BUON COMPLEANNO PEPPA!

PER FESTEGGIARE VENT’ANNI DI AVVENTURE INSIEME, LA BENIAMINA DEI PIÙ PICCOLI

ASPETTA NELLE SALE TUTTI I SUOI FAN PER IL “PEPPA’S CINEMA PARTY”,

UN APPUNTAMENTO SPECIALE CON 10 EPISODI INEDITI E TANTISSIMI CONTENUTI ESCLUSIVI

PER CANTARE, BALLARE E SALTARE AL CINEMA!

 Al via l’anno di Peppa Pig: 12 mesi costellati di eventi per festeggiare il 20° compleanno della maialina più amata dai bambini.

I festeggiamenti iniziano al cinema nei week end del 24 e 25 febbraio e 2 e 3 marzo con tantissimo divertimento per tutta la famiglia!

Chi non conosce Peppa Pig, la simpatica maialina che, da quando è apparsa per la prima volta sullo schermo nel 2004, è diventata uno dei personaggi più riconoscibili e amati dai bambini in tutto il mondo?

Le sue avventure, narrate nella serie animata prodotta dallo studio Astley Baker Davies, hanno catturato l’immaginazione e i cuori di milioni di piccoli fan, veicolando con entusiasmo messaggi molto importanti e significativi sull’amicizia, la famiglia, il rispetto per l’ambiente e la passione per la lettura. Quest’anno, Peppa compie vent’anni e, per festeggiare in grande stile, Hasbro Italia in collaborazione con Nexo Digital invita tutte le famiglie italiane a vivere un’esperienza cinematografica indimenticabile: solo nei weekend del 24-25 febbraio e 2-3 marzo, tutti i fan di Peppa potranno darsi appuntamento nelle sale per il “PEPPA’S CINEMA PARTY”, un evento unico completamente dedicato alla carismatica maialina e ideato in esclusiva per il grande schermo (elenco sale a breve su nexodigital.it).

In occasione della festa di compleanno di Peppa, i cinema di tutta Italia diventeranno così il palcoscenico di ben 10 episodi dell’ultima stagione, proposti in anteprima esclusiva proprio per il cinema. Tra le entusiasmanti sorprese spiccano lo speciale di tre parti tutto dedicato a una divertentissima festa di matrimonio, un episodio ambientato su un party bus e una novità assoluta: tanto divertimento interattivo dove Peppa e i suoi amici irromperanno nel mondo reale grazie a un mix di live action e animazione. Imperdibili anche le cinque nuove canzoni da cantare insieme alla maialina e i balletti che i più piccoli ameranno, arricchendo l’esperienza e rendendola ancora più memorabile. Un evento imperdibile che promette di incantare e divertire, invitando tutta la famiglia a unirsi alla festa!

La Direzione

 

IL FANTASMA DI CANTERVILLE

Diretto da Kim Burdon e Robert Chandler

Tratto da un racconto di Oscar Wilde

AL CINEMA DAL 18 GENNAIO

Mentre il diciannovesimo secolo lascia il posto al ventesimo secolo e l’invenzione scientifica fa emergere nuovi modi di attraversare e vedere il mondo, una moderna famiglia americana si trasferisce nella loro nuova casa di campagna, Canterville Chase, in Inghilterra, dove scopre che la dimora è infestata da un fantasma. Sir Simon de Canterville abita indisturbato nei terreni di Canterville Chase da oltre trecento anni, ma incontra un degno avversario quando cerca di spaventare i nuovi arrivati.

IL FANTASMA DI CANTERVILLE

Uno dei contributi notevoli di Wilde alla letteratura fu la sua novella comica e satirica, “Il fantasma di Canterville“, pubblicata nel 1887, che mette in evidenza la capacità di Wilde di fondere l’umorismo con il commento sociale attraverso i suoi dialoghi arguti e l’intelligente caratterizzazione dei personaggi. L’autore esplora temi come lo scontro tra il pragmatismo americano e le tradizioni europee, il concetto di redenzione e la natura dell’amore. Il successo della novella risiede nella magistrale narrazione di Wilde e nella sua capacità di infondere profondità e significato anche ai momenti più stravaganti. “Il fantasma di Canterville” rimane un’opera amata nel canone letterario e continua ad affascinare i lettori ancora oggi.

