inseguito quell’occasione, forse un po’ stupido… ma non potevo pretendere che l’incontro con un’icona (Antonius Block) fosse alla stregua di un incontro con un qualsiasi volto noto del mondo dello spettacolo, al quale oramai ero abituato pur provenendo dalla provincia del Nord. La partita a scacchi con la Morte è qualcosa che colpisce nel profondo, un pensiero inconscio che tocca tutti, prima o poi.

Ed ecco che cercando “Maledetti vi amerò!” mi imbatto di nuovo nel capolavoro più emblematico di Bergman, nel ricordo di Ingrid con i nostri pranzetti “Al Grottino” di Sacrofano e di quell’incontro un po’ neutro e deludente con “Antonius Block”.

Una bella giornata di sole a Roma. In condizioni normali me ne andrei a fare una passeggiata al mare, ma mi accontento di andare fino al supermercato dove devo aspettare quasi mezzora in coda… Trovo in offerta un branzino da un chilo, una degna consolazione per la serata. Tornando a casa, il percorso che ben conosco di solito intasato dal traffico urbano, appare ora come lo scenario di un B movie post atomico, che mi prepara a riprendere la visione del film di Marco Tullio dal 28° minuto.

YouTube. Flavio Bucci/Riccardo (grandissimo!) finisce a casa di un tossico napoletano che ha soccorso dopo un pestaggio e in un cassetto vede la pistola che tornerà utile per il finale del film.

Al di là della storia, che mi sembra un bel pretesto per smuovere le acque, il ritorno del protagonista dal Venezuela (con l’assurda illusione di poter piazzare dei “felpatini con il paraorecchie” peruviani sul mercato italiano, unica speranza di combinare qualcosa, come lui stesso confessa) serve a fare il punto partendo da un nuovo inizio:

“… fatto in contemporanea a quel che succedeva in Italia in quel momento, disponendo delle poche cose che la (dis)informazione metteva in campo, molto di parte, molto blindate.”E questo non può essere messo in discussione perché sono parole dell’autore.

 

Dopo la visione del film gli ho scritto una mail.

 Il tuo film mi ha fatto subito pensare a due cose.

La prima.

“Dobbiamo tenere aperte le contraddizioni”, il mantra di Franco Basaglia, che poi viene anche citato nel film: “Bisaglia (di destra) Basaglia (di sinistra)… Che cosa vuol dire una vocale…!”

 Tutta la tirata di Riccardo su “destra e sinistra” (l’erotismo è di sinistra, la pornografia di destra… la vasca è di destra, la doccia di sinistra…) sembrerebbe un’anticipazione della celeberrima canzone di Gaber pubblicata nel 1994.

 La seconda.

Forse per un’inconscia necessità di classificazione ho pensato subito: Ecco un degno figlio de “Il conformista”..! Il montaggio e la libertà del racconto, la recitazione quasi stilizzata di Flavio Bucci che mi ha ricordato Trintignant/Marcello Clerici. Anche l’uso della musica è abbastanza sorprendente, dalle canzonette anni 30′, a Bach, al meraviglioso carillon quando il protagonista si veste prima di uscire per andare incontro alla morte annunciata.

Non mi sento così a mio agio nel propormi qui, anche se solo per un momento, per quello che non sono e non voglio essere, un “critico cinematografico” che cerca di posizionare il film nella storia del cinema e nel contesto che lo ha generato, e forse non dovrei svelare i frammenti di una conversazione privata tra due amici… ma le “contaminazioni” per loro natura vanno a contaminare dove capita e non riesco mai a porre dei limiti.

C’è un momento in cui il regista compare fisicamente nel film (aveva trent’anni!) mentre cerca di far partire una moto.

Un momento che potrebbe sembrare inutile ma che invece mi ha colpito. L’ho trovato straordinariamente evocativo, come un segno, un piccolo segreto seminato per chi lo volesse cogliere, con la macchina da presa che passa oltre dopo essersi fermata qualche secondo a registrare un fatto apparentemente marginale.

Un altro tocco leggero e magistrale è il sintetico dialogo di Riccardo con la bambina, la figlia senza padre di una ex fidanzata che gli ha confessato di non sapere con chi l’ha fatta, in linea con la conquista di una nuova libertà sessuale da parte della donna. I tempi coincidono (l’età della bambina, la sua fuga in Sud America) e il dubbio che possa essere sua figlia emerge dalla semina precisa di qualche inquadratura discreta e dallo sguardo del protagonista che indugia sulla piccola intenta a fare le sue cose.

 “E’ vero che hai dormito con la mamma?”- chiede la bambina.

“E’ vero. Prima di partire ho dormito con tua madre. Forse potrei essere io tuo padre.”

“Non importa.”

Poco dopo Riccardo va al cinema a vedere Louise Brooks insieme al Commissario amico/nemico (Biagio Pelligra, un caratterista di serie A) che dalla sua scrivania di servitore dello stato “pensante”, gli aveva fornito una possibile chiave di lettura: “Noi forse non dobbiamo prendere i veri responsabili, ma solo dare un senso ai telegiornali, alla stampa…”

Il tentativo di reinserimento nella società civile del protagonista dura ben poco e la sua morte è una soluzione logica, l’unica possibile per le coordinate in gioco.

Il film è un documento importante per una lettura a posteriori, ma con gli occhi di allora, di quel giro di boa irripetibile dove allo smarrimento e alle contraddizioni corrispondeva un’anima rivoluzionaria ancora attiva e una grande creatività: non “prima della rivoluzione”, ma certamente un po’ prima dell’omologazione di massa…

“…una sorta d’istinto anarchico-liberale, insofferente alle mistificazioni e alle dittature (oggi ormai trasformate in monarchie assolute) con la finzione del web che libera tutti e invece li schiavizza come una tossicodipendenza!”

E’ di nuovo l’autore che parla.

Qualche ora dopo il branzino al sale è ormai un cumulo di lische… eccomi di nuovo su YouTube alle prese con le prime immagini de “Il settimo sigillo”. Qualcosa mi ricordo, ma molti dettagli li avevo dimenticati.

Un po’ mi disturba la voce dello scudiero, affidata al grande doppiatore Pino Lochi: ogni volta che parla è difficile non pensare a James Bond. Tutto il resto rientra nella sonorizzazione standard di quel tempo, ma l’adattamento e le voci funzionano. Nemmeno ci provo a cercare la versione originale in svedese.

Non mi ricordavo l’ironia che accompagna le vicende dei guitti, il gruppo itinerante di teatranti che seguono Antonius Block e il fido scudiero nel loro viaggio attraverso la foresta per raggiungere il castello, lasciato quando il Cavaliere aveva deciso di partire per quell’inutile crociata.

 

Uno degli attori seduce la moglie di un fabbro, donna di facili costumi e dalle mille risorse, che di fronte al marito tradito e abbandonato, nonostante la sua evidente e indifendibile natura fedifraga, riesce ad abbindolarlo ancora una volta… mentre l’attore inscena un finto suicidio con un pugnale dalla lama retrattile, ma poco dopo non sfuggirà alla Morte che ormai è diventata l’ombra del Cavaliere.

Alla coppia di giovani attori innamorati, genitori di un pargolo, sarà affidato il finale del film. Il giovane padre, che possiede la dote del visionario, è l’unico a vedere il Cavaliere e la Morte impegnati nella partita a scacchi, e capisce. Come diversivo per distrarre la Morte, il Cavaliere fa cadere alcuni pezzi della scacchiera permettendo così alla famigliola di fuggire per sottrarsi a quel destino che per lui e gli altri compagni di viaggio è ormai segnato.

Al castello, dove la moglie del Cavaliere ha atteso per anni il ritorno del marito, il gruppo viene accolto al riparo… ma arriva anche la Morte, che ora tutti vedono e alla quale, ignari, danno il benvenuto. Ormai sono condannati.

La famigliola dei guitti si salva dalla tempesta e, raggiunto finalmente il mare, riprende il cammino sotto un sole rassicurante. In un’ultima visione, la Morte trascina i morituri in fila, sul ciglio della collina, in una danza macabra e solenne.

Fine.

Gli anni di piombo, la strategia della tensione, l’antica e la nuova peste, la recente morte di un vecchio e caro amico a Montreal (Bill Kemp, un antropologo che parlava la lingua degli eschimesi) che non sono riuscito a salutare…

I dubbi per la (dis)informazione che subiamo ogni giorno, a maggior ragione in questa condizione di emergenza. Penso al “romanzo delle stragi” di Pasolini, alle bugie sui tanti misteri, in particolare sulla trattativa Stato-Mafia che mi ha un po’ sconvolto per la sua gravità, un’ennesima pagina nera nel volume degli scandali italiani. E’ un patto che tuttora regge, che mise fine alla stagione delle stragi e degli attentati una ventina di anni fa, fino alla secretazione e poi distruzione di un’intercettazione imbarazzante del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano al telefono con l’ex ministro Nicola Mancino.

La disgustosa “blindatura” di cui parlava Marco Tullio…

Il generale Mori
Il ministro Mancino e il presidente Napolitano

 

Che fare?

Non molto. Già facendo poco la fatica è immane e i risultati modesti, ma non vedo altre strade perché un impegno più attivo potrebbe arrivare solo sulla via di Damasco, come un’illuminazione, e bisognerebbe essere pronti a sacrificare tutto per un bene comune troppo vago e lontano. Non rimangono che azioni di disturbo, come sparare con una carabina contro un carro armato. Un piccolo segno comunque rimarrà e maggiore sarà la precisione del tiro tanto più quel segno perdurerà nel tempo, come per “Maledetti vi amerò”, che oggi mi regala ancora qualcosa, un’emozione forse illusoria ma che contribuisce alla speranza, a “tenere aperte le contraddizioni”, che mi spiega e mi ricorda, nella sintesi di un artista, quello che la (dis)informazione ogni giorno manipola e nasconde.

Oggi abbiamo mille canali, informazioni in tempo reale da ogni angolo del pianeta la cui attendibilità spesso non è verificabile. Abbiamo un cellulare che ci accompagna ovunque e ci sottrae ore di attenzione con il continuo scambio d’informazioni per lo più inutili, distraenti e fuorvianti… ma come sottrarsi a un trend che trascina come una valanga?

Franco Basaglia porta i “matti” a volare

 

La chiusura dei manicomi

 

Non a caso Basaglia parlava di “utopia della realtà”, nel descrivere l’impegno quotidiano per riuscire a dimostrare che l’impossibile può diventare possibile, nel suo caso con una riforma rivoluzionaria che portò l’Italia all’avanguardia nel mondo. Anche se poi si perderà terreno e il nuovo stato delle cose faticosamente raggiunto non dovesse durare, anche se ci sarà una recrudescenza della visione ottusa, conservatrice ed egoista che cerchiamo di combattere… beh, questo fa parte del gioco, della dinamica a cui siamo abituati, ma intanto avremo dimostrato quello che ci stava a cuore: la “possibilità” di migliorare, di conquistare nuove consapevolezza, di innestare un processo virtuoso in uno dei tanti settori. A ciascuno il suo.

Questa sicurezza, questa determinazione che è nella natura di una parte dell’umanità, equivale al finale positivo del film di Bergman: procedere a testa alta camminando fiduciosi in una bella giornata di sole.

 

Ferdinando Vicentini Orgnani

 

 

CONTAMINAZIONI n° 14 – Serotonina: la provocazione poetica di Michel Houellebecq… Un film “dimenticato” e un film da non dimenticare

Circa sei mesi fa, nel tardo pomeriggio, uscivo da un cinema in una grande città americana… Un autobus bianco di medie dimensioni, con una ventina di persone a bordo, procedeva a velocità sostenuta sul lato opposto della strada e proprio quel movimento tra tanti, chissà perché, per qualche secondo aveva attirato la mia attenzione. 

La panoramica del mio sguardo, da destra a sinistra, ha superato l’autobus fino a soffermarsi su una ragazza in scooter che usciva da una via laterale. Tutto dev’essere durato al massimo tre secondi, incluso il violento impatto. Per una strana combinazione cinetica, invece di essere sbalzata con la moto sul lato della strada, la conducente è finita davanti al veicolo che nonostante la frenata, per inerzia ha continuato ad avanzare per alcuni metri. Ricordo lo schianto parzialmente coperto dal rumore del traffico e il sinistro sobbalzo della massa dell’autobus che passava con le sue venti tonnellate sul corpo inerte della ragazza. 

Consapevole della gravità di quanto avevo appena visto, mi sono allontanato per il disgusto di assistere al morboso accorrere dei curiosi. 

In pochi minuti da ogni direzione sono arrivate almeno cinque auto della polizia a sirene spiegate e subito dopo un’ambulanza. Dalla coda di auto che aveva cominciato a formarsi anche nella direzione in cui mi stavo allontanando, si poteva intuire che l’intera zona era bloccata. 

Più tardi ho cercato su Internet la notizia dell’incidente. Mi ero sentito in dovere di scoprire se la ragazza fosse sopravvissuta… non per curiosità, era come se non mi potessi esimere dal sapere, dall’andare fino in fondo, per l’intersecarsi delle nostre vite a soli venti metri di distanza, nella stessa città, in quella stessa strada, dove infinte casualità ci avevano portato a passare proprio quel giorno, proprio a quell’ora. Speravo in un “lieto fine” ma la ragazza era morta sul colpo. Solo poche ore dopo sulle newsgià era stata pubblicata una fotografia con il nome di una giovane donna di trent’anni, African American. Se fossi rimasto in sala a vedere tutta la sfilza dei titoli di coda non avrei visto l’impatto e la conseguente morte in diretta che ricorderò per il resto della vita… Se lei avesse tardato solo di pochi secondi, per un rallentamento nel suo percorso, per una telefonata ricevuta o per un’incertezza nell’accensione dello scooter, sarebbe ancora viva.

Ogni tanto l’immagine di quell’autobus che travolge il peso effimero e la vita di quella ragazza, mi torna alla mente. 

Con il tempo mi sono accorto di aver completamente dimenticato il resto della giornata, quello che avevo fatto la mattina, dove ero stato a pranzo, chi avevo incontrato… e anche il film. 

Ho provato a concentrarmi per recuperare almeno qualche frammento: niente, un vuoto assoluto, come se lo shockdi quella morte violenta avesse spazzato via tutto. Sentivo un forte disagio, quasi fisico, un senso di dolore per quella morte inutile, per lo speco di una vita dovuta a una disattenzione di pochi centimetri, forse a un freno non revisionato, oppure a qualche dettaglio all’apparenza insignificante che nella combinazione di cause ed effetti è risultato fatale.

Ma ecco che invece, pochi giorni fa, quando per un’associazione del pensiero mi è tornata alla mente la ragazza travolta dall’autobus bianco, mi sono accorto che quella spiacevole sensazione di disagio, di morte, s’erano come dissolti e quello che sentivo era qualcosa di paragonabile a una loro eco lontana. La memoria dell’evento era intatta ma il suo effetto non era più così disturbante.

Mi sono chiesto come mai… Forse per il passare del tempo che lenisce ogni cosa? Come per una delusione d’amore che di primo acchito può far provare un dolore fisico, chiudere lo stomaco, impedire il sonno… ma poi un po’ alla volta i brutti pensieri se ne vanno e torna la normalità.

La risposta è in una sola parola: SEROTONINA.

Nella mia piccola riflessione/indagine mi ero chiesto che cosa fosse cambiato negli ultimi tempi da poter modificare la mia percezione di quell’evento traumatico e l’unica variazione era l’aver iniziato una cura a base di un particolare integratore alimentare su consiglio del Dottor Camillo De Felice, un caro amico farmacista, poeta, straordinario performer, originario di un paese alle falde del Vesuvio… In effetti Pamela, la sua fidanzata, aveva accennato a un possibile “effetto collaterale”, un senso di pace, un lieve distacco dalle cose del mondo, la sensazione che i problemi della vita siano comunque superabili, privi d’importanza e di peso. 

“Pamela, fidanzata di Camillo” (dopo la cura)

Camillo mi ha spiegato che questo integratore alimentare contiene un mix di lipidi estratti dall’Olea Europea e dal Theobroma cacao, che aiutano a regolare la fluidità della membrana dei neuroni. Se la membrana neuronale risulta troppo rigida o troppo fluida, non riesce ad esprimere i recettori su cui va a legarsi la Serotonina, neurotrasmettitore che a livello del sistema nervoso centrale stabilizza l’umore (è comunemente detto “l’ormone del buon umore”). Metaforicamente, la serotonina rappresenta la chiave, il recettore la serratura: più serrature ci sono, più chiavi possono essere inserite e di conseguenza maggiore sarà l’effetto sull’umore. Quindi, una giusta fluidità della membrana, porterà a un maggior numero di recettori che legheranno un maggior numero di molecole di Serotonina.

Pianta di Olea Europea (Ulivo)
Pianta di Theobroma cacao

Questo integratore si chiama “Serobrain”, agisce in modo naturale, non apporta sostanze attive ma ne regola l’utilizzo. 

Il Serobrain contiene la Curcumina che ha azione anti-infiammatoria (i radicali liberi producono infiammazione)… l’Astaxantina e l’alfa-Tocoferolo che sono carotenoidi con azione antiossidante e anti-radicalica, fondamentali per sostenere l’asse intestino-cervello… la L-teanina, che aiuta a ridurre lo stress psico-fisico e facilita le funzioni cognitive. Infine le vitamine E, C, e B6, supportano l’efficienza e le funzioni dei neuroni. Il Serobrain quindi funziona come una specie di antidepressivo naturale che oltre alla sua funzione primaria di mitigare l’infiammazione latente nell’intestino e nel sistema nervoso centrale, contribuisce al buonumore.

La serotonina fu isolata per la prima volta nel 1935 da Vittorio Erspamer, un farmacologo italiano che inizialmente la classificò come un polifenolo. Due anni dopo venne chiamata “enterammina” e solo nel 1948 assunse il nome definitivo di “serotonina”.

