Elisabetta e Vittorio Sgarbi. I fratelli sono una coppia fenomenale, è notorio e accreditato. Hanno portato e portano cultura, bellezza e invenzioni in un panorama del Paese statico e generalmente depresso.
Dunque Elisabetta, per il suo compleanno, ha dedicato al fratello il film Vittorio – in un tempo fori dal tempo. L’8 maggio ha raccolto sulla motonave Stradivari alcune decine di personaggi, amici di famiglia, che hanno raccontato Vittorio. Mentre la nave scendeva lungo il fiume placido. Sì, il Po: grande significato per gli Sgarbi. Se sei di Ferrara e il fiume ti passa vicino, con la sua storia, la sua imponenza e il suo segnale, non puoi più ignorarlo nel tuo percorso di persona e di artista. Lo stesso Sgarbi dirà di essere nato nel ’52, ma concepito nel ’51, l’anno del “Polesine”, quando il Po esondò.
Ero molto curioso del film della Sgarbi. Ho raccontato, molto, di Extraliscio, rivoluzione visionaria di un genere e anche di Nino Migliori, fotografo di qualità. Ma la regista ha gestito una materia statica “parlata” dell’artista, mettendoci invenzioni registiche e di estetica che hanno fatto del documentario un piccolo capolavoro di video-arte.
Con “Vittorio” Elisabetta si trovava ad essere autrice di cento personaggi con un unico copione: raccontare il fratello come in una sorta di giubileo. Il panorama italiano della cultura, dell’arte, della comunicazione c’era (quasi) tutto. Qualche nome fra i molti: la Shammàh che esordisce. E poi Morgan, Cruciani, Mirco Mariani, Colasanti, Andreose, Dolce, Sallusti, Ovadia, Cairo. Punta dell’iceberg, come si dice. E poi sindaci, vicesindaci, artisti, ministro. Quasi tutti e tutto.
Ero curioso, dopo i primi minuti, di vedere come la regista avrebbe gestito tanta roba uniforme. Impresa non semplice. E lei, come sa fare, ha inventato. Si muoveva silenziosa, con giacchina e largo drappo fuxia, inserendosi fra i parlanti di spalle, fissandoli come a tenerli d’occhio. La sua macchia dominava come una lampada accesa. Si spostava agitando il drappo, poi si fermava a guardare l’acqua grigia del fiume e la riva là dall’altra parte. E parlava poco. Ha fatto, sempre di spalle, una dichiarazione forte d’amore verso il fratello. Ha usato canzoni rapinose degli Extraliscio come E’ bello perdersi e Romantic Robot, come connessione indispensabile a unire i blocchi di parole. Una che sa dirigere, sa dirigere anche sé stessa. Per dare dinamicità e spettacolo la regista ha messo insieme un trenino dove lei, pilota, trainava gli altri. Credo che fosse una memoria della sfilata finale felliniana di 8½, oppure quella dei magnifici danzatori di Pina Bausch secondo Wenders. Funzionava.
Anche il festeggiato non parlava molto. Si muoveva quasi sorpreso, in quell’immane salotto mobile. Sorridendo e ringraziando. Fra gli interventi ne estraggo uno davvero fuori dal coro di quel matto geniale visionario che è Morgan. “Sono entrato in una stanza e c’era Vittorio nudo. Così ho paragonato i suoi genitali ai miei, erano simili nella dimensione e nel colore.” Chi altri poteva permetterselo?
C’è stato un momento in cui Vittorio ha fatto Sgarbi, illustrando il dipinto di Caravaggio Riposo durante la fuga in Egitto. Maria è sullo sfondo e dorme tenendo in braccio il bambino. Giuseppe è il protagonista, davanti a lui un bellissimo Angelo. Ed ecco il critico in uno dei suoi paradossi divertenti: “Finalmente Giuseppe, frustrato da anni di astinenza, potrà farsi l’angelo.”
Alla fine Elisabetta ha chiesto al fratello, se avesse gradito la festa. “Certo è stata bella, commovente, musica e balli, ricordi, tanta gente. Ma adesso ho voglia di aria del fiume.”
Tanta gente, tante parole. Ma quando sono arrivati i titoli di coda, quasi ti dispiaceva.
PINO FARINOTTI