La Direzione

IL RAGAZZO E L’AIRONE – Di Hayao Miyazaki

Genere: Animazione, fantasy
Durata: 124′
Distribuzione: Lucky Red
In sala: dal 01 gennaio 2024

Nel Giappone colpito dal secondo conflitto mondiale, Mahito è un ragazzo di dodici anni che ha appena perso la madre a seguito di un incendio. Lascerà Tokyo insieme al padre, Shoichi, per andare a vivere in una villa in campagna che era di proprietà del prozio, misteriosamente scomparso da parecchio tempo a seguito di un crollo emotivo dovuto, si dice, alla sua fame insaziabile di lettura. In questa abitazione in mezzo al verde, Mahito e il padre vivono con Natsuko, sorella della defunta madre e ora nuova compagna di Shoici, e le numerose e anziane domestiche. Il ragazzo, che fatica ad adattarsi a questa nuova realtà, si imbatterà in un airone parlante che gli offre la possibilità di salvare sua madre a patto che lo segua in un altro mondo parallelo. Per Mahito inizia così un’avventura tra personaggi incredibili e animali antropomorfi, tra esseri viventi e defunti.

 

A dieci anni dal suo ultimo film, il maestro dell’animazione Miyazaki torna con Il Ragazzo e l’Airone, opera che racchiude in sé tutti gli elementi che hanno reso grande il regista e le produzioni dello Studio Ghibli. Non solo lo spettacolo delle linee e dei colori utilizzati, ma anche la storia che passa dalla realtà alla fantasia, fra personaggi fantastici e animali parlanti, spesso inquietanti, a fare da specchio a quello che succede proprio nel mondo reale e a chi lo abita, come la società di pappagalli che segue in massa il grande leader e aggredisce senza scrupoli. E non mancano quei personaggi legati alla spiritualità, dagli Warawara (creature che simboleggiano sia la nascita che la morte), alla pescatrice Kiriko che si muove e sopravvive in quelle acque che separano il mondo dei vivi e dei morti.

Tratto dal romanzo di Genzaburo Yoshino Kimitachi wa Do Ikiruka, che significa letteralmente “Tu come vivi?” e regalato al regista da sua madre quando era ancora un ragazzo, il film ci vuole proprio parlare della vita e di quanto ci possa essere al suo interno: l’amore, il dolore, l’amicizia, la solitudine, la guerra, la morte e la ri-nascita.

Presentato in anteprima italiana alla festa del cinema di Roma, Il Ragazzo e l’Airone uscirà nelle sale cinematografiche dal 01 gennaio 2024. Trailer disponibile sul nostro canale youtube DNA distribution.


Da vedere!

 

 

 

Francesca De Santis

 

 

WHITE PLASTIC SKY

Anno : 2023 Genere: Animazione
Produzione: Ungheria, Slovacchia
Durata:110 minuti
Regia: Tibor Bánóczki, Sarolta Szabó
Attori: Judit Schell, Zsófia Szamosi, Zsolt Nagy, Géza D. Hegedüs, István Znamenák Tamás Keresztes

WHITE PLASTIC SKY
Una storia d’amore ambientata in un futuro distopico dove animali e piante non esistono più.
Le città si sviluppano sotto grandi cupole che le proteggono dalle tempeste climatiche del mondo esterno, ormai inabitabile.
Le persone, arrivate ai 50 anni, devono farsi impiantare nel cuore un seme che farà germinare alberi, necessari per il mantenimento della vita umana.
Una donna, Nora, dopo la morte del figlio, decide, molto prima della propria scadenza,  di sottoporsi alla procedura di impianto.
Stefan, l’uomo che la ama, non si rassegna a perderla e scenderà fino agli inferi, oltre  le terre conosciute,  per tentare di riportarla a sé.
Tanti sono i temi, ambientali,  etici e sociali,  attualissimi, evidenziati nella narrazione:
la relazione ecologica con la natura,
l’autodeterminazione della propria esistenza,
il destino dell’umanità….
Tecnicamente il film è spettacolare nella riproduzione dei paesaggi appocalittici e nella capacità di esprimere la poetica dei sentimenti.
La scelta finale di Stefan consegna una riflessione provocatoria:
e se una nuova forma di vita fosse l’unica possibilità di sopravvivenza per il genere umano?
In concorso nella sezione lungometraggi al 41TFF
Pia Larocchi

Voglio mangiare il tuo pancreas, o della fioritura dei “fanciulli in fiore”

Primavera. Aprile, quando i ciliegi tradivi sono ancora carichi di boccioli.         
Haruki è uno studente solitario e introverso, che passa le sue giornate a leggere romanzi, privo di qualsiasi interesse per gli altri. Un giorno, nella sala d’attesa di un ospedale, trova per caso il diario di Sakura, affabile e loquace compagna di classe. Sfogliandolo, scopre la malattia terminale della ragazza, che la spegnerà in pochi mesi. Da quel momento, Haruki diventa il custode del suo segreto, di cui solo familiari e medici sono a conoscenza; da quel momento, nasce una complicata relazione tra i due, che insegnerà molto ad entrambi: sull’amicizia, sull’amore.