Il nostro cervello è un organo estremamente complesso ed è facile capire dai nostri cambiamenti di umore quanto siano inspiegabili molti dei suoi meccanismi. Delle volte ci sentiamo benissimo, in equilibrio con noi stessi, con la sensazione di essere invincibili e pieni di energia… ma altre volte, in condizioni pressoché identiche, ci possiamo sentire molto giù, stanchi di impegnarci, soffocati dalla costrizione di dover agire per continuare a risolvere problemi e fastidi che inevitabilmente si presentano sulla nostra strada.

La serotonina è alla base di diversi psicofarmaci in commercio ma la sua assunzione diretta e “artificiale” (con un dosaggio sufficiente a ottenere l’effetto desiderato) provoca degli effetti collaterali, come ad esempio la perdita di libido, del desiderio sessuale, poiché a differenza di quella naturale, inibisce la sintesi del testosterone. 

Il perché di questa differenza è ignoto.

Tutto ciò è descritto molto bene in “Serotonina” (pubblicato da “La nave di Teseo”) l’ultimo romanzo di Michel Houellebecq, scrittore abituato alle provocazioni di cui in passato avevo letto il folgorate romanzo d’esordio “Particelle elementari” (1999) e poi “Piattaforma” (2001). Mi sono perso “Sottomissione” (2015), un romanzo fantapolitico che ipotizza la vittoria del partito mussulmano alle elezioni presidenziali del 2022 in Francia… ma conto di leggerlo entro la fine dell’estate. 

Comunque… ecco che diciotto anni dopo ho ritrovato Houellebecq in piena forma, alle prese con una trama molto originale, dove il disegno e così imprevedibile, l’artificio è così ben nascosto da sembrare “vita reale”, salvo qualche eccesso che per questo scrittore è inevitabile poiché parte integrante del suo stile. La fidanzata del protagonista per esempio, giapponese e ninfomane (ben oltre “Tokyo decadence”), che non si accontenta delle orge nei club degli scambisti ma dimostra la sua estrema perversione intrattenendosi sessualmente con dei cani, non è specificato se consenzienti. 

Il protagonista della storia è un funzionario del Ministero dell’Agricoltura che ormai possiede un’esperienza e una lucidità tale da saper spiegare senza peli sulla lingua come le politiche europee abbiano dovuto fare delle scelte, discriminando alcune categorie a favore di altre o del “bene comune”, secondo equilibri planetari che inevitabilmente producono delle vittime sacrificali. In questo caso le vittime sono gli allevatori francesi che con le “quote latte”, com’è successo in Italia, sono finiti sul lastrico.

La messa in scena della “rivolta armata” di questa categoria che finisce con una strage è un’estremizzazione di Houellebecq, ma non lontana dalla realtà… lo abbiamo visto di recente anche in Sardegna, dove gli allevatori per protesta hanno rovesciato decine di ettolitri di latte sulle strade piuttosto che accettare un prezzo irrisorio che li porterebbe alla rovina.

La “caduta” del protagonista di questo romanzo a suo modo filosofico, si evolve nel giro di poco più di un anno, da quando si licenzia e inizia a vivere girovagando alla ricerca di un luogo dove poter vegetare, ma sistematicamente gli eventi lo costringono a doversi muovere, e ogni volta la situazione peggiora, il suo isolamento si fa più accerchiante e irreversibile. Il medico che lo assiste nel suo calvario post moderno accerta con sorpresa un altissimo tasso di “cortisolo” nel suo sangue, tale da rischiare di farlo “morire di tristezza” dopo averlo portato all’obesità e alle conseguenze fisiche di una degenerazione senza ritorno. Cerca di convincerlo a ridurre e poi interrompere l’assunzione di serotonina, ma il nostro anti eroe non lo ascolta.

Non riuscendo a ricordare il film spazzato via dallo shock dell’incidente, il mio pensiero va a un film che non potrò mai dimenticare, non perché sia un capolavoro, ma è un film francese molto speciale, tratto da un bellissimo romanzo breve di Antonio Tabucchi, “Notturno indiano”. 

E’ del 1987, diretto da Alain Corneau, un regista interessante, che in questo caso ha scelto la via della fedeltà quasi assoluta al romanzo. Ci sono solo alcune trovate di sceneggiatura che si allontanano del testo originario, ma nella sostanza la storia segue passo passo la trama del libro, utilizzando anche le stesse didascalie che descrivono i luoghi.

Il viaggio del protagonista (interpretato da un delicato e sensibile Jean-Hugues Anglade) alla ricerca del suo amico portoghese Xavier “perso in India”, segue un percorso pianificato che progressivamente si va a modificare adattandosi alle casualità degli incontri, alle tracce, alle notizie frammentarie che riesce a scoprire strada facendo. A Bombay, una prostituta con la quale il suo amico aveva una relazione, gli rivela che negli ultimi tempi era molto cambiato, aveva un serio problema di salute… e poi che era in contatto con una misteriosa “società teosofica” di Madras. Anche lei non ha notizie di Xavier da più di un anno. 

Rossignol, questo e il nome del protagonista della storia, si reca nel più grande ospedale della città, dove non riesce a trovare il suo amico, ma si intrattiene a lungo a parlare con un cardiologo che mentre cerca di aiutarlo nella ricerca tra i padiglioni del gigantesco e labirintico ospedale, gli spiega i paradossi del suo paese… lui stesso può essere considerato una paradosso, avendo studiato cardiologia a Londra, quando in India si muore di tutto ma non di cuore. 

A Madras l’incontro con una specie di guru, o gran maestro che sia della società teosofica, è uno scontro in punta di fioretto tra due culture. Alla fine, forse grazie alla condivisione di un aneddoto sulle ultime parole del grande poeta portoghese Fernando Pessoa, la reticenza è vinta e il misterioso “teosofo” mostra a Rossignol una lettera di Xavier che risale a un anno prima… dove viene svelata una nuova traccia che lo porterà verso la fine del suo viaggio, a Goa.

Il film ha un andamento lento ma avvincente e sorprendete, immerso in un mondo pieno di tangibile spiritualità, dove sembra che nulla accada per caso… dall’incontro con una specie di mostriciattolo, un nano deforme che si rivela essere una veggente, a un compagno di viaggio in un vagone letto che lo sfiora con la sua drammatica vicenda di morte e di vendetta…

La conclusione è poetica e “circolare”. Rossignol ha un’illuminazione e capisce perché non è riuscito a trovare il suo amico da nessuna parte. 

Semplice: ha cambiato nome. Nella lettera alla società teosofica, scritta in inglese, aveva accennato tra le righe di essere diventato “un uccello che canta di notte”… Un usignolo quindi, in francese “rossignol”, come il protagonista della storia… in inglese “Nightingale”… 

Mr Nightingale, ecco chi deve cercare! E’ infatti, come il suo sfuggente amico aveva rubato e tradotto la sua identità, il protagonista della storia comincia a seguire le tracce di Mr Nightingale, che tutti conoscono e rispettano, ma nessuno sembra sapere dove trovarlo, fino a che… ecco finalmente un indizio preciso, strappato con una mancia al cameriere di un vecchio albergo, elegante ma un po’ decadente… 

“Una volta Mr Nightingale era un buon cliente qui… ma ora hanno aperto due nuovi hotel di lusso sul mare e non possiamo più competere.”

Il cameriere gli fa capire in quale dei due alberghi è più probabile che troverà quello che cerca…

In quello splendido hotel sul madre di Goa, Rossignol incontra una giovane donna, una bellissima fotografa francese e senza necessariamente cercare un’avventura, finisce per cenare con lei nel magnifico giardino, sul bordo di una grande piscina. 

Ed è li che Rossignol finalmente intravede Mr Nightingale, il suo amico Xavier, dal lato opposto, nella penombra del lume di candela, oltre il rettangolo d’acqua che li separa. Anche lui è con una donna… La trovata geniale del film è lasciare che il pubblico s’immagini tutto, senza mai indentificare la figura sfuggente di Xavier… ascoltando le parole di Rossignol mentre racconta alla ragazza quello che sta effettivamente accadendo in quel momento, come se fosse la trama di un romanzo che sta cercando di scrivere… 

Alla fine della cena, quando Rossignol chiede il conto, il cameriere gli comunica che un altro cliente dell’albergo ci ha già pensato.

La conclusione della storia coincide con quella dell’ipotetico romanzo e porta il protagonista a capire che, come Xavier non voleva farsi trovare, lui non ha più voglia di cercarlo… e un loro incontro nel mondo reale non avrebbe alcun senso in quelle circostanze. Le vite dei due amici si sfiorano, forse per l’ultima volta: con grazia e discrezione ognuno andrà per la sua strada.

La circolarità del racconto riporta idealmente alle ultime parole pronunciate da Fernando Pessoa prima di morire… 

Fernando Pessoa

“Datemi i miei occhiali!”

Era molto miope e voleva passare dall’altra parte vedendoci meglio possibile, così come Rossignol, forte del cumulo delle esperienze di una vita con il catalizzatore di quel viaggio molto speciale in India, ha trovato un nuovo equilibrio, una “seconda vista”.

Ferdinando Vicentini Orgnani

CONTAMINAZIONI n° 13 – “Il derviscio e la morte” di Meša Selimović… e l’orizzonte degli eventi.

Ogni tanto ci capita di scoprire un’opera straordinaria di cui non avevamo mai avuto notizia o che una conoscenza superficiale non ci aveva spinto ad approfondire. Impossibile compilare un inventario: la produzione di letteratura, musica, teatro, cinema, arti figurative e concettuali… ha accumulato un numero esorbitante di prodotti del genio creativo di chi ci ha preceduto. Inutile affannarsi quindi, possiamo solo andare avanti per la nostra strada rallegrandoci quando ci capiterà di incrociare uno di questi capolavori.

Un esempio perfetto di questa speciale categoria è “Il derviscio e la morte”, romanzo di Meša Selimović. Nel 1966, dopo una produzione letteraria senza particolari picchi di genialità, a 56 anni Selimović scrisse questo straordinario spaccato di un mondo perduto che dal passato ci parla con incredibile attualità.

La storia è ambientata in una cittadina di provincia della Bosnia verso la fine della lunga dominazione turca (1463-1878).

Mesa Slimovic

Lo sceicco Ahmed Nurudin, che gode del prestigio e della considerazione di tutta la popolazione, subisce un torto che lo fa precipitare in un incubo: suo fratello viene ingiustamente arrestato e a nulla valgono i suoi tentativi di liberarlo. La sua influenza e le sue pressioni risultano inutili, forse addirittura controproducenti.

C’è qualcosa che fa ricordare il rapporto del cittadino con il “potere” analizzato a fondo da Kafka, ma il passo di Selimović è molto diverso, meno analitico e astratto, più emotivo.

Quando nell’enigmatico romanzo “Il Castello” K si finge agrimensore, Kafka descrivendo la vicenda in terza persona svela che con l’azzardo di quella menzogna il suo alter ego ha lanciato una consapevole sfida al “potere”. Ed ecco che dai meandri del Castello la voce di un grigio funzionario lo chiama al telefono, confermandolo nel ruolo che non gli compete e accettando così quella sfida. Sullo sfondo della linea disturbata si ode un tappeto di suoni misteriosi e s’intuisce un complicato passaggio di direttive che nulla svelano delle gerarchie che le hanno generate, regole non scritte di un’organizzazione solida e complessa. La metafora della burocrazia impenetrabile che controlla e comanda la vita dei cittadini è la grande visione profetica di Kafka.

Franz Kafka

Nel romanzo di Selimović assistiamo a un “potere” che agisce in un teatro lontano nel tempo, alla periferia di un impero che non esiste più, ma in un conteso molto più realistico. Il monologo in prima persona ci fa vivere tutto il peso del dramma. L’arrogante Cadì (una specie di Prefetto che amministra arbitrariamente la giustizia) non accetta il benché minimo rapporto di mediazione con Ahmed Nurudin ma lo illude con la prospettiva di un “do ut des”: se aiuterà sua moglie in una delicata questione di eredità forse allora… Come in una beffa atroce, invece di dare allo sceicco il tempo di ottenere un risultato e senza alcun preavviso, il Cadì ordina l’esecuzione del prigioniero, che viene strangolato dai suoi carcerieri senza un pubblico processo né alcuna una possibilità di difesa.

La corruzione, l’intrigo e l’ingiustizia, che hanno accerchiato e ferito lo sceicco/derviscio, ben presto prendono il sopravvento, trasformando anche lui in un uomo vendicativo, pronto a sporcarsi le mani e la coscienza.

Avevo sentito parlare di questo romanzo avendo frequentato molto la ex Jugoslavia tra il 1997 e il 2003 per una parte delle riprese di due film che ho diretto (“Mare Largo” e “Ilaria Alpi: Il più crudele dei giorni”) ma la volontà di leggerlo è stata stimola in seguito dalla visione di un film di Alberto Rondalli “Il derviscio” (2001).

foto di scena tratte da il film “Il Derviscio”

Il film racconta molto bene questa storia con rigore formale e narrativo in linea con l’atmosfera delle pagine di Selimović. Alberto è un amico ritrovato dopo anni di silenzio… una buona occasione per rivedere il suo film.

La regia, che all’epoca mi era sembrata “classica”, dimostra oggi il coraggio della scelta di un ritmo che senza la fretta progressivamente imposta al cinema del linguaggio dominante della televisione, fa vivere il dramma con il giusto andamento. Un clima da tragedia greca accompagna l’amaro destino di Ahmed Nurudin, già scritto nelle stelle… ma lui non poteva vederlo, così impegnato a vivere un’esistenza sospesa in una dimensione quasi irreale, fatta dei suoi piccoli privilegi, impegnato ad adempiere con serietà e rigore a quel ruolo, fino a che il “reversal of fortune” che in qualsiasi momento ognuno di noi potrebbe incontrare dietro l’angolo, lo riporla alla realtà degli uomini.

Il derviscio e la morte” fu immediatamente riconosciuto per quello che era: un classico. I due romanzi successivi di Selimović, “La fortezza” e “L’isola”, entrambi di altissimo livello, completano una straordinaria trilogia… ma “Il derviscio e la morte” fu accompagnato da un fenomeno di adesione totale e la sua stella fu irripetibile, tanto che diventò un testo diffuso nelle scuole della ex Jugoslavia, paragonabile per il suo peso specifico a “I promessi sposi” in Italia.

Come Kafka, che un ventennio prima di Orwell prevedeva lo scenario estremo di un mondo globalizzato, così Selimović nel suo microcosmo definisce le coordinate dell’egoismo e della ferocia nei rapporti, la corruzione cronica, lo spregio dei diritti umani. Un dramma personale di Selimović (la fucilazione di suo fratello) è stato rielaborato nel romanzo in una visione molto più ampia e universale che gli conferiscono l’autorevolezza di una visione profetica.

Le oligarchie economiche, le consorterie del potere che controllano il mondo non hanno più alcuno scrupolo e nelle guerre moderne sempre di più sono i civili a pagare un prezzo altissimo. Il lavoro dei giornalisti prima e degli storici poi, è davvero molto difficile perché le variabili e i possibili punti di vista sono sempre molteplici e le ragioni non sono mai bianche o nere. Si tratta sempre d’interpretazioni, di sintesi che non potranno mai dare un quadro completo ma possono però suggerirlo, indicando una direzione, limitando le possibili chiavi di lettura.

Ho visto di recente un bellissimo documentario, “The Vietnam War” di Ken Burns e Lynn Novick, dieci episodi per un totale di diciassette ore, che ripercorrono per intero tutte le fasi della guerra dai primi fuochi negli anni 50’ alla sua conclusione nel 1975. Costo di produzione 30 milioni di dollari, dieci anni di lavoro. L’incredibile sequenza di crimini di guerra perpetrati dagli americani è qualcosa d’inimmaginabile. Con le loro decisioni dettate dall’opportunità politica Kennedy, Johnson e Nixon si sono macchiati di delitti atroci contro l’umanità, con l’unica giustificazione possibile dell’ottuso spauracchio del comunismo nell’ottica deformata della guerra fredda.

Qualche anno fa a Londra, a South Kensington, sono stato ospite di Afdera Franchetti, un’ottantenne che conserva intatto il suo charme seduttivo e la sua bellezza. Il suo strano nome viene da un vulcano della Dancalia, un vasto territorio che comprende Gibuti, parte dell’Eritrea e dell’Etiopia, percorsa in lungo e in largo da suo padre Raimondo, grande esploratore, ricchissimo e illuminato. Afdera èstata sposata con Henry Fonda per una decina d’anni. A soli 23 anni è diventata così la matrigna di Jane Fonda che aveva solo sei anni meno di lei. “Sono stata una pessima matrigna!”mi ha confessato. Dopo dieci anni si era stufata di Henry Fonda “… un marito adorante e perfetto. Un santo!” Aveva incontrato un altro Henry, inglese, un uomo sposato con il quale aveva avuto altri dieci anni d’amore, pieno di drammi e di emozioni. Nella sequenza cronologica dei suoi uomini era stata poi la volta di un altro inglese, un giudice, con il quale si era trasferita a Hong Kong.

Henry Fonda ed Afdera Franchetti

Jane Fonda

Che donna fantastica! Avrebbe fatto perdere la testa anche a me. Mi ha affascinato a ottant’anni suonati, figuriamoci se l’avessi incontrata negli anni d’oro! L’ultima sera Afdera suggerisce di andare a cena in una rosticceria vicino a casa, un posto semplice, ma molto famoso a Londra per i suoi polli arrosto, consegnati agli indirizzi più prestigiosi della città.

Afdera Franchetti

Quando usciamo dal suo palazzo c’è un portiere che non avevo ancora visto… ce ne sono cinque a rotazione.

Questo è iracheno: sua nonna era la sorella di Saddam Hussein. Dice che era un genio, tradito e pugnalato alle spalle dagli americani.”

Poco dopo, alla rosticceria, incontriamo la proprietaria, una siriana. Afdera me la presenta come “ammiratrice di Bashar al-Assad, quell’orribile dittatore che ha ucciso migliaia di bambini”… e lo dice davanti a lei, apertamente, in inglese!

