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QUEL TANGO –SCANDALO- DI PARIGI HA 50 ANNI

Il 1972 è stato un anno decisamente felice per cinema. Titoli e autori. È la stagione de Il padrino (Coppola), Il fascino discreto della borghesia (Buñuel), Sussurri e grida (Bergman), Cabaret (Fosse). E poi Ultimo tango a Parigi (Bertolucci). Titolo, quest’ultimo, decisamente sexy, merita il focus. Sono passati cinquant’anni. Il nome da fare è Marlon Brando, “Oscar” nel “Padrino” e dominus assoluto del “Tango”.

Nella vita e nella carriera Brando è morto e risorto più volte, sempre fedele al suo standard estremo e maledetto, sempre contro, con quella franchigia che tutto gli consentiva nella professione ma che nel privato era un disastro: mogli, compagne, figli sparsi qua e là, suicidi e delitti. Trentenne, negli anni Cinquanta era già una leggenda vivente. Nel Giulio Cesare affrontava Shakespeare senza conoscerlo. Nel monologo di Antonio “amici, romani, cittadini, io vengo a seppellire Cesare” incantò John Gielgud, grande specialista shakespeariano. I capelli di Brando in Fronte del porto (Oscar), diventarono moda, così come il “chiodo”, il giubbotto di pelle indossato ne Il selvaggio. Istintivo e fuori controllo, cominciava a diventare il nemico di sé stesso, declinava, ma nel ’72, rieccolo risorto dalle proprie ceneri. Paul, il protagonista di “Ultimo Tango” quarantenne dolente e maledetto, in crisi di tutto, ispirò crisi vere, non da schermo. Una classifica pose quel Brando come il modello più sexy in assoluto del cinema di sempre. A Parigi un gruppo di signore fondò il “Club Ultimo Tango” dove un rito consisteva nel lasciarsi andare a fantasie erotiche davanti a un cartonato del divo. Per il ruolo di Paul erano in gioco nomi come Belmondo e Delon. Ma quando qualcuno prospettò Brando la scelta fu fatta, di getto. E lui, il divo, accettò. Ma voleva il controllo di tutto.

Il film. Un uomo, rimasto vedovo della moglie suicida, si aggira per Parigi in preda a una irrefrenabile malinconia, dovuta, oltre che alla perdita della sua compagna, a un passato confuso e alla perdita della giovinezza. L’incontro con una giovanissima ragazza borghese e il loro fulmineo rapporto sessuale cambierà la vita di entrambi. Ma l’uomo sembra imprigionato in una sorta di ossessione erotica, che solo in un primo tempo è condivisa dalla giovane. Quando scemerà l’interesse della ragazza per quel rapporto senza futuro, questa ucciderà il suo amante. Film discusso ma non discutibile, “Ultimo tango” reca l’impronta di quello che può essere considerato il vero autore del film: Marlon Brando. Bertolucci non sarà mai più così sincero e ossequiente con la storia che racconta. A supporto di questa tesi resta il fatto che quando Brando è assente il regista cerca di applicare uno stile “Truffaut” fastidioso e improprio. La presenza di Jean-Pierre Léaud, attore simbolo di Truffaut. è in tal senso indicativa. Il solo modo di non essere travolto da Brando era quello di mettersi al servizio delle studiate improvvisazioni del geniale attore. E Bertolucci lo ha fatto, sia pure con qualche sofferenza. Il risultato è un film ibrido ma entusiasmante. Quando fu distribuito era già stato preceduto dalle cronache scandalistiche, che avevano speculato su alcune sequenze di grande impatto erotico, per allora. In seguito abbiamo visto ben altro. E in quelli che si possono considerare anni contraddittori e che vengono denominati secondo i casi, anni di piombo, di restaurazione e altre definizioni pseudo storico-sociali, il film venne ritirato e i negativi distrutti; tutto con un furore da inquisizione. Per fortuna si salvò qualche copia, e così il film è stato venduto e svenduto anche nei supermarket, assieme alla nutella. E il furore scatenato dalla presunta empietà della pellicola, dov’è?

PINO FARINOTTI

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