Tenera, disarmante, corrusca semplicità. Termine, quest’ultimo, ricorrente nella descrizione dell’animazione giapponese dell’ultimo trentennio. Chiaro, sentendo nominare la parola anime– tendete le orecchie: anima, limpida, traboccante di vita (e di morte) – la mente guizza inevitabilmente all’epocale produzione dello Studio Ghibli,ai suoi fondatori e “animatori” (letteralmente): Hayao Miyazaki – dagli estremi: “Nausicaä della Valle del vento” (1984) e “Si alza il vento”(2013) – e Isao Takahata – “Una tomba per le lucciole” (1988).        
Dietro di loro però – riposto nel “guscio” del cult(o): “Ghost in the Shell” di Mamoru Oshii (1995) -, a fianco a loro – le allucinazioni vivide di Satoshi Kon:”Paprika – Sognando un sogno” (2006) -, e, adesso – dalla scomparsa di entrambi: dalla scena il primo, dall’esistenza il secondo -, oltre di loro. 
Oltre la toccante femminilità del Mono no aware– sentimento tra nostalgia e fascinazione (per il Bello) – e del pacifismo militante, dove brulica un universo parallelo, rigoglioso, lussureggiante, i cui abitanti, giovani registi emergenti, tentano di afferrare il testimone – le “matite” (ancora appuntite) – dalle abili mani dei maestri.
In questo Mondo nuovo, vede la luce l’opera prima di Shinichirō Ushijima. Tratto dall’omonimo best-seller di Yoru Sumino, “Voglio mangiare il tuo pancreas” è il racconto in prima persona – l’Io narrante del protagonista – dell’attrazione di due opposti: lei, Sakura, “fiore di ciliegio” appassito dalla malattia, e lui,  Haruki, “albero primaverile” romito, cresciuto all’ombra delle altre piante.    

  
Sul ramo del Boy Meets Girl, germoglia un delicato Coming-of-Age, dove, nella stagione dell’adolescenza – la primavera, metafora della ri-nascita (di un’identità individuale) -, due gemme serotine sbocciano in giovani adulti. Grazie all’amore – «Voglio mangiare il tuo pancreas», le confesserà il ragazzo: divorare la malattia, il dolore -, Sakura – “fanciulla in fiore” – esaudirà i suoi ultimi desideri, per poi conciliarsi con la Fine imminente; Haruki, invece, riuscirà ad integrasi nel consorzio umano, a stringere nuove amicizie (le prime), perché «nessun uomo è un’isola».        
Pur non toccando le vette de” La forma della voce”di Naoko Yamada (2016), il film di Ushijima strappa una lacrima; solo una, piccola, salata, autentica, versata per i nostri fratelli digitali, surrogati sintetici, così puri – e per questo inutili -, innocenti: «Ciò che non siamo, ciò che non vogliamo».

Alessio Romagnoli

Bao, “l’incredibile” corto d’animazione sulla sindrome del nido vuoto

Acqua e farina, gli ingredienti della vita.
In una grande casa vuota, un vagito rompe il silenzio. Ma non c’è nessuno, soltanto una donna cinese ed un raviolo al vapore rimasto nel contenitore di bamboo sul tavolo. Guardando meglio, però, quel dumplingha qualcosa di strano: occhi, braccia, gambe… un bambino!
Il raviolo è un neonato da accudire, ora un ragazzino che gioca a calcio nel parco, adesso un adolescente ribelle e scorbutico. Una testa di zenzero e gamberetti che “lievita” a vista d’occhio, fino al giorno in cui decide di lasciare il nido, di trasferirsi dalla nuova fidanzata. E la mamma che fino ad allora lo aveva protetto, “infarcito” con le sue coccole… “Oh, il mio fagottino!”… adesso è smarrita, non può lasciarlo andare via in quel modo. “Come ti ho fatto ti disfo!”, si arrabbia: un boccone e il piccolo torna in pancia.