Bashar Al Assad

La siriana abbozza un mezzo sorriso rassegnato e suggerisce di cambiare argomento per evitare discussioni.

Meglio non inimicarsi il gestore di un ristorante dove stai per mangiare e intervengo anch’io, senza prendere una posizione su al-Assad, ma sapendo di farla contenta.

Il mio discorso, abbastanza scontato, diceva più o meno così:

In duecento cinquant’anni di storia gli Stati Uniti hanno avuto solo diciassette anni di pace… I veri affari si fanno solo se ci sono delle guerre in corso. Ogni volta c’è una buona scusa, sostenuta da una potente propaganda… Salviamo questi poveracci da questa terribile dittatura!!! Il vero fine è quello di attivare una guerra: la popolazione civile e sempre sacrificabile, milioni e milioni di morti. Dopo aver causato l’ultima disastrosa crisi economica mondiale gli americani ne sono usciti benissimo, mentre l’Europa, ancora in un mare guai, è accerchiata da nuovi conflitti… e deve fare i conti con l’invasione di milioni di disperati che dalle guerre e dalla miseria cercano di fuggire… e con un integralismo islamico sempre più feroce e organizzato, infiltrato anche dentro i suoi confini.

La siriana annuisce soddisfatta: il pollo arrosto è all’altezza della sua fama.

Al di la delle parole che in poche frasi possono spostare il baricentro della ragione… che cosa c’è dietro a un conflitto come quello scoppiato in Siria nel 2011? Un amico Siriano, trasferitosi in Italia per ragioni di lavoro sei mesi prima dello scoppio della guerra civile, mi ha detto che nessuno avrebbe mai immaginato la possibilità di una simile evoluzione. La solidità del regime non dava adito a una tale ipotesi… eppure l’interesse delle forze in gioco ha fatto partire un altro genocidio per il controllo di un territorio ricco in una posizione strategica.

I continui spostamenti del baricentro dell’informazione e la quantità dei dati che ci arrivano ci fanno dimenticare presto i singoli eventi. Ormai la “memoria corta della storia” è una condizione cronica che permette di far passare con relativa leggerezza anche la peggiore delle notizie, spesso già manipolata nella sostanza.

Quanti si ricordano che il 14 aprile 2018, una coalizione formata da Stati Uniti, Inghilterra e Francia, ha bombardato obbiettivi strategici in Siria come reazione al presunto utilizzo di armi chimiche da parte del regime di al-Assad…?

Macron – Trump – May

Un centinaio di civili vicini ai ribelli integralisti islamici, erano stati eliminati come topi, con il gas. Il bombardamento era quindi “giustificato e necessario”.

Quasi nessuno si ricorderà che negli anni della guerra tra Iran e Iraq (1980-1988) gli iracheni hanno spesso utilizzato armi chimiche i cui componenti venivano forniti da aziende europee e americane, uccidendo decine di migliaia di Iraniani… ma poiché all’epoca tutti i paesi occidentali e gli USA sostenevano Saddam Hussein, nessuno ha parlato. Paradossalmente l’unico paese ad aiutare sottobanco l’Iran fu Israele, ben consapevole del pericolo di un’eventuale vittoria di Saddam. Un’altra guerra quasi dimenticata quella tra Iran e Iraq, che in otto anni provocò circa un milione di morti.

Saddam – Khomeini

La coscienza critica e la logica sono orami appiattite alla superfice delle notizie riportate dalla stampa: a distanza di poche settimane gli oltre cento morti gassati, come gli altri morti a causa del bombardamento, sono già nell’oblio.

Ormai non ci si pensa quasi più che nel marzo del 2003 George  W. Bush, con la complicità di Tony Blair e altri, decise l’attacco al regime di Saddam Hussein in Iraq, dando inizio a una destabilizzazione del pianeta sulla base di una serie di menzogne ormai evidenti.

George W. Bush e Tony Blair

Azioni decise e perpetrate dal più forte, modalità di cui nemmeno ci si scandalizza più… E cosa dire dei Francesi, che dopo aver tramato con successo, forti dell’appoggio americano, per convincere il mondo ad agire contro il regime di Gheddafi con il conseguente disastro di dimensioni incalcolabili per le prossime generazioni di europei, si permettono di dare delle lezioni di etica sulla gestione degli immigrati mentre la loro gendarmerieprovvede ad intercettarli sul nostro confine rispedendoli sistematicamente in Italia con estrema durezza.

Nel caso della guerra in Iraq, come per il bombardamento in Siria, le dimensioni quasi epiche di queste guerre-spettacolo, trasmesse in diretta dalle TV di tutto il mondo, hanno zittito per un po’ i dubbi di chi normalmente si pone delle domande, con l’idea strategica che se proprio devi dire una bugia è meglio dirla grossa!

Donald Trump, Theresa May e Emmanuel Macron hanno sfoderato le loro certezze con l’abituale arroganza consigliabile ed efficace in questi casi a discapito di una logica che dovrebbe far sorgere dei dubbi.

Sarebbe il caso di tenere presente che…

  • La Siria è l’unico paese arabo che non ha debiti con il Fondo Monetario Internazionale, con la Banca Mondiale, ne con chiunque altro.
  • La Siria è l’unico paese arabo con una costituzione laica che non tollera i movimenti integralisti islamici, combattuti con metodi spesso estremi.
  • La famiglia Assad appartiene alla corrente sciita minoritaria alauita, moderata e tollerante, e se pure in un regime duro e assolutista ha un’approvazione molto alta dalla popolazione.
  • Le donne siriane non sono obbligate a indossare il velo e hanno gli stessi diritti degli uomini. La Sharia (la legge islamica) in Siria è anticostituzionale.
  • La Siria ha vietato gli alimenti genericamente modificati (OGM), sia la coltivazione che l’importazione.
  • E’ l’unico paese del Mediterraneo interamente proprietario del suo petrolio e non ha mai privatizzato le imprese statali. Riserve 2,5 miliardi di barili. Produzione 500mila barili al giorno.
  • Circa il 10% della popolazione siriana è cristiano, presente nella vita politica e sociale mentre negli altri paesi arabi non raggiunge l’1% a causa delle persecuzioni e della poca tolleranza.
  • La Siria era il solo paese pacifico della zona, senza guerre o conflitti interni, con un’apertura verso la società e cultura occidentale paragonabile solo a quella del Libano di un tempo e dell’Iran quando regnava lo Scià.

alcune immagini di Damasco prima e dopo i bombardamenti

Per quale motivo al-Assad avrebbe ordinato l’utilizzo di armi chimiche quando stava sconfiggendo gli integralisti islamici? Perché offrire un simile pretesto rischiando una reazione giustificata da parte della comunità internazionale?

Non è più logico che qualcuno abbia tramato nell’ombra sacrificando un centinaio di civili per giustificare un’azione militare contro il regime siriano? Gli stessi integralisti sono quelli che avevano più da guadagnarci… Se non ci fossero la Russia e l’Iran a spalleggiare il regime siriano è probabile che avremmo già assistito a un epilogo simile a quello dell’Iraq e ci troveremmo con un altro paese integralista, totalmente instabile.

Il regime dittatoriale di al-Assad non è difendibile da un punto di vista etico, come non lo erano Saddam Hussein, Gheddafi o Mubarak… ma quali sono i rischi in un mondo globalizzato se i paesi di maggiore peso possono intervenire impunemente con la forza contro altri paesi più deboli? Perché nessuno è intervenuto a fermare i tanti massacri africani? Perché nessuno parla della guerra civile in Yemen scoppiata nel 2015 che ha già causato decine di migliaia di morti? Persino la guerra nei Balcani (1991-2001) scoppiata nel cuore dell’Europa, si è consumata sotto gli occhi del mondo, con 250mila morti, orrori indicibili, massacri e pulizia etnica… La risposta è semplice: quasi sempre gli interventi o gli aiuti militari concessi/imposti a una delle parti coinvolte in una guerra civile seguono l’interesse economico o strategico di chi li attiva.

La destabilizzazione del mondo islamico e del nord Africa, hanno portato a un indebolimento progressivo dell’Europa. Brexit non sarebbe stata pensabile in un contesto diverso.

Lo “scontro di civiltà” che ormai ogni giorno insanguina il mondo, come Samuel P. Huntington aveva previsto con largo anticipo, è motivato in superficie dall’identità religiosa ma certamente in profondità è radicato agli interessi delle grandi economie. All’inizio degli anni 90’ nel suo saggio “The Clash of Civilizations”, Huntingtonsostenevache le cose inizieranno a migliorare solo intorno al 2032.

Samuel Huntington

La sua analisi basata sullo studio dei flussi migratori, le variazioni demografiche e gli spostamenti del baricentro dell’economia, all’epoca fu rigettata con sdegno e pesantemente criticata… ma oggi sappiamo che ci aveva visto giusto.

La propaganda anglo-americana continua ad attaccare, ben sapendo che il baricentro del mondo non è più in occidente e che ogni strategia sembra lecita per procrastinare il più possibile la decadenza. Le guerre sono il sistema più efficace perché cambiamo le carte in tavola, sono un affare miliardario che rigenera e indirizza i flussi economici permettendo un riassetto degli equilibri.

Un’amica Iraniana mi ha racconto che nel suo paese girava una voce: Saddam non è mai stato giustiziato e a fare una brutta fine al suo posto c’era uno dei suoi sosia. Non ci sono sull’identità del cadavere di Saddam che secondo questa voce vivrebbe da qualche parte in Italia.

esecuzione di Saddam Hussein

E ancora: Edward Snowden, il “traditore” americano rifugiato a Mosca, ex agente dalla CIA che ha diffuso informazioni classificate sottratte alla National Security Agency (per molti un eroe che ha avuto il coraggio di svelare al mondo un’incredibile e illegale intromissione nella privacy da parte dell’intelligence americana) sostiene che Osama Bin Landen vive tranquillo da qualche parte a spese della CIA che gli passerebbe un appannaggio di 100mila dollari al mese.

Fantasia o realtà? Ovviamente non lo sapremo mai, ma per come va il mondo potrebbero benissimo essere storie vere.

Edward Snowden – Osama Bin Laden

Il 2 ottobre 2018 Jamal Khashoggi, giornalista saudita del Washington Post, critico nei confronti del regime del suo paese, è stato attirato in una trappola nel consolato dell’Arabia Saudita a Istanbul, dove avrebbe dovuto ottenere i documenti necessari al suo matrimonio. Lo hanno torturato, trucidato, fatto a pezzi e dissolto nell’acido per ordine diretto delle più alte sfere del regime saudita. Eppure contro l’Arabia Saudita e le sue immense riserve di petrodollari, nonostante una barbarie degna del peggior medioevo, nessuno si attiva per una condanna e delle pesanti sanzioni, che invece Donald Trump impone nuovamente all’Iran. Eppure in Arabia Saudita la situazione è ben peggiore di quella dell’Iran dal punto di vista dei diritti umani. A questo proposito è doveroso segnalare il coraggioso documentario di James JonesSaudi Arabia Undercover”, dove grazie a una telecamera nascosta si entra in un modo sconosciuto e inquietante. Prodotto per Frontline PBS, questo documentario è stato realizzato nonostante il concreto rischio di arrestato e fustigazione sulla pubblica piazza di Riyadh, dove nel film vengono documentate le tracce di sangue di una delle tante esecuzioni sommarie per decapitazione.

Persino la musica è vietata in Arabia Saudita. Le donne non contano, non possono guidare una macchina e spesso sono oggetto di soprusi e violenza… ma senza un uomo che le accompagni non hanno nemmeno il diritto di fare una denuncia.

Anche per gli attentati dell’11 settembre 2001 i sauditi ne sono usciti “puliti” nonostante ben quindici dei diciannove terroristi coinvolti (e lo stesso Osama Bin Laden) venissero dall’Arabia Saudita. Gli interessi economici vincono sempre.

Jamal Khashoggi

Non c’è dato di sapere cosa ci sia nelle registrazioni audio che i servizi segreti turchi hanno condiviso con USA, Francia, Germania e con il regime di Riyadh… ma quello che contengono ha costretto i sauditi a cambiare la loro prima versione dei fatti. Dopo avere mentito spudoratamente sostenendo che Jamal Khashoggi era uscito dal consolato vivo e vegeto, hanno ammesso che a causa di un “incidente” era deceduto all’interno del consolato… un interrogatorio “andato male”.

Peccato che le autorità turche avessero già identificato una “squadra della morte” composta da dodici persone partite da Riyadh, inviate a Istanbul allo scopo di assassinare il giornalista caduto in disgrazia, in esilio volontario da circa un anno negli Stati Uniti per paura delle conseguenze dopo che aveva apertamente criticato l’erede al trono, il principe Mohammed bin Salman.

E’ una fredda giornata di sole a South Kensington.

south-kensington

Mi sento una sopravvissuta” dice Afdera poco prima della mia partenza. In quei pochi giorni di convivenza, stimolata dalla mia curiosità, si è trovata a ripercorrere il lungo cammino della sua vita e adesso si sente un po’ scombussolata, forse anche disturbata dall’intromissione consenziente nella sua privacy.

Il mio pensiero va alla sequenza di eventi della sera precedente: i racconti fantastici sul padre Raimondo esploratore in Africa, l’incontro con il portiere iracheno, con la ristoratrice siriana e il suo favoloso pollo arrosto…

Un pronipote di Saddam Hussein e una sostenitrice di al-Assad si ritrovano a poche centinaia di metri l’uno dall’altra in uno dei quartieri più esclusivi di Londra, come altri milioni di disperati sono finiti in ogni angolo del mondo, spinti dalle guerre e dalla miseria. Due storie, tra mille e mille, in questo caso collegate dalla conoscenza comune di una vecchia signora italiana, che dopo una vita privilegiata da giramondo si è ritirata a Londra per ritrovare una routine, un’esistenza tranquilla e serena per il tempo che le rimane. Quello che tutti cercano.

 

Ferdinando Vicentini Orgnani

PS

La fine agghiacciante di Jamal Khashoggi mi ha scosso nel profondo e non riesco a smettere di pensarci: un simile orrore non è compatibile con una civiltà che si avvale di organizzazioni internazionali nate per regolare e punire gli eccessi degli stati “canaglia”, aggressivi, retrogradi, spietati… ma questa categoria non compete a chi può contare su una riserva stimata in circa mille miliardi di petrodollari. A Jamal Khashoggi e alla sua famiglia dedico questo approfondimento.

CONTAMINAZIONI n° 12 – Sound art: la memoria corta della storia. L’arca romana di Alvin Curran a Caracalla… nel segno di Sokurov e Tarkovsky

Le imponenti rovine della Roma imperiale, con un automatico paragone in difetto, facilmente ci suggeriscono considerazioni sulla decadenza della civiltà contemporanea.

Terme di Caracalla

Pensiamo al Colosseo, al Pantheon, a Villa Adriana, alle terme di Caracalla e a quello che rimane del passaggio dei romani in ogni angolo dell’impero: l’arena di Pola in Croazia e di Arles in Francia, la porta Nigra in Germania, l’anfiteatro di ElJem in Tunisia, le terrazze di Efeso e il teatro di Aspendos in Turchia…

Anfiteatro di ElJem in Tunisia

Un patrimonio sconfinato e ineguagliabile contro le continue lamentele sul degrado della Roma di oggi, con le buche che rendono pericolosa la circolazione anche in centro e i servizi che non funzionano.

Ai tempi di Augusto e Livia c’erano già oltre un milione di abitanti e sicuramente ci si lamentava anche allora, magari idealizzando il periodo agropastorale di Romolo e Remo, i fondatori, quando lontani dai vizi della decadenza ci si occupava di sane attività, del tipo… procurarsi femmine per generare una discendenza.

Augustus di Prima Porta

La lupa con i gemelli Romolo e Remo

 

Come predoni i primi romani calavano sui popoli vicini per rapire le loro donne, eppure il “ratto delle Sabine” anche sui libri di scuola non è mai stato dipinto come uno stupro di massa ma piuttosto un necessario aggiustamento nella prospettiva dello sviluppo di una grande civiltà. Strano che nessuno abbia ancora segnalato il caso alle attivissime vendicatrici di “Me Too”, ma forse questo è davvero fuori tempo massimo.

 

La civiltà romana si diffuse in quasi tutto il mondo allora conosciuto, portando un metodo, un’amministrazione pubblica efficiente, delle regole di convivenza codificate… imponendo la sua visione innovativa a popolazioni che erano molto più indietro, più o meno dei “barbari”. Non è senza senso quindi la battuta attribuita a un romano di oggi che si rivolge a un inglese:

“E’ inutile che vi diate tante arie… Quando ancora abitavate nelle caverne noi romani eravamo già froci!”

Il paradosso sembrerebbe qui dare un valore positivo alla diversità sessuale quando in realtà vuole solo imporre ad ogni costo la propria superiorità nella disputa, ricorrendo persino alla presunta negazione di pregiudizi omofobici… ma la battuta è filologicamente corretta poiché la percezione dell’omosessualità nell’antica Roma era lontana dalla condanna e dal pregiudizio, codificati più tardi con la chiusura mentale delle religioni moderne.

Il presidente brasiliano Jair Bolsonaro ha dichiarato che preferirebbe vedere suo figlio morto piuttosto che omosessuale, una posizione abbastanza comune, e non solo tra i simpatizzanti di una dittatura militare che in Brasile, hai tempi del “plan condor”,  ha torturato e ucciso.

il presidente brasiliano Bolsonaro

A un certo punto nella cultura occidentale sono state definite delle regole che qualcuno si è impuntato a far rispettare con la violenza e la coercizione, come ancora accade in Arabia Saudita, Yemen, Sudan, Nigeria, Tanzania… una settantina di paesi del mondo dove la legge punisce questa “diversità”.

