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“CITTO”

CITTO” di Daniele Ceccarini

 Dal 10 settembre “Citto” di Daniele Ceccarini uscirà nelle sale italiane.

Il documentario che vuole restituire la vita e l’anima artistica del grande autore di cinema Francesco Maselli detto “Citto”. Un’opera che cerca di ricostruire il profilo di un regista che ha attraversato la Storia italiana.

L’uscita sul grande schermo è anche una scelta di politica culturale, è  infatti distribuito con questo spirito da Cineclub Internazionale il documentario, presentato in anteprima a giugno al Pesaro film festival, scorre tra un ricordo personale, le foto d’epoca che lo vedono insieme ad autori come Zavattini, Visconti e Antonioni, frammenti dai suoi film fino ai ricordi collettivi dei suoi amici e collaboratori tra cui Paolo Taviani, Valeria Golino, Ken Loach, Dacia Maraini, Luciana Castellina.

Si comincia proprio dal modo in cui venne scelto il suo nome o “nomignolo”, per dirla con le sue stesse parole. Fu suo zio, il grande scrittore Luigi Pirandello, a scegliere per lui proprio quel soprannome “Citto”, al posto di Francesco. Un vero imprinting letterario e autoriale che segna questo “enfant prodige” che a 19 anni era al Centro sperimentale, già laureato, per fare il regista. Un regista “sui generis” che ha sempre fatto ricerca, creando dei prototipi, dei film che non possono essere etichettati con precisione, perché sono pura innovazione.

Maselli esordisce con Zavattini: la sua prima esperienza è l’episodio “Storia di Caterina” nel film “Amore in Città” nel ‘53. Nel ‘64 arriva la definitiva consacrazione con il film “Gli indifferenti” tratto dal romanzo di Alberto Moravia: in mezzo, sempre, il grande cinema “Gli sbandati”, “La donna del giorno” e tantissima attività nel documentario. Divenne negli anni prima l’assistente di Antonioni e poi collaboratore di Luchino Visconti. Citto ha messo in gioco fino in fondo l’anomalia italiana della difficoltà del rapporto tra le élite, anche intellettuale, e il popolo: il suo obiettivo è sempre stato quello di “fare cinema per aumentare la coscienza critica”.

“Un artista – racconta il regista del doc Daniele Ceccarini – che non ha rinunciato al sogno di un mondo senza sfruttati, riuscendo a parlare ‘al presente del presente’ e a tradurre in soggetti cinematografici i temi politici: per questo, ho deciso di lavorare a questo documentario. Ho cercato di ripercorrere la storia di un intellettuale militante politico, ricca di episodi e frammenti straordinari, una realtà artistica e di vita in cui è proiettata una visione del mondo e di un ideale”. Proprio per questo il documentario narra anche l’impegno politico che lo ha portato ad essere in prima linea nel ’68 nel blocco della Mostra del cinema di Venezia e nel rinnovamento dello statuto della Biennale del cinema. Nel ‘70 torna con “Lettera aperta a un giornale della sera”, film più celebrato e detestato dalla sinistra, dagli amici e dall’establishment. Per dirla con le parole del regista Daniele Vicari, anche lui nel film: “I suoi sono dei film lancinanti che raccontano l’inadeguatezza di una classe dirigente ad affrontare il mutamento storico e la difficoltà di farsi classe dirigente”. Per trent’anni Maselli ha guidato l’Associazione Nazionale degli Autori Cinematografici (ANAC) è stato fondatore e presidente della Federation Européenne des Realisateurs de l’Audiovisuel (Fera) e presidente dell’Aidaa (International Association of Audiovisual Writers and Directors). Intensa è stata la sua militanza e attività politica nella sinistra prima come membro della Commissione culturale della direzione del Pci fino all’89, dal 1992 nel Comitato politico nazionale di Rifondazione comunista.

Nel cinema con “Storia d’amore” dell’’86 (Premio speciale della giuria e Coppia Volpi alla protagonista Valeria Golino) inaugura una serie di ritratti femminili mai scontati tra cui “Codice privato”, “Il segreto”, “L’Alba”.

Nel 2001 dà vita alla Fondazione Cinema nel presente che riuniva circa 30 autori rappresentativi di tutte le generazioni del cinema italiano: da Ettore Scola a Wilma Labate, da Gillo Pontecorvo a Mario Monicelli. “Eravamo 36 a Genova (G8, ndr), molti di noi non sarebbero mai andati se non ci fosse stato Citto – racconta Wilma Labate – La sua vita è quella di un grande agitatore culturale”. Il film “Citto” si chiude proprio sulla tensione ideale di Maselli, prendendo in prestito il concetto di utopia di Edoardo Galeano.

La lavorazione di “Citto” è iniziata a maggio del 2021, le riprese sono durate fino a settembre.

Il lavoro è terminato a dicembre dello stesso anno dopo un accurato montaggio e analisi di tutto il materiale. La musica è composta da Riccardo D’Ambra e la fotografia è di Francesco Tassara.

UFFICIO STAMPA

Elisabetta Galgani

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