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IN QUEL CINEMA STEVEN DIVENNE SPIELBERG

Stephen Spielberg ha presentato a Roma il suo ultimo film The Fabelmans. Trattasi della storia di sé stesso. Sammy Fabelmans è semplicemente Stephen bambino. A sei anni i genitori lo portano al cinema, proiettano Il più grande spettacolo del mondo, di DeMille. La sequenza che entra nella memoria del piccolo è un treno che travolge una macchina sui binari. Il disastro è immane. Il treno trasportava un circo. Morti e feriti, esseri umani e animali che scappano dai rottami.

Stephen, nascendo nel 1947, è stato fortunato, perché aveva l’età perfetta, la più vulnerabile, per accogliere, nella tabula rasa della memoria, della coscienza, la straordinaria materia che apparteneva al cinema degli anni cinquanta, perché quello è decennio di diamante del cinema. Non c’era mai stato e non ci sarà mai più una stagione come quella. Mi sento di dirlo anche per esperienza personale.

Dunque mi sembra un esercizio bello e stimolante penetrare la visione di quel bambino poi adolescente, che tanto cinema, grande e magico, avrebbe inventato.

Il più grande spettacolo del mondo vinse l’Oscar come miglior film in quel 1952. Vale la pena di citare gli altri titoli che componevano la cinquina finalista: Ivanhoe, tratto dal libro di Walter Scott, inventore del romanzo storico; Mezzogiorno di fuoco (Oscar a Gary Cooper); Moulin Rouge musical storico; Un uomo tranquillo (Oscar a John Ford per la regia). Tutti capolavori, enormi. E dico che il film di DeMille non era neppure il migliore. Non c’è dubbio che Sammy-Stephen li abbia visti tutti.

Così scrutiamo le radici, la fonte, le ispirazioni, la materia primaria di quegli anni Cinquanta. Per l’avventura il citato Ivanhoe è il primo campione. Poi ricordo Scaramouche (1952), con Stewart Granger. E Burt Lancaster coi suoi La leggenda dell’arciere di fuoco (1952) e Il corsaro dell’isola verde (1954).

Western: Il cavaliere della valle solitaria (1953), titolo amatissimo, con l’eroe Alan Ladd, tutore dei buoni e giustiziere dei cattivi. Sentieri selvaggi (1956), di Ford, il titolo ritenuto l’“assoluto del genere” dalla critica.

Musical. Ecco Cantando sotto la pioggia (1952) e Un americano a Parigi (1951). Non sono solo film, ma opere d’arte di estetica e musica.

Guerra. Il ponte sul fiume Qwai (1957) è il titolo di genere più premiato della storia: 7 Oscar.

Fantascienza. La cosa di un altro mondo (1951), La guerra dei mondi (1953) e Il pianeta proibito (1956) danno identità diverse, inalienabili, al genere.

Hitchcock! Il decennio è la sua stagione migliore, tutti grandi film, alcuni: La finestra sul cortile (1954), L’uomo che sapeva troppo (1956), La donna che visse due volte (1958). Questo titolo, secondo la testata Sigh end Sound, che ciclicamente redige una classifica dei film, lo pone al primo posto assoluto.

Chaplin! Non manca neppure lui, in quel magico 1952, col suo Luci della ribalta, e davvero non è poco.

Irrompono due che stravolgono spettacolo e cultura: nessuno come loro nei tempi:

Elvis e Marlon. Basterebbero loro a sancire un primato

I Cinquanta e la sua materia, quella di cui son fatti i sogni, come diceva Humphrey Bogart: credo di aver dimostrato quel record.

Il risultato di quelle visioni in quel bambino hanno prodotto roba come

Incontri ravvicinati del terzo tipo, Indiana Jones, Schindler’s List, Salvate il soldato Ryan, La guerra dei mondi, West Side Story. E Sono solo alcune delle derivazioni.

In che misura, di qualità e impatto, Stephen Spielberg fa parte del cinema americano attuale? Lo colloco insieme a Martin Scorsese, Woody Allen e i Coen su un ideale Monte Rushmore dei registi. Certo, ci sarebbero altri nomi, ma, lo dico da sempre, niente è più discrezionale del cinema. Ma su questi… c’è poco da discutere.

Pino Farinotti

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