Un caso curioso è rappresentato dall’Iran, dove è prevista la pena di morte per gli omosessuali, ma solo per gli uomini, mentre per le lesbiche ci si limita a cento frustate.

due ragazzi mpiccati nel 2005 per il reato di omosessualità vigente in Iran

Allo stesso tempo dal 1985, già in epoca khomeinista, la legge permette il cambio di sesso. Il primo uomo a diventare donna in Iran fu un certo Feridun Malekara (conosciuta anche come Maryam Khatoon Molkara) che si rivolse direttamente a Khomeini spiegando il suo problema. Pare che tra i due ci fosse un legame di parentela, una voce che gira a Tehran ma non ne ho la certezza. Mi sembra però un’ipotesi più che plausibile: per avere il coraggio di andare dall’Ayatollah in persona e rompergli i coglioni con una richiesta così assurda, e in piena guerra con l’Iraq… beh, come minimo doveva essere il suo nipote preferito.

 

“Zio, zio…”

“Cosa vuoi ancora?”

“Mi sento intrappolato in un corpo che non è il mio. Mi sento donna!”

“Oh cazzo…! Ma sei sicuro?”

 

Maryam Khatoon Molkara

Khomeini

 

Khomeini si dev’essere poi rassegnato all’idea, ordinando di approvare subito una nuova legge, ma molto generica.

“E’ possibile cambiare sesso.” Basta.

La feroce repressione dell’omosessualità combinata alla facilità nel cambio di sesso (basta essere maggiorenni) ha fatto sì che in Iran molti transgender abbiano seguito questa strada (oggi circa duemila casi all’anno, secondo solo alla Tailandia) e la scienza si sia evoluta al punto che questo paese è diventato un pioniere in materia anche dal punto di vista medico.

Non c’è traccia del passaggio dei romani in Iran: si fermarono in Turchia senza mai riuscire a conquistare la Persia. L’imperatore Valeriano fu sconfitto nel 260 d.c. dall’esercito dei Sasanidi, comandato dal re Shapur.

Tutto questo è stato rievocato pensando a una recente visita alle terme di Caracalla, alla scoperta di una straordinaria installazione sonora di Alvin Curran.

Terme di Caracalla

Alvin Curran e l’autore dell’articolo alle terme di Caracalla

Lo spazio delimitato dalle mura perimetrali si compone di enormi palestre e piscine, dove il popolo romano poteva curare il proprio benessere, socializzare, passare il tempo. Un’opera ciclopica, che suggerisce l’apice di una grande civiltà e quasi intimidisce per la sua grandiosa intelligenza progettuale.

L’equazione di Alvin Curran e di mettere in relazione questo enorme oggetto apparentemente inanimato con un’infinita combinazione di suoni in una serie di altrettanto infinite sequenze prodotte da un computer, con diffusori posizionati secondo una logica precisa che fa arrivare il suono dalle più variegate angolazioni. Se s’aggiunge anche il cambiamento della luce naturale e poi la staticità dell’illuminazione notturna, ecco che il quadro è quasi completo. Dico quasi perché mancano altre varianti, come il movimento e la presenza degli eventuali visitatori e la vita “naturale”, selvaggia, che si è impossessata dello spazio… Ci sono gabbiani, gatti, topi ovviamente, e una piccola comunità di falchi pellegrini…

Veduta totale delle Terme di Caracalla

 

Durante il complicato allestimento, mentre i diffusori venivano portati perfino nei cunicoli del sottosuolo sfruttando come via di fuga una serie di aperture, e poi in altri punti più in alto, ci si è posto il problema di questi rapaci, specie protetta e delicata. Un diffusore stava per finire proprio nel loro nido… ma i falchi pellegrini già dalle prime prove tecniche non avevano fatto una piega, anzi, sembrava che quasi gradissero l’intromissione di quel mondo sonoro che un po’ alla volta veniva loro imposto nella composizione del lavoro.

Possiamo quindi affermare, dopo averlo verificato sul campo, che “al falco pellegrino piace la sound art”.

 

Un falco pellegrino in picchiata

 

L’arte sonora è una forma di espressione artistica molto sofisticata e di grande impatto emotivo che, diversamente da quanto generalmente si crede, non nacque negli USA con John Cage (che ne fu certamente un importante e innovativo interprete e catalizzatore) ma nell’Unione Sovietica di Lenin. Quasi tutta la straordinaria sperimentazione dei “soundartisti” sovietici fu distrutta da Stalin che era contrario alle avanguardie. Quello che ci è rimasto, che si è riusciti a recuperare, lo si deve a un’idea geniale di Vladimir Il’ič Ul’janov (il vero nome di Lenin – 22 aprile 1870 – 21 gennaio 1924) che offrì a tutti gli artisti della Russia la possibilità di viaggiare gratis in treno.

Lenin

Molti di loro erano senza fissa dimora… come ci ricorda persino il nome di uno dei protagonisti de “Il maestro e margherita” di Mikhail Bulgakov, il poeta Ivan Nikolayevich Ponyrov, detto “Bezdomny”, cioè “senza casa”. Molti artisti vivevano viaggiando in lungo e in largo per il paese, abitando i treni e le stazioni, fermandosi quando e dove potevano.

Le registrazioni degli esperimenti dei “soundartisti”, sono state ritrovale negli archivi di alcune piccole città, in alcuni casi sperdute, dove la distruzione ordinata da Stalin non ha colpito con l’efficacia sistematica adottata nelle grandi città.

Tra questi pochi superstiti ci sono esempi straordinari e imponenti, come l’opera di Arseny Avraamov che, nel 1922 a Baku, registrò “Symphony of Factory Sirens”, un evento livenel quale dirigeva l’azione delle sirene in alcune fabbrica circostanti.

Arseny Avraamov a Mosca nel 1923

Una fine tragica toccò a Vsevolod Mejerchol’d, fautore della prima sincronizzazione: fu arrestato, torturato e ucciso, durante le purghe di Stalin nel 1940.

Vsevolod Emil’evič Mejerchol’d

 

Un altro grande sperimentatore fu Lev Theremin, scienziato e inventore di strumenti musicali, in particolare l’eterofono, (ribattezzato poi “theremin”). Nel 1938, al ritorno da una permanenza di alcuni anni in America, fu internato in un campo di lavoro, ma sopravvisse e fu poi riabilitato grazie a una proficua collaborazione con il KGB nella progettazione di tecnologia spionistica. Morì a Mosca nel 1993 a 97 anni.

Lev Theremin ed il suo Eterofono

 

Sono molti gli artisti contemporanei che si dedicano anche (o solo) alla sound art, una forma espressiva ancora poco nota al grande pubblico. Se prendiamo come paragone una classica mostra istituzionale, che ne so… i soliti “impressionisti”, Frida Kalo o Jan Vermeer (magari alle scuderie del Quirinale) la proporzione di pubblico interessato alla soud artforse non arriva l’1%, ma non è certo questo che ne sminuisce il valore. L’esperienza attiva di chi fruisce un’opera sonora può essere qualcosa di veramente speciale: una percezione che utilizza anche il senso dell’udito fa provare sensazioni che coinvolgono in profondità.

All’Auditorium di Roma, Anna Cestelli Guidi, una curatrice sensibile e determinata, ha inventato il “Sound Corner”, sfruttando un corridoio che si allarga all’interno della struttura progettata da Renzo Piano, in uno spazio sufficientemente riservato, adatto alla bisogna.

Il sound corner all’Auditorium di Roma

Questa iniziativa va avanti da qualche anno e contribuisce a diffondere la consuetudine alla sound art a Roma… ma è ovvio che la differenza con un grande spazio aperto come quello delle terme di Caracalla affrontato da Alvin Curran a singolar tenzone, è sostanziale.

La grandiosità dell’intervento di Alvin, più vicino alla land artche a un’installazione sonora, ci riporta idealmente alle sperimentazioni del suono sui grandi spazi, intraprese dei sovietici ai tempi di Lenin, in una sana contaminazione con la tradizione occidentale di John Cage, di cui lui certamente è un degno erede.

veduta aerea delle terme di Caracalla

 

Angelo Farro, giovane compositore e collaboratore di Alvin, mi ha spigato le particolarità tecniche dell’opera: utilizzando dei logaritmi, un computer va a pescare i file sonori da diverse “cartelle” e li rielabora seguendo una casualità che potrebbe vedere lo stesso frammento ripetuto a breve distanza oppure no… un’intelligenza artificiale che una volta attivata, entro certi limiti, collabora autonomamente. Otto diffusori sono stati posizionati nel sottosuolo, mentre altri dodici in vari punti in tutto lo spazio delle terme, su altri due livelli: in altro (le mura in alcuni punti superno i trenta metri) e ad altezza d’uomo. Questo comporta una combinazione di tre diverse provenienze del suono con una specie di effetto dolby sourround. Ci sono poi dei suoni “sinusoidali”, cioè puri, limitati a una precisa frequenza, che viaggiano attraversando lo spazio come delle lame taglienti e invisibili… a loro volta combinati con loro simili che si differenziano solo per pochi hertz. La complessità tecnica e teorica si spinge molto più in là e può avere un senso per gli addetti ai lavori… quello che conta è la percezione di un sistema complesso.

OMNIA-FLUMINA-ROMAM-DUCUNT-TUTTI-I-FIUMI-PORTANO-A-ROMA architetture sonore di ALVIN-CURRAN

Alvin Curran all’inaugurazione della sua opera alle terme di Caracalla

All’inaugurazione del lavoro di Alvin a Caracalla (Omina Flumina Roma Ducunt– Tutte le strade portano a Roma – Architetture sonore di Alvin Curran, a cura di RAM radioartemobile) ho incontrato Donatella Spaziani, un’artista romana, forte, una cara amica… e mentre tutti i visitatori dal grande spazio all’entrata s’incanalavano a destra per procedere in senso anti orario, ci siamo ritrovati a camminare insieme in senso orario, contromano, costeggiando i bellissimi mosaici dalla parte che per tutti sarebbe stata la fine del percorso, dove non c’era ancora nessuno. Era da un po’ che non ci vedevamo, un paio di mesi almeno. Abbiamo cominciato parlando dei nostri dubbi e complicazioni sentimentali e della sua attesa per una nuova sede d’insegnamento. Chissà in quale accademia andrà a finire… Poi abbiamo parlato di un libro scritto da un amico che in copertina riporta una sua opera. Me lo aveva regalato prima dell’estate e per fortuna ho fatto in tempo a leggerlo.

Donatella Spaziani

ESCHE, di Andrea Fiorito, è un libro piuttosto sorprendete sia per la forza della scrittura che per il continuo spiazzamento che impone al lettore… ma si sente che non lo fa per stupirti o per farti vedere quanto poco sia convenzionale, è proprio così che funziona il suo cervello con il quale stabilisce un filo diretto che il suo stile scarno e volutamente grezzo riesce sempre a mantenere a fuoco, mentre vaga tra mondi ed esistenze marginali, puttane, disperati in cerca di sesso, solitudini e ossessioni…

 

Esauriti gli argomenti finalmente ci accorgiamo della meraviglia ci circonda e per un po’ ce ne siamo in silenzio. Camminando lungo una specie di passerella, mentre ascolto la complessità del lavoro di Alvin, mi viene in mente uno straordinario film, ARCA RUSSA (2002) di Alexander Sokurov, un lungo piano sequenza, un punto di vista fantastico che si muove dentro il Palazzo d’Inverno di San Pietroburgo, attraversando varie epoche della storia della Russia.

La passeggiata a Caracalla tra le imponenti architetture romane, immerso nelle architetture sonore di Alvin, mi fa sentire come “trasportato”, non solo nello spazio ma anche nel tempo, un tempo che non cerco di definire pensando a quei suoni misteriosi come a una rievocazione soggettiva… La memoria mi riporta all’esplorazione dello Stalker nel capolavoro di Andrei Tarkovsky, che cerca una risposta ai propri dubbi sconfinando nella “zona” proibita, uno spazio pieno di pericoli mortali, dove le regole del mondo esterno sono sospese.

Il mondo reale, i rumori metropolitani della Roma di oggi che arrivano un po’ ovattati fanno da tappeto alla polifonia dei suoni “architettati” in centinaia di file gestiti dal computer e ripescati dal logaritmo che li combina in sequenze imprevedibili.

Le terme di Caracalla al tramonto

 

Poco dopo il tramonto incontriamo Mario e Dora e ci fermiamo qualche minuto, giusto per provare un po’ di affettuosa invidia per il loro entusiasmo, per la loro energia inesauribile: questo grande sforzo produttivo è stato possibile grazie alla loro determinazione e all’impegno della direttrice di Caracalla Marina Piranomonte.

Mario Pieroni e Dora Stiefelmeier

Mario indica verso l’alto.

“Eccolo… il falco pellegrino!”

Alziamo gli occhi e intravediamo un’ombra alata volteggiare sulle gigantesche mura, ma è un attimo: il cielo scuro l’ha già inghiottita e non è possibile identificarla con certezza.

Mario non ha dubbi. E’ stata una giornata perfetta e la presenza regale del mitico rapace completa il quadro. Il nume tutelare dell’arte deve essere per forza lì presente, in forma di falco pellegrino, sopra le nostre teste.

Ferdinando Vicentini Orgnani

 

CONTAMINAZIONI n° 11 – The Meyerowitz Stories, un piccolo grande film, e il genio dimenticato di Irene Nemirovsky.

E’ raro che il mondo dell’arte contemporanea sia degnamente rappresentato nel cinema. Il più delle volte si assiste alla messa in scena di banali luoghi comuni come potrebbero sembrare quelli della famosa sequenza del film “Le vacanze intelligenti” (1978), dove Alberto Sordi e la moglie, grassa e ignorante, si avventurano tra i padiglioni della Biennale di Venezia. In realtà quelle scene sono talmente “oltre” che diventano a loro modo geniali: il contesto è quello di una satira casereccia che lamenta la celebrazione di un’arte concettuale i cui “concetti” sono compresi e condivisi solo da un’elite, per simpatizzare con il popolino, preso in giro da quella spocchiosa autoreferenzialità.

Il punto di vista è dichiaratamente limitato a questo semplice conflitto sociale e la critica infatti continua cambiando bersaglio ma con la stessa tesi, nell’imperdibile scena del concerto di musica contemporanea. Qualche anno fa, nell’ultima intervista che ho avuto modo di girare con Getulio Alviani (protagonista dell’arte italiana del secondo 900’, recentemente scomparso) c’è un’analoga critica alla “truffa” dell’arte contemporanea. Nel suo abituale stile polemico “Get” sparava a zero su alcuni suoi colleghi, celebrati e rispettati, ma partendo da motivazioni molto diverse da quelle della coppia di “fruttaroli” catapultati all’edizione del 1978 della Biennale.

Lo Sposalizio della vergine di Raffaello

Avevamo appena attraversato insieme l’accademia di Brera, ammirando alcuni grandi capolavori come il “Cristo morto” del Mantegna e “Lo sposalizio della Vergine” di Raffaello… per citarne due che da soli valgono una visita al museo.

Il Cristo morto di Mantegna

E’ pieno di stupidi! Io l’ho scritto dappertutto… L’arte e il ricettacolo dei peggiori inetti sulla terra… Capisci… Perché sono capaci di farla tutti… Abbiamo appena visto le cose meravigliose dell’arte del rinascimento, che non erano in grado di farla tutti… Non la faceva nessuno, se non un genio!”

Getulio Alviani

Nella filmografia recente un esempio deludente è “Colpo d’occhio” (2008) di Sergio Rubini, dove a nulla è valso che le opere mostrate nel film fossero di un artista di talento come Gianni Dessì, persona di grandi qualità umane, coinvolto anche come consulente… ma dubito che i suoi consigli siano stati ascoltati con la dovuta attenzione, perché la banalità, il “macchiettismo”, la non conoscenza di questo mondo, rendono un brutto servizio sia al cinema che all’arte contemporanea.

Gianni Dessì

Sergio Rubini è un ottimo attore che ha diretto dei film riusciti, ma il suo ritratto superficiale del “critico d’arte/curatore”, una specie di Achille Bonito Oliva svuotato di ogni qualità, senso e dignità, è un banale cliché.

Il protagonista, un giovane artista in ascesa interpretato da un improbabile Riccardo Scamarcio, annaspa tra le sue opere che appaiono totalmente scollegate, come una realtà posticcia che non gli appartiene, mentre il discorso del film accenna vagamente alle presunte dinamiche del “mercato”, al potere dei curatori e dei critici e mai alla “ricerca” che il vero artista mette al centro della sua vita, quel tormento che, al di là delle apparenze e semplificazioni, costituisce il baricentro e il senso del suo lavoro, della “tenuta” che si può riconoscere nella lunga distanza di una vita dedicata. Un’occasione mancata per Scamarcio che recentemente ha dato una notevole prova d’attore in “Loro 1” di Paolo Sorrentino, anzi, è la cosa migliore di un film deludente… In “Colpo d’occhio” certo non è stato aiutato dalla sceneggiatura che lo ha costretto nei limiti di un personaggio banale.

Un’altra caduta di stile la troviamo ne “La grande bellezza” (2013) altro film di Sorrentino, dove si fa della facile ironia su quella tradizione che, a partire da Gina Pane, passando per Marina Abramovich, si è concentra su un tipo di ricerca legata all’utilizzo, spesso disturbante, del corpo umano come campo dell’azione, il corpo dello stesso artista, con tagli, bruciature, sangue, spilli conficcati sulla pelle…

Gina Pane – Azione sentimentale

MArina Abramovich – The artist is present

L’ultima performance in tal senso alla quale ho assistito è stata di Silvia Giambrone, una giovane artista italiana che lavora con grande intelligenza, talento e originalità.

Silvia Giambrone

Sorrentino, il cui cinema ho sempre amato (salvo i due “Loro” del 2018), deve avere conoscenze abbastanza superficiali nel campo dell’arte contemporanea, tanto da cadere anche lui nella banalità della messa in scena di un’assurda performance nella quale un’artista, una donna, corre verso un muro andando volontariamente a schiantarsi con un probabile trauma cranico così da strappare qualche risata tra il pubblico ignorante.

“Anni felici” (2013) di Daniele Luchetti (ispirato a suo padre, artista tormentato, scomparso a soli cinquant’anni) è sicuramente più onesto e interessante di altri film che trattano d’arte ma nonostante la rielaborazione di una sentita autobiografia e un attore protagonista come Kim Rossi Stuart, non convince. Anche qui si finisce per cadere nella descrizione superficiale di presunte dinamiche che possono portare un artista ad avere successo, mentre un altro a vivere la frustrazione del fallimento.

Una foto tratta da “Anni felici”

Ci sono certamente altri esempi negativi di come l’arte è stata raccontata dal cinema, ma preferisco segnalarne uno di molto positivo: “The Meyerowitz Stories” (2017), di Noah Baumbach.

Il cast è stellare ma il film ha il taglio e il sapore del miglior cinema indipendente americano. Racconta le dinamiche familiari che ruotano attorno a un artista praticamente dimenticato, interpretato da Dustin Hoffman. I sui figli di primo letto, Adam Sandler e Elisabeth Marvel (due sfigati) sono sempre stati gelosi del fratellastro Ben Stiller (imprenditore di successo), per il quale il padre, ormai alla terza moglie (Emma Thompson) ha sempre avuto un debole. Adam Sandler (separato e senza lavoro) ha un’adorazione non ricambiata per il padre ed è l’unico ormai a considerarlo un genio incompreso. La sua unica vera ricchezza è la figlia Eliza (Grace van Patten), studentessa di cinema al primo anno, autrice di alcuni divertenti cortometraggi dal contenuto provocatoriamente erotico, mostrati nel film per intero.

IL cast del film di Baumbach a Cannes

La performance di tutti gli attori è di altissimo livello e in particolare i tre figli di Hoffman sono dei mostri di bravura nel dare ai loro personaggi la complessità, le contraddizioni e l’umanità che fanno decollare il film.

Il mondo dell’arte è raccontato con grande competenza e capacità di sintesi in una serie di scene precise ed essenziali, dove quello che conta rimane la storia e il rapporto tra i personaggi. Non si prede tempo a sbrodolare teorie improbabili, a spiegare inutili prospettive al pubblico o a mostrare personaggi caratterizzati allo scopo di divertirlo… c’è invece un grande rispetto e una conoscenza profonda delle dinamiche di quel mondo, lontano dai luoghi comuni e con il giusto punto di vista.

L’amico e compagno di strada di Dastin Hoffman (interpretato da Judd Hirsch), è divento una super star dell’arte, celebrata dal mercato e dai musei. La scena in cui s’incontrato è piena d’informazioni sui sentimenti contrastati degli artisti, ma sempre in relazione alla vita e alle dinamiche esistenziali mosse dai protagonisti della storia.

Il cast alla 55^ edizione del NY film Festival, al centro Judd Hirsch

Con le dovute differenze, la sceneggiatura di Noah Baumbach, per l’elegante giostra dei personaggi, mi ha fatto pensare alle perfette architetture narrative di Irene Nemirovsky. Anche qui abbiamo una rappresentante dell’intellighenzia ebraica, ma circa novant’anni prima. Dopo aver letto quasi per caso il suo primo romanzo, “David Golder” (1929), ho capito di essermi imbattuto in un gigante della letteratura…

così sono andato a Campo dei Fiori, alla libreria “Fahrenheit 451” dalla mia amica Catia, e ho ordinato tutta la sua produzione disponibile in Italia, in gran parte pubblicata da Adelphi: un viaggio straordinario nelle pagine di una grande narratrice, capace in poche frasi di trascinare il lettore dentro la storia e di continuare a sorprenderlo fino alla fine.

Irene Nemirovsky

Nata a Kiev, figlia di un ricco banchiere ebreo, con la rivoluzione bolscevica fu costretta a fuggire in Francia. Aveva imparato il francese dalla sua governate, una figura affettiva molto più vicina di quanto lo sia mai stata sua madre, donna frivola e profondamente egoista che ispirerà diversi personaggi dei suoi romanzi. Anche il padre, sempre lontano per affari, non ebbe mai un ruolo centrale nella sua vita. Fin da ragazza iniziò a scrivere come sfogo, una reazione alla sua infelicità affettiva, inventandosi un metodo di lavoro che l’ha portata già molto giovane alla scrittura di un capolavoro come “David Golder”. Era già a Parigi da diversi anni quando mandò il manoscritto a un editore usando solo il cognome del marito sul mittente… ma siccome era incinta della prima figlia, per alcuni mesi non rispose alle lettere nelle quali la casa editrice le comunicava l’intenzione di pubblicare subito il romanzo.

Quando finalmente s’incontrarono, l’editore stentò a credere che quella giovane donna fosse davvero l’autrice di un simile capolavoro, potente, scarno, spietato e innovativo.

“David Golder” racconta gli ultimi mesi della vita di un vecchio ebreo che traffica in petrolio e altre rischiose speculazioni tra Parigi, Londra, New York, Mosca… A quel tempo non c’erano i collegamenti aerei e per concludere i suoi affari si trascina con ogni mezzo arrancando a fatica sui percorsi impervi di un mondo già globalizzato, mentre un’angina pectoris lo conduce lentamente verso la morte. E’ un romanzo che analizza lucidamente i rapporti umani restituendoci uno scenario senza speranza, ma la forza motrice del protagonista è proprio il rimanere aggrappato alla vita terrena che ogni tanto regala qualche soddisfazione, oppure la tenerezza di un lontano ricordo che inaspettatamente affiora dall’oblio del passato, richiamato in superficie da una qualche coincidenza o evocazione.

“David Golder” fu un grande successo e nel 1933 divenne il primo film sonoro del cinema francese.

Anche i successivi romanzi consolidarono la posizione di Irene Nemirowsky, ma per le modalità con le quali trattava dall’interno i suoi personaggi, quasi sempre ebrei, finì per essere accusata di antisemitismo, proprio come accadde a Hannah Arendt nel 1963, quando scrisse “La banalità del male”.

Hannah Arendt

Non c’è nulla di specifico “contro” la cultura e la comunità ebraica ma la conoscenza profonda di quel mondo che viene messo a nudo con straordinarie capacità narrative, ne esaltava spesso alcuni tratti non proprio edificanti… e forse fu anche per questo motivo che, dopo aver trovato al morte in un campo di concentramento nazista, la Nemirowsky fu praticamente dimenticata per oltre sessant’anni.

Nel 2004, la pubblicazione del suo ultimo manoscritto, “Suite francese” (affidato alle due figlie bambine, che miracolosamente si salvarono) riportò l’attenzione su di lei e la critica si accorse di aver ripescato una grande scrittrice: da lì un nuovo successo mondiale.

Suite francese” è diventato un mediocre film (con un budget di venti milioni di dollari) produzione anglo americana (2014), dove solo alcune delle trame sono state sviluppate… mentre la straordinarietà del romanzo è proprio la coralità delle vite dei personaggi davanti alla tragedia della guerra che travolge tutti.

Il banco di prova per “Suite francese”, con lo stesso tema della reazione degli uomini all’arrivo della guerra, è un altro fantastico romanzo: “I doni della vita”.

A Saint-Elme, una cittadina della provincia francese, un’intera famiglia vive in ostaggio della volontà di Julien Hardelot, un vecchio dispotico, proprietario della più fiorente industria nella regione. Il figlio Charles, orami rassegnato e debole di natura, in vita sua non è mai stato in grado di prendere una decisione autonoma: l’ultima parola è sempre stata del vecchio padre padrone. Ora che anche suo figlio Pierre, dopo gli studi si sta affacciando alla vita, vede per lui un analogo destino, impiegato nella fabbrica di famiglia come lui e promesso in matrimonio a Simòne, una ragazza del posto per nulla attraente ma con un’ottima dote, con la benedizione del nonno che già pregusta di poter ampliare i suoi affari con nuovi investimenti. Per il bene della famiglia Pierre accetta il suo destino senza discussioni, pur essendo innamorato di Agnès, un’orfana di padre di modeste condizioni. Ma ecco che la vita sorprende tutti con una soluzione inaspettata: un innocente appuntamento tra i due innamorati per dirsi addio poco prima del matrimonio di Pierre viene riferito da una domestica impicciona, dando adito a chiacchiere e sospetti.

Per la moralità dell’epoca Agnès ne esce irrimediabilmente compromessa e di fronte alla prospettiva di rovinare la vita della sua amata, Pierre, che a differenza del padre ha un carattere molto forte, rompe il fidanzamento con Simòne e la sposa.

Il “nonno padrone” non accetta l’affronto di un’opposizione alle sue volontà e Pierre viene allontanato, perdendo la prospettiva dalla sicurezza di un’occupazione nella fabbrica di famiglia.

Dopo un trasferimento a Parigi, con la forza dell’amore e con le sue capacità, troverà presto un impiego in Spagna che gli permette di mantenere la moglie e il primo figlio… ma ecco che la guerra, la prima guerra mondiale, cambia le carte in tavola e Pierre torna a Saint-Elme per affidare la moglie e il figlio ai suoi genitori, e parte per il fronte.

I doni della vita

La storia della famiglia di Pierre s’intersecherà poi con quella di Simòne, la sua moglie mancata… in uno starno destino comune.

I twist sempre sorprendenti nelle trame di Irene Nemirowsky, mi suggeriscono un finale a sorpresa per questa “contaminazione”, con tre ricette per i fusilli e una piccola storia personale.

 

Qualche anno fa, per poche ore, incontrai il proprietario di un pastificio di Barletta, Ignazio Maffei. Un amico comune ci aveva messo in contatto per la possibile sponsorizzazione di un film. La cosa non ebbe seguito ma l’incontro mi colpì profondamente: Ignazio trasmetteva una grande serenità e la sua qualità umana traspariva immediatamente, fin dalle prime parole. Qualche anno prima, per un grave incidente automobilistico, era rimasto in bilico tra la vita e la morte e da allora la sua prospettiva era cambiata.

Mi parlò di “semplificazione della vita”… del saper apprezzare quello che ogni giorni ci troviamo a dover affrontare… niente di complicato quindi, ma il linguaggio, il tono, la sua pace interiore, facevano la differenza.

In quel momento in particolare (oggi la situazione non è molto cambiata) la mia vita era piena di complicazioni a tutti i livelli… In parte lo posso imputare alle circostanze e ai lunghi strascichi di alcune scelte che ho fatto, privilegiando sempre lo spirito d’avventura, senza preoccuparmi troppo delle possibili conseguenze… e certamente c’è una responsabilità diretta per la mia incapacità tenermi lontano dai guai. Soddisfare la mia curiosità e mettermi in gioco è forse un modo per stare sempre lontano dalla “noia”, dalla prevedibilità di una vita “non spericolata”… Solo negli ultimi anni ho cominciato a pensare anche alle possibili conseguenze delle mie scelte a volte avventate, nel tentativo di limitare questa tendenza, ma spesso l’istinto è troppo forte per poterlo limitare con la razionalità.

In quell’incontro Ignazio mi parlò anche del suo pastificio, una storia familiare iniziata nel 1960 con il padre Savino. Oggi ha 105 dipendenti e 12 linee di produzione. La pasta Maffei è distribuita prevalentemente in Italia ma si sta allargando nel mondo, già in una quindicina di paesi.

pastificio maffei

Qualche mese fa in un supermercato di Roma ho visto dei “fusilli integrali” Maffei (quelli freschi da conservare in frigo) e così, dopo oltre quattro anni da quell’unico incontro, ho ripensato a Ignazio… un nome che per altro mi ricorda la famosa poesia di Garcia Lorca (“Lamento per la morte di Ignacio Sanchez Mejias”) con la voce vibrante di Arnoldo Foà in un LP che mio padre ascoltava sempre, tanto che mio fratello Alessandro ed io, marmocchi, lo conoscevamo a memoria dall’inizio alla fine.

Alle cinque della sera
Eran le cinque in punto della sera
Un bambino portò il lenzuolo bianco
alle cinque della sera.
Una sporta di calce già pronta
alle cinque della sera.
Il resto era morte e solo morte
alle cinque della sera.

Il vento portò via i cotoni
alle cinque della sera.
E l
ossido seminò cristallo e nichel
alle cinque della sera.
Già combatton la colomba e il leopardo
alle cinque della sera.

… eccetera eccetera…

Alessandro e Ferdinando Vicentini Orgnani

Ma torniamo alla pasta…

In quel supermercato a Roma feci una grossa scorta di varie tipologie di prodotti del pastificio Maffei… integrali e non.

Il giorno dopo avevo invitato a cena qualche amico e decisi di preparare dei fusilli con fave salsiccia, olive taggiasche e l’aggiunta della piccola storia del mio incontro con Ignazio.

Fusilli con fave, salsiccia e olive taggiasche

Gli ospiti apprezzarono molto la mia ricetta, la pasta del mio amico… e anche la storia. Nelle settimane successive ho provato gli stessi fusilli anche con carciofi, guanciale e ricotta di pecora e poi con pere, guanciale e pecorino, e poi le orecchiette, con le cime di rapa e al pomodoro e mentuccia.

Fusilli carciofi, guanciale, ricotta di pecora

Avevo ancora il numero di cellulare di Ignazio e pensai di chiamarlo per dirgli che ero ormai diventato un affezionato cliente del pastificio Maffei… ma poi pensai che era meglio scrivergli una mail, allegando anche una foto delle mie ricette realizzate.

Qualche giorno dopo arrivò la risposta sua risposta.

” Buongiorno Ferdinando.

Innanzitutto ti ringrazio per il contenuto della tua e-mail, sia dal punto di vista affettivo che gastronomico.

Io sto bene, cerco di non complicarmi la vita, e già questo è importante.
Ci vediamo presto.

IM

Fantastico quel “cerco di non complicarmi la vita”. In questi quattro anni Ignazio non è cambiato. Forse le nostre strade s’incontreranno ancora.

 

Ferdinando Vicentini Orgnani

 

 

 

CONTAMINAZIONI n° 10 – La lotta per la “sopravvivenza”: comunicazione e persuasione occulta

The Magdalene Sisters, il film di Peter Mullan, Leone d’oro alla Mostra del cinema di Venezia nel 2002, è ambientato nell’Irlanda degli anni 60’ e racconta cosa accadeva nei conventi gestiti dalle “Sorelle della Misericordia”. Ragazze senza famiglia e senza mezzi venivano “ospitate” dalle suore ma erano poi costrette a un lavoro durissimo nella loro catena di lavanderie con la scusa di una necessaria “espiazione dei peccati”.

Le colpe di queste sfortunate giovani donne: essere una madre nubile, essere troppo bella o troppo intelligente… e chi non eseguiva gli ordini alla lettera subiva pesanti punizioni corporali e psicologiche. Migliaia di donne sono vissute e sono morte in questa raccapricciante versione terrena dell’inferno ma ciò che lascia allibiti e scoprire che l’ultima di queste lavanderie è stata chiusa nel 1996!

L’Osservatore Romano ha definito il film “una provocazione rabbiosa e rancorosa”, ma nessuno ha potuto smentire la realtà agghiacciante che costringeva alla schiavitù quelle malcapitate.

E’ evidente che lo scopo della codificazione di regole ferree da seguire, partendo dai dieci comandamenti, nasce dalla volontà di un controllo sociale. Tutta questa complessa sovrastruttura è molto lontana dall’insegnamento semplice e rivoluzionario di Gesù Cristo ma il progressivo smantellamento che si avverte nell’aria fa ben sperare in tardivo recupero del messaggio originario.

Papa Francesco si è trovato costretto ad adeguarsi alla una cultura sempre più diffusa del “deconstructing gender”: omosessuali e transgender sempre più vicini alla chiesa perché…

Se una persona è gay… cerca il signore e ha buona volontà, chi sono io per giudicarla?”

Ed ecco che immediatamente arriva il plauso da tutto il mondo civilizzato per la sorpresa che il Papa sud americano non è un conservatore arroccato e intransigente come quello precedete, il “pastore tedesco”, che non ha caso ha dato le dimissioni.

Ormai per tutte le grandi multinazionali, anche per il Vaticano, vale la regola che non stare al passo con i tempi può compromettere la sopravvivenza e un po’ alla volta tutti questi nodi stanno venendo al pettine, come recentemente i dubbi espressi dal Papa sull’accanimento terapeutico.

E’ giusto ritardare artificialmente la morte “contro natura” grazie a un’esasperate evoluzione della tecnica, o c’è un limite?

La verità, difficile da accettare anche di fronte alla logica e all’evidenza, è che l’industria farmaceutica vuole dei malati che vivano più a lungo possibile e non certo persone sane che non hanno bisogno di farmaci e terapie.

Le case farmaceutiche considerano già un risultato importante che la vita di un malato si allunghi di un mese ma per queste multinazionali che operano in un settore così delicato, è evidente che il fine ultimo è, e sempre rimarrà, “il profitto”. Ogni mese di terapia in più porta degli utili e la qualità della vita del paziente non è certo una preoccupazione a meno che con altri farmaci ci sia la possibilità di migliorarla, con un ulteriore guadagno.

Un mio vecchio amico pochi mesi fa ha rischiato di andarsene per un Carcinoma al rene, asintomatico. Si dovrà curare per tutto il resto della sua vita con un farmaco, il Sutent (un receptor protein-tyrosine kinase inhibitor) con effetti collaterali pesanti ma sopportabili. Il costo è di circa 9.000 € al mese.

Questo farmaco “targeted” (mirato) ha un’efficacia di un paio d’anni perché a un certo punto le cellule che sopravvivono al trattamento (impossibile eliminarle tutte) si trasformano, e allora bisogna cambiare passando al Sutent 2… poi al 3 e così via. Nel caso del Carcinoma al rene l’aspettativa di vita si allungata notevolmente con questa cura ma lo stesso principio non vale ad esempio per il Melanoma che è molto più aggressivo e veloce nel trasformarsi e il malato può resistere solo pochi mesi.

Come la quasi totalità dalle banche, il cui scopo è unicamente quello di arricchirsi a spese dei correntisti che hanno dato loro fiducia, così le industrie farmaceutiche si occupano della salute dei pazienti in una forma sempre subordinata alla logica del profitto. Girano storie tra la fantapolitica e la fantaeconomia, secondo le quali queste “associazioni per delinquere” avrebbero già le cure per alcune malattie ma le terrebbero segrete per motivi di mero profitto. Prendiamo il Diabete, una malattia cronica causata dalla carenza di insulina nel sangue. Se davvero esistesse una cura risolutiva quale sarebbe la perdita in termini economici per le multinazionali? Rimaniamo in Italia, dove ci sono tre milioni e settecentomila diabetici e si stima un milione di casi non ancora diagnosticati. Ogni malato costa circa 4.000 € all’anno che moltiplicato per il numero dei malati produce una cifra vicina ai quindici miliardi di €, ovvero quasi il 15% del fondo sanitario nazionale.

Negli ultimi trent’anni il numero dei diabetici è quasi raddoppiato e questa spesa è destinata a salire. Il giro d’affari relativo al Diabete (15 miliardi di € all’anno solo in l’Italia) a livello mondiale arriva delle cifre difficili persino da concepire. Senza la necessità di affidarsi alla fantapolitica basta affidarsi alla “logica”.

Se esistesse una cura efficace per debellare il Diabete pensate che le industrie farmaceutiche la diffonderebbero per il bene dell’umanità? Io non ci credo. Non è logico ed è contrario alla natura e allo scopo primario di questi grandi gruppi che influenzano le decisioni dei governi per ottenere le migliori condizioni, le più appetibili opportunità di arricchimento a spese dei contribuenti e dei malati.

Qualche anno fa un gruppo di ricercatori italiani mise a punto un rimedio risolutivo per l’ipertensione, un disturbo che colpisce più del 30% della popolazione mondiale. Una casa farmaceutica acquistò il brevetto che fu immediatamente “congelato” e non se ne seppe più nulla. Ovviamente non è possibile ottenere la testimonianza dei diretti interessati poiché la prassi prevede la sottoscrizione di un NDA “non-disclosure agreement”. Il potere economico continua a essere considerato un’arma legittima anche in un caso come questo, dove il vantaggio rimane di pochi mentre la privazione della possibilità di questa cura colpisce miliardi di persone.

Sono consapevole di non avere delle “prove”, solo molti indizi, congetture, e di affidarmi unicamente alla logica per arrivare a queste conclusioni ma, come diceva Giulio Andreotti (che ho avuto occasione di intervistare due volte)…

“A pensare male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca.”… ben consapevole che era anche quello che si pensava di lui.

Giulio Andreotti

Se andiamo ad analizzare lo scenario a fondo, l’unica differenza tra le multinazionali e le grandi organizzazioni criminali è che queste ultime operano al di fuori della legge e rischiano pesanti condanne, mentre le industrie farmaceutiche non corrono alcun pericolo perché hanno trovato all’interno della legalità lo spazio per muoversi liberamente e arricchirsi sotto gli occhi di tutti facendo pagare la collettività, con la complicità dei governi. Per certi versi il crimine organizzato è molto meno diabolico delle multinazionali farmaceutiche: nel momento in cui decidiamo di comprare della droga da un pusher facciamo una libera scelta, forse sbagliata e pericolosa, ma libera, e sappiamo benissimo che le droghe fanno male. Nel caso dei farmaci, come per le vaccinazioni ad esempio, spesso il popolo non ha scelta, o viene indirizzato e persuaso con delle false informazioni.

Vi ricordate l’iniziativa del nostro Ministero della Sanità in occasione della presunta epidemia di “influenza aviaria” partita dall’Asia, che intorno all’anno 2000 cominciò a diffondersi?

Grazie all’Organizzazione Mondiale della Sanità, spinta dai centri di controllo medico americani, il Tamiflu (antivirale prodotto dalla multinazionale svizzera Roche) diventò il farmaco elettivo per il trattamento dell’influenza aviaria.

Ormai è stato appurato il Tamiflu, che avrebbe impedito il passaggio dell’influenza dai polli all’uomo su scala mondiale combattendo un’epidemia che nei grafici clinici avrebbe potuto causare 150mila morti soltanto in Italia, era del tutto inutile. Dall’inizio del diffondersi del panico al 2006, è vero che sono morti alcuni miliardi di volatili, ma nel mondo intero per questo tipo d’influenza ci sono stati solo 62 casi di morte accertata di esseri umani, quando un normalissimo ceppo influenzale provoca una media di 400mila morti all’anno.

Quella del Tamiflu è stata la più colossale montatura della storia della sanità mondiale (tra quelle accertate) e la Roche, grazie all’ondata di panico collettivo magistralmente orchestrata, in un solo anno ha venduto nel mondo confezioni di Tamiflu per 2,64 miliardi € che furono utilizzate da circa 50 milioni di persone. Inutilmente.

Nel novembre del 2005 George W. Bush chiese e ottenne dal congresso americano 1,4 miliardi di dollari per acquistare il Tamiflu. Si scoprirà che il brevetto del farmaco era della società Gilead Sciences Inc, il cui presidente (e proprietario del 22% delle quote) era Donald Rumsfeld, Segretario di Stato della stessa amministrazione Bush, che proprio in quei giorni di “emergenza costruita a tavolino”, impose la somministrazione obbligatoria del Tamiflu alle truppe nordamericane.

(a sx) Donald H. Rumsfeld e George W. Bush nel novembre del 2003

Ecco gli altri ordinativi per questo farmaco del tutto inutile: 2,3 milioni di dosi la Svizzera, 5,4 milioni il Canada, 13 milioni la Francia, 14,6 milioni la Gran Bretagna. L’Italia, governo Berlusconi (Francesco Storace ministro della Sanità), autorizzò l’acquisto di antivirali per il 10 % della popolazione: sei milioni di confezioni, la maggior parte delle quali non furono mai utilizzate e finirono nella spazzatura, con un costo per il contribuente italiano di circa 50 milioni di €.

(a sx) Storace e Berlusconi

Le multinazionali “della salute” investono una parte dei loro immensi untili in un’attenta comunicazione e in una miriade di attività benefiche: sostengo alle università, fondi per la ricerca, borse di studio, finanziamento di riviste e congressi, retribuzioni sottobanco e vacanze premio ai medici per la promozione dei loro prodotti, oltre ai miliardi spesi per la normale pubblicità. Con un potere economico praticamene illimitato non è difficile distogliere l’attenzione dalla realtà ed esercitare un controllo.

La manipolazione dell’opinione pubblica e dei media si fa sui grandi numeri e con grandi mezzi, confezionando un’immagine che viene venduta a miliardi di utenti, attraverso ogni forma che la tecnologia mette a disposizione, mentre le voci controcorrente passano praticamente inosservate.

L’articolo che state leggendo arriverà al massimo a qualche migliaio di persone, di cui forse solo qualche centinaio sarà interessato ad approfondire realmente l’argomento con una lettura che richiede tempo e attenzione, ben oltre la sintesi di un Twitter o di un messaggino su WhatsApp a cui ormai sempre di più tutti siamo abituati.

Kim Jong Un

Non è forse lo stesso per le ultime guerre che ci hanno fatto vedere comodamente seduti davanti alla televisione… dove il reparto “comunicazione” ha ormai la stessa importanza di quello propriamente militare? Il primo grande esperimento è stato Desert Storm e da allora tutte le guerre sono state gestite con la stessa impostazione. Vediamo i lanci dei missili Nord Coreani quasi in tempo reale, davanti alla corte sorridente e compiaciuta di Kim Jong-un, probabilmente un altro pazzo furioso con il bottone per scatenare una guerra nucleare a portata di mano. Molti altri leader non sono da meno, come Donald Trump, le cui conoscenze di geografia politica sono così scarse da ignorare persino che le Virgin Islands sono parte degli Stati Uniti. Una figura di merda a livello planetario, eppure tutto passa, tutto scorre… la stampa ci va a nozze, strabuzza gli occhi e scuote la tesa ridacchiando davanti alle sue sparate proto-naziste.

Donald TrumpL’importante è l’auditel non il contenuto. Forse Kim Jong-un è meno peggio di quello che sembra e nel suo delirante isolamento auto celebrativo rappresenta un elemento di instabilità anarchica che in un’ottica più ampia potrebbe costituire una variabile persino positiva in un mondo sempre più controllato e omologato che andando oltre il maquillage della superfice ricalca sempre di più la geniale profezia formulata da Orwell nel 1948, con un suo romanzo capolavoro “1984”.

Non è un caso se le proteste dell’opinione pubblica sono ormai irrisorie rispetto a situazioni del passato come ad esempio la guerra in Vietnam, dove il dissenso era enorme, visibile in tutte le piazze del mondo.

La “persuasione occulta” è diventata il modus operandi di qualsiasi tipo di comunicazione e con i mezzi che i potentati hanno oggi a disposizione non è così difficile convincere la stragrande maggioranza dell’opinione pubblica che quella “guerra giusta” era invitabile, necessaria a far uscire quel popolo dal medioevo per aiutarlo a conquistare la democrazia, glissando sulle conseguenze disastrose che quella guerra ha provocato.

La stessa strategia prevede la concessione di qualche spazio al dissenso facendo parlare ogni tanto persone illuminate come Gino Strada, ma quel tanto che basta per dare l’illusione della possibilità di una coscienza critica.

Gino Strada

E’ solo e unicamente il profitto il fine ultimo. L’economia della guerra muove trilioni di dollari ogni anno e non è mai in crisi. Quelli che pensano il contrario rappresentano il successo della manipolazione delle informazioni, di cui la maggior parte degli organi di stampa in qualche modo è complice.

Non mi faccio grandi illusioni quindi, ma continuo come tanti a fare il mio dovere, “David contro Golia”, consapevole di quali sono le forze in gioco. Non si sa mai che un giorno fortunato, con una “frombola” (il tipo di fionda che si serve della forza centrifuga per il lancio della pietra usata da David) si possa far crollare un intero sistema grazie un singolo colpo ben assestato che provochi una reazione a catena: ogni tanto è possibile in un mondo globalizzato dove tutto accade simultaneamente.

Il David del Bernini

 

Basti pensare a “mani pulite” (che iniziò il 17 febbraio 1992, con il “colpo” dell’arresto di Mario Chiesa) o a quanto è accaduto con il caso delle molestie sessuali di Harvey Weinstein, un episodio che inaspettatamente ha trovato un pertugio nel muro del silenzio, delle complicità, ed esplode diffondendosi in mezzo mondo, modificando il comportamento e le consuetudini di miliardi di persone, come un tumore, in questo caso benefico, che prende il sopravvento sull’intero “sistema” di un corpo umano.

Mario Chiesa (a sinistra) e Bettino Craxi

 

 

 

Harvey Weinstein

La parabola apocalittica del film “The Matrix” (1999) dei fratelli Wachowscki è una spettacolarizzazione geniale della cecità, dell’ignoranza nella quale siamo costretti a vivere… perché è molto più facile e convenite fare così. Quando Neo (Keanu Reeves), il protagonista del film, si sveglia dal sonno indotto di una vita perfetta e si trova proiettato nell’incubo della realtà, apre gli occhi per la prima volta e solo allora comincia la sua vera vita che appare subito durissima e piena d’insidie.

The Matrix

Neo sceglie comunque di combattere, di morire se necessario, stimolato della scoperta dell’amore per la bellissima Trinity (Kerry-Anne Moss) e dalla fiducia che il carismatico leader dei ribelli Morpheus (Laurence Fishburne) ripone in lui.

Ma Cypher (Joe Pontoliano), il traditore, si mette d’accordo con il diabolico rappresentante del sistema, l’Agente Smith (Hugo Weaving), preferendo tornare a una vita irreale e illusoria, dimenticando l’orribile realtà.

La “medicina traslazionale” è una branca interdisciplinare del campo biomedico il cui obiettivo è di combinare e coordinare le discipline, le risorse, le competenze e le tecniche per promuovere miglioramenti nella prevenzione, nella diagnosi e nelle terapie in generale.

La realtà è che il mondo della ricerca, nella stragrande maggioranza dei casi, è scollegato e “astratto” rispetto alla pratica della medicina, ed è ormai diventato una roccaforte di potere carrieristico e economico che lo rende autoreferenziale e lo allontana dallo sfruttamento clinico delle scoperte.

Ovviamente non si può generalizzare ed esistono molti esempi di “perle” in mezzo alla spazzatura degli interessi delle caste e delle lobby anche nel mondo della ricerca biomedica, che ha permesso di curare tumori prima incurabili, come ad esempio il linfoma di Hodgkin o la leucemia promielocitica.

Se consideriamo però l’efficacia delle terapie, per la stragrande maggioranza dei tumori le cose sono cambiate di poco, magari qualche mese di sopravvivenza in più… ma vale veramente la pena vivere ventotto mesi, invece di ventidue, al costo di terapie debilitanti e costosissime? Il nostro istinto di sopravvivenza ci tiene ancorati alla vita oltre la razionalità, ogni attimo ha un valore e tiene viva un’inconscia speranza insita nella natura umana.

E’ uno dei temi affrontati da Wim Wenders nel suo bellissimo documentario “Lightning Over Water (Lampi sull’acqua – Nick’s movie) del 1980, sugli ultimi mesi di vita di Nicholas Ray (il regista di “Gioventù bruciata”), suo amico e maestro, mentre stava consapevolmente morendo di cancro.

Nicholas Ray

 

La scena finale è bellissima e terribile: dopo aver dimostrato totale disponibilità a mostrare il suo dramma davanti alla macchina da presa, Nicholas Ray dice “basta”, con un gesto brusco della mano come a scansare l’occhio indiscreto dell’obbiettivo: il momento della morte è sacro, richiedere una privacy che non ammette eccezioni.

I finanziamenti per la ricerca vengono concessi secondo dei criteri che non seguono quasi mai la logica della “medicina traslazionale”, nonostante quello che viene sbandierato dalla propaganda. Per esempio, all’inizio degli anni ’80 una grande % dei finanziamenti per la ricerca sui tumori cominciò a riversarsi sulla “terapia genica”, la modifica del DNA delle cellule cancerose al fine di curare non solo le patologie genetiche ma anche il cancro. Fin dall’inizio la maggior parte dei ricercatori era perplessa, convinta che questa strada non fosse efficace, data l’impossibilità di modificare tutte le cellule tumorali con la terapia genica; ma la ricerca “(pseudo)traslazionale” ha devoluto enormi risorse per più di vent’anni a fondo perduto su una strada che poi è stata, come ampiamente previsto, abbandonata.

Perché hanno continuato a finanziare in modo così massiccio le ricerche sulla terapia genica? E’ difficile spiegarselo. Forse chi ha il potere di influenzare la concessione dei fondi per la ricerca in parte risponde anche alle logiche perverse del sistema, incluso il controllo delle carriere accademiche e ospedaliere, ormai quasi esclusivamente basate sulle pubblicazioni scientifiche ad alto “Impact Factor”, che richiedono ricerche sofisticate e altamente costose .

Molte fondazioni o enti che finanziano la ricerca sul cancro, ad esempio l’AIRC (Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro), spesso sembrano scegliere le ricerche da finanziare seguendo delle logiche incomprensibili al pubblico che tendono a privilegiare “la novità” e la “sofisticatezza metodologica” di un progetto piuttosto che la sua potenzialità di fare un passo avanti, in linea di principio o sul piano applicativo, nella lotta contro i tumori.

Se una ricerca è “nuova” (ad esempio, la scoperta di un ennesimo “oncogene”) ma in fondo si sa bene che con ogni probabilità rimarrà confinata nell’ambito della ricerca di nicchia, non sarebbe forse meglio lasciare che sia finanziata da fondi pubblici e invece finanziare con le donazioni dei parenti dei malati di cancro qualcosa meno “trendy” ma con la possibilità di arrivare a un successo dove altri hanno fallito in passato?

Può succedere ad esempio di vedersi rigettata per “mancanza di novità” una richiesta di finanziamento per una ricerca che si proponeva di stabilizzare la Melatonina per farne una formulazione adatta ad essere usata come farmaco anti tumorale.

La Melatonina, oltre a controllare il nostro ritmo sonno-veglia, è un potentissimo antitumorale “in provetta” ma non funziona quando viene assunta dall’organismo. La ricerca di un modo per renderla efficace anche sui pazienti non ha ancora portato a un risultato perché non si è ancora riusciti a stabilizzarla (cioè a evitare la sua rapida escrezione). Un organismo è un “sistema aperto”, non è come una provetta in cui si può controllare e mantenere la concentrazione desiderata di una sostanza aggiunta. Non è mai stato provato che la stabilizzazione della Melatonina è impossibile da realizzare, è solo che fino ad ora nessuno ci è riuscito.

Vivendo in genere nella più totale ignoranza chi è l’insensibile che non risponderebbe positivamente a una vaga promessa di “lotta contro il cancro”? Ma tutto rimane astratto e ci si guarda bene di entrare nei dettagli per far capire a chi tira fuori i soldi come verranno spesi e secondo quali criteri.

“Voi ci date i soldi e noi decidiamo come spenderli…”

Questa è la realtà. Se l’opinione pubblica avesse accesso a una corretta informazione potrebbe scegliere con cognizione di causa a chi destinare il denaro delle offerte, ma la corretta informazione diffusa è un miraggio che si produce di rado.

Perché non sono resi noti dati che ci informino di quanti tra i progetti finanziati da AIRC, Telethon o simili fondazioni siano poi sfociati in “clinical trials” (quelle prove cliniche a largo raggio che comparano l’esito di terapie innovative rispetto a quelle correnti) che sono la principale, se non l’unica, base dei reali avanzamenti terapeutici?

A una lettura superficiale delle statistiche che ci vengono propinate si potrebbe pensare che la lotta contro il cancro sia ormai in dirittura d’arrivo. Di quando in quando, la stampa si preoccupa di comunicarci queste “buone notizie”, forse per riempire qualche vuoto all’ultimo momento o forse perché sparare ogni tanto un po’ di ottimismo sembra una buona cosa per bilanciale il flusso delle continue pessime notizie… ma se puntiamo una lente di ingrandimento sui dati che ci vengono venduti ci apparirà una realtà ben diversa. Prendiamo quelli forniti nel 2015 dall’Associazione Italiana di Oncologia Medica: a cinque anni dalla diagnosi di un tumore la percentuale di sopravvivenza era del 57% per gli uomini e del 63% per le donne. Nel 1990 era del 39% per gli uomini e del 53% per le donne. In venticinque anni un bel progresso che farebbe ben sperare. Ma è veramente così? Se ci limitiamo invece all’efficacia delle terapie, la realtà è che per la stragrande maggioranza dei tumori le cose sono cambiate di poco.

E allora, come spiegare queste statistiche così “brillanti”?

Le tecniche diagnostiche e chirurgiche negli ultimi decenni hanno avuto una grande evoluzione e queste due variabili in particolare fanno sì che il risultato finale sia sfalsato: infatti c’è la tendenziosa abitudine di conteggiare i casi di cancro che non si sarebbero mai sviluppati (i cosiddetti tumori “dormienti”) nel novero dei “curati”.

Ma i tumori dormienti sono tantissimi, probabilmente tutti noi ne abbiamo, ma per la stragrande maggioranza dei casi resteranno dormienti fino a che moriremo per tutt’altre cause. Ad esempio, quasi la metà delle biopsie eseguite su uomini e donne di età maggiore di 60 anni, morti per cause traumatiche (quindi “sani”), presentano piccoli tumori alla prostata o alla mammella…. Una proporzione molto, molto maggiore di quelli che in effetti svilupperanno un cancro nei successivi 30 anni. E così, invece di informare che abbiamo imparato a “vedere” anche i tumori dormienti, le statistiche includono quei casi tra i tumori “guariti”!

Se questo non è barare…

Sicuramente spargere un po’ di ottimismo non fa male, anzi aiuta il morale dei malati e magari sortisce anche un benefico effetto placebo. Ma siamo sicuri che sia questa la ragione principale? Oppure c’è un interesse a manipolare il consenso?

“Le cose stanno procedendo nel verso giusto grazie alle donazioni che ci avete fatto in passato e se continuerete ad aiutarci abbiate fede che riusciremo a rendere il cancro una malattia sempre più curabile”.

Il fatto poi che con quelle donazioni si finanziano ricerche di nicchia non comparirà sui bollettini trimestrali distribuiti ai benefattori.

 

“Padova, ragazza 18enne muore di leucemia: i genitori si erano opposti all’uso della chemioterapia.”

 

“Padova, famiglia rifiuta la chemio, ragazza muore di leucemia.”

 

“I genitori le negano la chemioterapia. Eleonora muore a 18 anni di leucemia.”

 

“Minorenne rifiuta chemio e muore: indagati genitori.”

Ecco come la stampa presenta in modo tendenzioso una notizia come quella di una minorenne che rifiuta la chemioterapia con il consenso dei genitori e muore. Si vuole mettere una simile scelta alla stessa stregua di un testimone di Geova che non vuole una trasfusione.

“Non hai fatto la cura e sei morto!”

Il messaggio subliminale è:

“Noi curiamo il cancro.”

Lo fanno in modo subliminale perché non ti posso promettere: “Hai la leucemia? Io ti guarisco.”

Possono dirti però:

“Non hai voluto fare la terapia è sei morto.”

Ovviamente quello che non dicono è:

“Quasi sicuramente saresti morto anche con la terapia, magari allungandoti la vita di qualche mese al prezzo di effetti collaterali pesantissimi e un costo esorbitante.”

 

Matrix è la realtà.

 

 

 

Ferdinando Vicentini Orgnani

 

CONTAMINAZIONI n° 9 – Il Rolex di Che Guevara

Il 1° aprile 1971, una giovane donna di nazionalità tedesca si presentò al Consolato della Bolivia di Amburgo per un visto e chiese di incontrare il console, Roberto Quintanilla Pereira, un colonnello dei servizi speciali dell’esercito boliviano passato alla carriera diplomatica. Dopo un po’ di anticamera fu ammessa nello studio del console e i due rimasero soli. L’incontro fu breve. Non sappiamo se ci fu una vera e propria conversazione o soltanto dei convenevoli. La donna estrasse una Colt Cobra 38 Special e sparò tre colpi uccidendo l’uomo all’istante.
Prima di fuggire lasciò un foglio di carta con scritto “Vittoria o morte” e la sigla ELN (Ejército de Liberación Nacional).
La moglie di Quintanilla, accorsa per gli spari, tentò inutilmente di fermare l’assassina che nella colluttazione si lasciò dietro una parrucca, la borsa e la pistola.

Quintanilla presenta il cadavere del Che

I documenti contenuti nella borsa svelarono la sua vera identità: Monica Ertl. Era nata in Germania nel 1937 ma dal 1952 viveva in Bolivia. Aveva “giustiziato” Roberto Quintanilla, colpevole di aver fatto scempio del cadavere di Ernesto Che Guevara tagliandogli le mani per consegnarle agli americani (così da poterlo identificare con certezza) e di aver ucciso Inti Peredo, compagno di Monica, che aveva assunto il comando della “guerrilla” in Bolivia dopo la cattura del Che.

Monica Ertl

Il governo boliviano mise una taglia di 20mila dollari sulla sua testa, una cifra enorme all’epoca. La pistola utilizzata per uccidere il console boliviano era stata regolarmente acquistata in un’armeria di Milano il 18 giugno 1968 da Giangiacomo Feltrinelli, nei cui confronti fu subito spiccato un mandato di cattura per complicità nell’omicidio. Feltrinelli, che aveva finanziato l’intera operazione, deve aver incontrato Monika Ertl nelle settimane precedenti. Da tempo si era dato alla clandestinità, che continuò fino a quando il suo corpo dilaniato dalla dinamite fu trovato sotto un traliccio a Segrate il 14 marzo 1972.

Giangiacomo Feltrinelli

Due anni dopo l’azione di Amburgo, il 12 maggio 1973, Monika Ertl cadde in un’imboscata a La Paz. Il suo corpo non fu mai restituito alla famiglia. Era l’unica figlia di Hans Ertl, operatore cinematografico che lavorò con Leni Riefenstahl nel celeberrimo film sui giochi olimpici di Berlino del 1938. Hans fu poi fotografo e cineoperatore di Rommel in Africa. Pur non essendo un “nazista”, spesso veniva ricordato come “fotografo di Hitler” e sicuramente dopo la guerra non ebbe vita facile, tanto che nel 1950 decise di emigrare con tutta la famiglia per cominciare una nuova vita. Approdò in Cile ma l’anno dopo si trasferì in Bolivia, a Chiquitania, a 100 chilometri circa da Santa Cruz de la Sierra.

HANS ERTL e LENI RIFENSTAHL

Monika aveva quattordici anni quando iniziò l’esilio degli Ertl. La sua storia è nota. Un giornalista tedesco, Jurgen Schreiber, ha scritto un libro su di lei: “La ragazza che vendicò Che Guevara”. Rimangono invece molti dubbi intorno alla morte del Che, alle circostanze e convenienze che la favorirono. Molte le versioni dei fatti, piene di congetture e inesattezze, distorte dalla mitologia germinata attorno alla figura del guerrigliero/eroe per eccellenza, come il racconto celebrativo e ideologico “El mi amigo Che”, del giornalista argentino Ricardo Rojo. Diversi documentari sono stati realizzati sull’argomento e alcuni film, tra i quali quello del 1969 “Che!” di Richard Fleischer con Omar Sharif nei panni di Ernesto Guevara, e quello del 2008 di Steven Soderbergh “Che l’argentino”, con uno straordinario Benicio del Toro, premiato come miglior attore a Cannes.

Omar Sheriff interpreta El Che

Benicio Del Toro nei panni del Che

 

Il primo si può definire un “instant movie” ante litteram realizzato sull’onda dell’immediata mitizzazione del Che. E’ certamente un film datato e retorico ma non privo di coraggio: la posizione morbida nei confronti della rivoluzione cubana, alla quale viene riconosciuto il merito di aveva ribaltato la feroce e corrotta dittatura militare di Fulgencio Batista, non era per niente scontata a quel tempo.

Il film di Soderbergh, diviso in due parti, dura più di quattro ore: dal successo della rivoluzione cubana che sorprese il mondo e determinò un altro polo nel gioco della “guerra fredda”, alla fine del Che, braccato dall’esercito boliviano, catturato e giustiziato. Si percepisce molto bene il senso di sconforto e disorientamento che deve aver accompagnato Che Guevara nelle ultime settimane della sua vita, quando si accorse che la missione in Bolivia aveva persino meno senso di quella già fallimentare in Africa, ma il film non prende alcuna posizione su ciò che avrebbe senso cercare di ricostruire dopo tanti anni. A parte l’intrattenimento e la qualità degli interpreti è difficile comprendere la necessità di un’ennesima ricostruzione di uno degli episodi più discussi della storia recente, senza aggiungere nulla di nuovo, di significativo, senza rivelare nulla sulle forze in gioco che portarono alla fine iniqua del Che in Bolivia.

La lettura superficiale della realtà può essere fatale ed è proprio quello che gli successe in Bolivia nel 1967. “Cada macaco no seu galho” un proverbio che ho sentito in Brasile suggerisce di impegnarci in ciò conosciamo bene e non in quello che con arroganza pretendiamo di conoscere.

La missione in Bolivia era assurda per vari motivi. Il Presidente in carica, René Barrientos, era molto popolare: nonostante fosse arrivato al potere nel 1964 con un colpo di stato e avesse assunto come consigliere il criminale nazista Klaus Barbie, era stato poi democraticamente rieletto nel 1966. Padroneggiava le lingue tradizionali (Aymara e Quechua) e con il suo elicottero viaggiava continuamente, raggiungendo ogni piccolo borgo sperduto, dove spesso si ubriacava con i campesinos e si prestava a tenere a battesimo i loro figli.

René Barrientos Ortuño

La sua riforma agraria aveva già concesso molte terre ai contadini e quando il Che chiedeva aiuto ai boliviani con la prospettiva di un’equa distribuzione della terra, non si rendeva conto che la politica populista di Barrientos aveva già annullato un elemento chiave della sua strategia.

Anche il partito comunista boliviano fu poco collaborativo con il Che perché aveva ricevuto precise indicazioni dall’Unione Sovietica che lo considerava un elemento pericoloso e destabilizzante, specie dopo le sue aperte critiche ai pericoli dell’influenza sovietica in Africa con il discorso di Algeri del 24 febbraio 1964.

Il Che ad Algeri

Dariel Alarcón Ramiréz, detto “Benigno”, fu uno dei pochi sopravvissuti del gruppo del Che in Bolivia. Aveva combattuto al suo fianco dal 57’ e lo aveva seguito anche in Congo. Con due compagni, dalla Bolivia era riuscito ad attraversare il confine cileno. I tre sopravvissuti se l’erano cavata grazie alla protezione di Salvador Allende, allora Presidente del Senato. Al rientro a Cuba, Benigno fu accolto da eroe e fece carriera, ebbe cariche e riconoscimenti, ma nel 1996 fuggì a Parigi approfittando di un permesso dell’unione degli scrittori cubani e rinnegò la sua vita, accusando Castro di aver tradito la rivoluzione.

Fidel Castro

Le rivelazioni di Benigno sono interessanti per inquadrare meglio il disastro dell’avventura boliviana del Che.

«Cienfuegos e Guevara facevano ombra a Fidel. C’erano contrasti nel gruppo dirigente. Poi Cienfuegos morì in un misterioso incidente. Ero con Guevara in Congo, quando Fidel rese pubblica una lettera in cui Guevara dichiarava di rinunciare ad ogni incarico e alla nazionalità cubana. Il Che prese a calci la radio e urlò: Ecco dove porta il culto della personalità! Il comandante aveva scritto la lettera dopo il discorso di Algeri in cui aveva messo in guardia i paesi africani dall’imperialismo sovietico. Credo che quel discorso fu la sua condanna a morte.». 

Dariel Alarcón Ramiréz

Dal 2008 al 2013 ho viaggiato nove volte in Bolivia per le riprese di un documentario. Sapevo che il Che aveva trovato la morte proprio li, durante una della sua tante “crociate in difesa dei deboli”, braccato e accerchiato dalle forze reazionarie, con l’aiuto dei soliti americani che ne avrebbero chiesto l’esecuzione sommaria, senza immaginare che stavano contribuendo alla creazione di un mito. Era una lettura molto superficiale. Del tutto accidentalmente ho avuto poi accesso a delle informazioni dirette sulla morte di Che Guevara e dopo averle lasciate sedimentare per un po’ mi sono deciso a scriverne, nonostante l’argomento sia quasi “intoccabile”. Mi sento legittimato dalla mia grande fiducia nella logica…

Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi. Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero.”

E’ importante ricordare ogni tanto le parole di Pier Paolo Pasolini che con il suo indimenticabile intervento sul Corriere della Sera (14 novembre del 1974) definisce il senso più profondo del nostro lavoro e la responsabilità che comporta.

Pier Paolo Pasolini

Dopo il fallimento della missione in Africa il Che era tornato a Cuba, dove ormai stava diventando sempre più scomodo per Fidel Castro. Il suo carisma era enorme, la sua popolarità ingombrante. La sua natura di guerrigliero e il suo carattere poco si adattavano alla gestione del potere politico e a tutte le problematiche e burocrazie annesse e connesse.

La mia amica Eloisa Lopez-Gomez è nata in Brasile ma i suoi genitori emigrarono da Cuba: il padre nel 1961, la madre nel 1966. A firmare i documenti di espatrio per sua madre fu proprio Ernesto Guevara, appena tornato dall’Africa. Eloisa sperava che sua madre avesse conservato quel “foglio di via”, ma purtroppo è andato perduto.

Fidel castro e il “Che”

Se pure è logico e ovvio, rimane sorprendente come i frammenti di storie lontane s’intersecano nel mondo in luoghi e piani temporali differenti, e questo frammento che Eloisa mi ha riportato suggerisce un Che “piccolo burocrate”, obbligato ad applicarsi nelle noiose mansioni pratiche che la sua carica istituzionale a Cuba necessariamente comportava, lontana dall’esistenza avventurosa dei campi di battaglia.

D’altra parte a Cuba non sarebbe mai potuto diventare “Fidel” essendo lui argentino, uno straniero quindi, nonostante tutto. Il suo sogno era di portare il modello della rivoluzione cubana anche nel suo paese, dove a pieno diretto sarebbe potuto diventare il “leder maximo”.

Nel 1962 in Argentina un colpo di stato militare aveva fatto cadere il presidente Arturo Frondizi. Jorge Ricardo Masetti fu l’unico giornalista argentino a coprire la rivoluzione cubana e si fermò alcuni anni a Cuba dove nel 1959 fondò e diresse l’agenzia si stampa ufficiale del governo rivoluzionario “Prensa Latina”. Tornato nel suo paese nel 1963 con un gruppo di guerrilla tentò di far partire la rivoluzione anche in Argentina, ma dal 1964 scomparve nella giungla, si persero per sempre le sue tracce.

Jorge Ricardo Masetti

Il Che, che voleva ripartire da dove Masetti aveva lasciato, non ascoltò i consigli dei suoi compagni boliviani che suggerivano di concentrare l’azione a nord est, una zona che conoscevano bene, dove potevano contare sull’appoggio della popolazione locale, ma si ostinò invece a spingersi a sud, verso il confine argentino appunto. Con soli trenta uomini, senza appoggi, braccato da tremila soldati, la sua fine era già scritta.

La sua prigionia durò solo un giorno, in una baracca nei pressi del villaggio La Higuera, dipartimento di Santa Cruz. La decisione di giustiziarlo fu presa molto rapidamente, non dai soliti americani come erroneamente si crede (che avrebbero preferito interrogarlo a dovere) ma dal presidente dalla Bolivia. René Barrientos era reduce da una vicenda analoga che non voleva si ripetesse: il caso Debray. Qualche mese prima, giornalista francese, uno dei componenti della guerrila del Che era stato catturato.

Jules Régis Debray

 

L’intenzione della giustizia boliviana era di metterlo a morte ma con il passare dei giorni si era sollevata una grade protesta. Oltre al governo francese e alle varie ONG, per salvare la vita a Debray firmarono importanti intellettuali di molti paesi del mondo tra i quali gli italiani Ungaretti, Pratolini, Moravia, Pasolini, Fellini, Silone…

Alla fine Barrientos fu costretto a cedere: Debray fu liberato.

Per questo motivo quando il Che fu catturato, la decisione di eliminarlo fu presa in meno di ventiquattro ore.

Jules Régis Debray è considerato da molti il vero traditore di Che Guevara, quello che avrebbe fornito le informazioni utili alla sua cattura. Il suo avvocato ha reso pubblica una lettera scritta da Debray durante la prigionia, nella quale comunicava di aver raggiunto un accordo con il governo boliviano… ma questo è un elemento secondario del puzzle.

Ecco come andarono le cose.

Nel 1967 Gary Prado Salmòn era un giovane Capitano dei Rangers dell’esercito boliviano, aveva solo 28 anni quando il gruppo al suo comando catturò il Che a la Quebrada de Churo.

Gary Prado Salmon

A differenza delle varie versioni, più o meno romanzate, fu lui l’ultima persona a parlare con Che Guevara prima della sua esecuzione. Gli comunicò che la decisione era stata presa e che l’ordine sarebbe stato eseguito. Il Che gli affidò il suo Rolex, chiedendogli di farlo avere alla sua famiglia. Fu Mario Teran, un soldato semplice di 27 anni, a premere il grilletto.

Anni dopo Gary Prado ebbe modo di mantenere la promessa e consegnò il Rolex all’ambasciatore cubano, che a sua volta lo fece arrivare alla famiglia Guevara.

Una foto del “Che” con il Rolex GMT

E’ probabile che esistano diversi Rolex del Che e altre storie e particolari che li riguardano (come a Zanzibar esistono diversi luoghi dove sarebbe nato Freddie Mercury)… ma questa versione, una testimonianza diretta di Gary Prado, mi sembra la più attendibile e anche la più bella.

Le imprecisioni sul momento della morte di Che Guevara sono anche dovute al fatto che nell’esercito boliviano c’erano ben tre Mario Teran. Un giornalista americano intervistò un “Mario Teran”, ma non era lui il boia di Che Guevara. In cambio di qualche centinaio di dollari, l’omonimo soldato, che come tutti conosceva bene la storia, andò a braccio e anche per compiacere il giornalista offrì una versione romanzata dei fatti, quello che voleva sentire.

Mario Teran

A Montero, dove ancora oggi vive Mario Teran, c’è una cultura contadina molto semplice, dove “farsi belli” di fronte agli altri è qualcosa di impensabile. Il vero Mario Teran non ama parlare di quell’episodio ma assicura che nessuno gli ordinò di uccidere il Che, fu lui a offrirsi volontario perché poco tempo prima la guerrila aveva ucciso il caporale Kalani, il suo migliore amico, e altri soldati dell’esercito boliviano, tutti giovanissimi.

Si trovano molti resoconti di quelle ultime ore del Che nelle quali si afferma che gli ufficiali gli fecero bere una bottiglia di Rum affinché si facesse coraggio di fronte alla prospettiva di uccidere il grande uomo. Ciò non corrisponde al vero. Mario Teran era pieno di risentimento: entrò nella baracca dove il Che stava seduto con le gambe appoggiate a un tavolo. Gli avevano sparato alle gambe e la ferita doveva essere molto dolorosa: teneva il capo chino, con una smorfia di dolore. Non alzò mai lo sguardo. Senza tergiversare e certamente senza alcuno scambio di parole con la sua vittima, sparò una prima raffica di mitra, si avvicinò e sentì un rantolo… Saprò una seconda raffica per finirlo, giustiziando quello che per lui era un assassino e non un mito.

La famosa foto di Alberto Korda, icona del 68’, è ancora oggi tra gli scatti più famosi della storia della fotografia e ha contribuito a fare dell’immagine del Che una presenza familiare per diverse generazioni in tutto il mondo. La foto che ritrae Che Guevara morto, altra icona che ricorda il meraviglioso “Cristo morto” del Mantegna (conservato nella Pinacoteca di Brera), fu scattata dopo aver lavato il suo corpo, sistemando anche barba e capelli.

Il Cristo del Mantegna

Certi scatti hanno caratteristiche misteriose e permettono di consegnare al mito il soggetto che riproducono, risultato di un’equazione che combina l’intuizione geniale del fotografo con le circostanze della vita del soggetto in rapporto al momento storico. Magiche coincidenze che, come per le storie d’amore, rimarranno sempre un mistero che fa sognare.

 

Ferdinando Vicentini Orgnani

 

PS

Devo ringraziare il mio amico boliviano, Hugo Acha (ingiustamente perseguitato dal regime di Evo Morales, rifugiato politico a Miami) per tutte le informazioni utili che mi ha fornito e per avermi aiutato focalizzare questa vicenda lontana nel tempo, avendo conosciuto personalmente la maggior parte dei testimoni che ho citato, persino il “boia di Lione” Klaus Barbie, che quando Hugo era un bambino (biondissimo), aveva visto in lui un perfetto esemplare della “razza ariana”.

CONTAMINAZIONI n° 8 – Il misterioso annullamento dell’inerzia. “The Salesman” di Asghar Farhadi e “Interazioni d’urto n°1” (la porta magica di Daniele Puppi)

La Cinematheque di Miami Beach (1130 Washington Ave) è forse la sala cinematografica più accogliente che conosco. Avrà al massimo sessanta/settanta posti. Una pianta irregolare, con una specie di corridoio aperto che le gira intorno e permette al pubblico di passare dietro lo schermo, seguendo un percorso di manifesti, fotografie, oggetti e libri… sempre interessanti per curiosare un po’ in attesa del film. Ci sono andato diverse volte negli ultimi due anni, da quando ho iniziato a frequentare assiduamente Miami, e la speciale atmosfera che si respira, un po’ retrò, è perfetta in quella miniatura che ti fa sentire fuori dal tempo. E’ uno spazio sospeso, e la visione di un film si arricchisce di quello che il “contenitore”, come un velo discreto e avvolgente, aggiunge all’abituale magia della proiezione in sala per un gruppo di sconosciuti che hanno scelto di assistere allo stesso spettacolo.

cinemateque

La selezione è tipicamente “art house”: in quel cinema ho sempre visto dei film interessati ma l’ultimo è stato davvero sorprendete. La sorpresa deve venire anche dal fatto che si tratta di un film iraniano, prodotto di un altro mondo quindi, di un’altra cultura, di una diversa sensibilità.

The Salesman” di Asghar Farhadi, premio Oscar come miglior film straniero 2017. Il regista non è andato a Los Angeles a ritirarlo per protesta contro il provvedimento del governo Trump che vuole limitare l’ingresso negli Stati Uniti dei cittadini di sette stati considerati ad alto rischio terrorismo, tra i quali appunto l’Iran. Durante la premiazione degli Oscar, in un clima un po’ radical chic e militante, decisamente critico verso il neo eletto Presidente, Farhadi ha affidato a una lettera le sue rimostranze, ricevendo la prevedibile ovazione della sala.

salesman

Il film è straordinario nella sua esotica semplicità. Emad insegna in un liceo, ma è anche un attore di teatro piuttosto apprezzato. Lui e la moglie Rana sono i protagonisti di “Morte di un commesso viaggiatore” di Arthur Miller, che una compagnia teatrale sta mettendo in scena.

Costretti ad abbandonare il loro appartamento per un cedimento strutturale del palazzo, trovano una soluzione abitativa temporanea grazie a un collega, e si trasferiscono in un altro quartiere di Teheran. Per un errore di persona, Rana, mentre sta facendo la doccia, viene aggredita da un vecchio cliente/amante della precedete inquilina, una donna di facili costumi..

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Emad non vuole coinvolgere la polizia e inizia una sua indagine personale che lo porta a scoprire il colpevole in un finale carico di tensione, sorprendete per il movimento tellurico dei sentimenti dei tre protagonisti.

Con pochi mezzi, senza effetti speciali, affidandosi solo a una grande scrittura e un gruppo di bravi attori, Farhadi conduce il pubblico nel suo gioco perfetto. La storia si muove con passo lento, ma con un ritmo emotivo incalzante che non da tregua. Significativo il fatto che scelga Rana quale depositaria di un’istintiva saggezza e umanità, di una superiorità morale: davanti al suo assalitore, umiliato e vinto, lei sola è capace di perdonare, mentre il marito, accecato dal rancore, non vede al di la del suo naso.

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Il colpevole, un uomo anziano e malato, è certamente un essere meschino ma è anche vittima del caso e della sua stessa debolezza. Le scuse che rivolge a Rana sono sincere, ma solo lei è in grado di leggere la sua disperazione, il terrore di perdere la faccia davanti alla sua famiglia per gli atti indegni che ha commesso, per la sua pochezza umana. La donna, in quel momento drammatico, non può che provare dell’affetto per lui e tendergli la mano con una carità che nel nostro mondo potremmo banalmente definire “cristiana”, ma è invece qualcosa di universale che convive in ogni essere umano con gli istinti più feroci. Questo movimento di sentimenti, contrastanti e contrastati, è davvero commovente.

Il film di Farhadi rimane nell’animo e ogni tanto riaffiora, per associazione, per similitudine, o per contrasto. Mi è tornato in mente pochi giorni fa, dopo un paio di mesi, quando meno me lo aspettavo.

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Era un po’ di tempo che avevo la curiosità di vedere dal vivo un’opera realizzata da Daniele Puppi a Milano, a casa di una coppia di collezionisti.

Ho conosciuto Daniele a Roma nel 2006 per scoprire che eravamo cresciuti a pochi chilometri di distanza in due paesi del Friuli, in provincia di Pordenone. Negli anni a seguire siamo diventati amici, abbiamo iniziato a collaborare ogni volta che si sia presentata un’occasione e ci teniamo informati sulle novità delle nostre vite e del lavoro. Sicuramente siamo dei “compagni di viaggio”, una tipologia speciale di amici, particolarmente preziosa, che non da mai niente per scontato ma non ha bisogno di conferme. Esiste una parola turca che sintetizza questo concetto: DOST. Nel mondo posso contare su una piccola rete molto selezionata di “dost” che “camminano con me” appunto. Daniele è uno di loro.

Daniele Puppi
Daniele Puppi

L’opera che sono andato a vedere a Milano è stata realizzata su commissione, in uno spazio molto preciso: l’ingresso di un grande appartamento del centro, dove vivono Franco Tatò e sua moglie Sonia Raule. Sapendo che presto sarei andato a Milano, Daniele ha chiesto a Sonia se potevo passare a vedere la sua opera. Per un altro caso della vita (o per un’ennesima conferma della teoria dei “sei gradi di separazione”) quando ancora non conoscevo Daniele, avevo già incontrato Sonia a Roma, attraverso un comune amico che ha avuto un’importanza notevole per entrambi. Un altro “dost”, che purtroppo ha concluso la sua vita nel giungo del 2005. E’ con lui che anche Sonia, dopo essersi occupata di televisione per diversi anni (fino a diventare direttore dei programmi a Tele Montecarlo nel 2000) ha iniziato a produrre cinema con diversi film interessanti all’attivo, tra i quali “Miral” di Julian Schnabel, tratto dal libro dalla sua allora moglie, Rula Jebreal.

Sonia Raule e Franco Tatò
Sonia Raule e Franco Tatò

Sono arrivato all’appuntamento con la mia abituale puntualità friulana, alle 17:55. Sonia non era ancora arrivata e mi sono presentato a Franco Tatò che era in compagnia di una delle sue figlie. Non sapevano chi fossi ma mi hanno accolto bene e sono rimasto a conversare con loro in attesa della padrona di casa, che era rimasta un’ora indietro e pensava fossero ancora le 17:00.

Avevo sentito parlare molto di Franco Tatò quando era Amministratore Delegato dell’Enel (dal 1996 al 2002), ed era soprannominato “Kaiser Franz” per il rigore che aveva dimostrato nella sua volontà di risanamento dell’azienda.

Ne ho avuto subito un’ulteriore conferma.

Per rompere il ghiaccio e trovare un terreno comune, ho buttato lì la mia esperienza di lavoro per l’Enel con la produzione di un documentario nel 1994 che aveva un budget notevole.

“Quando c’era uno spreco vergognoso di denaro pubblico.” – ha commentato con ironia – Poi sono arrivato io.”

E’ andata meglio con Cardarelli, quando il discorso si è spostato sui suoi anni di formazione a Lodi. Nato nel 1932, a undici anni Franco Tatò ha avuto un incontro fondamentale con un insegnante che tra le altre cose aveva imposto ai suoi allievi, contro corrente, la traduzione dell’Odissea di Ettore Romagnoli (Zanichelli, 1923) rispetto a quella in versi del 1805 di Ippolito Pindemonte, all’epoca ancora utilizzata a tappeto in tutte le scuole del regno. Lo stesso insegnante, invece delle poesie di Pascoli, gli aveva fatto imparare a memoria quelle di Vincenzo Cardarelli… e lì forse ho guadagnato qualche punto, ricordando la citazione/omaggio che Tomasi di Lampedusa fa a Cardarelli nel Gattopardo.

Vincenzo Cardarelli
Vincenzo Cardarelli

Mentre sorseggiava un beverone di proteine, criticato dalla figlia assolutamente contraria a quel tipo di alimentazione, Franco Tatò ha iniziato improvvisamente a declamare Cardarelli, ma non con intento auto celebrativo… era un momento della sua dimensione mitologica privata che regalava alla figlia, e in quel caso anche a me che ho avuto la fortuna di capitare li al momento giusto. Quello scambio padre/figlia era molto bello e sincero. Lei ammetteva di non essere stata mai esposta alla poesia, di ignorare ci fosse Cardarelli, e si rammaricava che con tale ritardo il padre l’avesse stimolata con quei suoi lontani ricordi. Quello che mi ha sorpreso è la capacità di Franco Tatò nel declamare versi: uno stile asciutto ma partecipe, autorevole ma per niente aulico, molto intimo invece in quanto rivolto alla figlia che gli stava davanti. Bravissimo!

Il discorso è poi tornato ancora sulla grande lezione del suo insegnate delle medie che era riuscito a stimolarlo nella giusta direzione, dandogli la dimensione di elasticità e adattabilità che dovrebbero avere la cultura e l’insegnamento.

Mi ha fatto pensare a mio padre, laureato in fisica teorica, che mi aveva parlato di un suo insegnante di matematica del liceo e di quanto fosse stato fondamentale per la sua formazione. Se penso ai miei insegnanti del liceo non trovo nulla del genere. Solo più tardi, all’università, ho riconosciuto dei maestri: Jean Chirstensen, docente di storia della musica all’università di Louisville… Francesco Dal Co e Massimo Cacciari che ho seguito per un paio d’anni quando insegnavano rispettivamente storia dell’architettura ed estetica alla facoltà di architettura di Venezia.

Cacciari (dx) e Dal Co (sx)
Cacciari (dx) e Dal Co (sx)

Forse nell’arco di poche generazioni c’è stato un decadimento del livello degli insegnanti di medie e liceo, oppure mio padre e Franco sono stati più fortunati di me.

Il discorso è poi passato alla Divina Commedia che da ragazzo aveva imparato a memoria integralmente… ma ora si ricorda solo qualche frammento. Ed ecco che nel bel mezzo di una declamazione dantesca, Sonia fa il suo ingresso in casa…

Sonia Raule
Sonia Raule

Ci siamo fermati un attimo a ricordare il comune amico che ci ha lasciati (il “dost” che abbiamo condiviso) e dopo qualche informazione di carattere generale mi ha portato a vedere l’opera di Daniele nell’ingresso, accendendo le luci.

Ci vuole del coraggio per osare un simile azzardo e ospitare un’opera così invasiva nel proprio ingresso di casa! Mi sono avvicinato, spostandomi nella stanza per osservarla bene dalle diverse angolazioni.

“E’ stata lei…!” ha puntato il dito Franco.

A quanto pare, approfittando di una sua assenza per lavoro, lo aveva messo davanti al fatto compiuto, facendo installare l’opera dove lui aveva pensato di sistemare una parte della sua grande biblioteca.

Conosco bene il lavoro del mio amico friulano, ma quello che ha fatto in quello spazio “privato” è qualcosa di completamente nuovo.

Ho lavorato con lui la prima volta nel marzo del 2008, girando una breve documentario su una sua grande video installazione all’hangar Bicocca (“Fatica n° 16”) realizzata in collaborazione con Magazzino d’Arte Moderna di Roma e curata da Federica Schiavo. In quello spazio enorme, prima della ristrutturazione dell’hangar (100 x 30 metri, 8 metri di altezza), aveva utilizzato sette videoproiettori sincronizzati che con la necessaria complicità del suono davano per una frazione di secondo la sensazione di una dilatazione dello spazio, giocando con lo sfalsamento della percezione dei nostri sensi.

fatica n. 16
fatica n. 16

Il lavoro a casa di Sonia e Franco invece, è un oggetto fisso e inanimato che stranamente riesce a dare una percezione analoga e persistente, giocando con la proporzione sballata del volume in relazione con lo spazio che lo ospita.

E’ una “porta gigante” che seguendo una traiettoria quasi diagonale, taglia la stanza a metà, con spavalderia, osando un gesto estremo che sembra non temere conseguenze, che non si preoccupa in alcun modo di avere una funzionalità, un senso pratico. Quel movimento aggressivo e inaspettato è una sorpresa per chiunque entri in casa. Il titolo dell’opera rende l’idea: “Interazioni d’urto n° 1”

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Questo lavoro, forse più degli altri, è in linea con il carattere di Daniele che a volte appare totalmente privo di diplomazia e pur di chiarire il suo punto di vista arriva a essere quasi aggressivo, parlando senza filtri, lasciando le persone che lo ascoltano perplesse, a volte offese. Mi è capitato più volte di assistere a queste dinamiche che mi divertono molto, che per me sono una conferma del valore della persona e del suo lavoro. In un mondo pieno di lacchè che non si vogliono esporre, che si muovono timidamente per non perdere posizioni, Daniele va avanti con spavalderia e coraggio, rischiando sempre, con candore e onestà intellettuale.

Interazioni d'urto
Interazioni d’urto n. 1

Come per il film di Asghar Farhadi che fa esplodere i sentimenti dei protagonisti della storia nell’immobilità di una stanza, ecco un altro movimento tellurico interiore che annulla l’inerzia dell’oggetto e gli dà vita con una dinamica misteriosa, troppo complessa per essere sviscerata razionalmente, ma il cui potente effetto percettivo e innegabile. La grande “porta magica” vibra come un diapason, ma è come se lo facesse in una dimensione parallela di cui percepiamo solo l’eco, in contrasto con la nostra lettura razionale.

Jim Morrison
Jim Morrison

Sarebbe certamente piaciuta a Jim Morrison, che scelse per la sua band il nome “The Doors”, proprio pensando a “The doors of Perception” di Aldous Huxley… e a Dino Buzzati, che nella sua Milano, raccontava spesso di porte misteriose che permettevano il passaggio da una dimensione all’altra.

Poema a fumetti
una tavola tratta da “Poema a fumetti” di Dino Buzzati

E’ bello sapere che a casa di Sonia e Franco esiste uno di questi “passaggi segreti”, risultato del felice incontro tra la visione di un artista e la volontà sperimentale, l’apertura mentale di chi gli ha dato fiducia, accogliendo il mistero di una creatività estranea tra la mura della propria casa.

 

Ferdinando Vicentini Orgnani

Ferdinando Vicentini Orgnani