Da vent’anni gli Studios di Burbank hanno avviato un programma interno all’azienda che consente ai propri dipendenti di proporre idee originali per la realizzazione di cortometraggi d’animazione. Un corto da proiettare prima di un lungo – occasione rara oggigiorno (festival esclusi) -, come “La luna” ,dell’italiano Enrico Casarosa, presentato nel 2011 assieme a “The Brave – Ribelle” di Mark Andrews e Brenda Chapman. Quest’anno, a precedere l’atteso “Gli Incredibili2″ di Brad Bird (2018) –  “incredibili” sono gli effetti digitali e la cura al dettaglio, non certo il racconto, una “normale storia di supereroi” (parafrasando il sottotitolo del capitolo inaugurale della serie) -, prima del film del regista di “Ratatouille” (2007), dicevo, il pubblico in sala potrà assistere al primo cortometraggio Pixar diretto da una donna: Domee Shi – già storyboard artist di “Insideout”(Pete Docter, 2015).

la creatrice di Bao Domee Shi

Nella tenerissima opera prima della disegnatrice cino-canadese, il cibo e la cucina diventano gli ingredienti ideali per riempire un’assenza – “Soul Kitchen” di Fatih Akin (2009) -, per affrontare con delicatezza la mancanza d’amore di un genitore, la sindrome del nido vuoto. La metafora di una madre sola che sublima in una fantasia alla salsa di soia la separazione dal figlio (quello in carne ed ossa).
Bao, infatti,in cinese significa “raviolo”, ma anche “tesoro”; qualcosa di prezioso, quindi, da cuocere al vapore o da tenere al caldo per nove mesi e poi lasciare andare, via, nel mondo.

Dieci minuti (di musica e silenzi) per rappresentare un rapporto viscerale, per riallacciare un legame, perché una donna digerisca le incomprensioni dopo averne divorato la causa (il surrogato del figlio) – un ricongiungimento uterino, come in “Parla con lei” di Pedro Almodóvar (2002) –; dieci minuti per ricordare ad ognuno di noi che, a qualsiasi età, saremo sempre i “piccoli ravioli” della mamma.

Alessio Romagnoli

L’isola dei cani, o dello stile animato che “azzanna” la vista

Giappone, 2037. L’influenza canina infetta i cani di Megasaky City. La minaccia di un contagio umano è elevata. Il sindaco Kobayashi ordina l’esilio degli animali su un’isola di rifiuti ai confini della città. Il piccolo Atari, nipote del primo cittadino, parte alla volta della discarica marina, dove, assieme ad un branco di nuovi amici a quattro zampe, si mette alla ricerca di Spot, il suo cane-guardia.

Nei manuali di storia del cinema, gli epigoni di D. Bordwell ricorderanno il primo ventennio degli anni ‘00 per la diffusione capillare del cinema d’animazione. Grazie all’affrancamento del genere dalla mera produzione di film per famiglie, le pellicole animate hanno rappresentato l’espressione cinematografica più prolifica, creativa e innovativa dei primi decenni del XXI secolo – da “Strings” di Rønnow-Klarlund(2004) a “Coraline e la porta magica” di H. Selick (2009); da “Wolf Children” di M. Hosoda (2012) a “Your Name” di M. Shinkai (2017).

Non è un caso, quindi, che uno dei maestri del cinema contemporaneo si sia (ri)avvicinato a questa pratica – ed è in buona compagnia, si veda, per esempio, G. Verbinski con “Rango”(2011).
Dopo “Fantastic Mr. Fox” (2009), Wes Anderson (fresco vincitore dell’Orso d’argento per la miglior regia) torna alla tecnica dello stop-motion– resa famosa dalla Aardman Animations–, riversando il suo inconfondibile tocco naïf ed eccentrico nei personaggi di plastilina sullo schermo. Ogni fotogramma è un tripudio di estro e fantasia, di gioco e di colore – si veda la riunione canina nel bunker di fondi di bottiglia. C’è un godimento fanciullesco nel film – che aveva toccato l’apice in “Panico al villaggio” di S. Aubier e V. Patar (2009) –; sapientemente stemperato, però, dalla perfezione geometrica della messa in quadro. Anderson è un architetto delle immagini. Ogni particolare è studiato nei minimi dettagli: le linee spezzate dei movimenti di macchina, i décadrage, la costruzione simmetrica dell’inquadratura, la profondità di campo occupata da elementi narrativi –si osservi, a tal proposito, la prima sosta del viaggio di Atari, dove il regista suggerisce ed anticipa, attraverso una fotografia, il rapporto tra Spot e Chief.

Wes Anderson e il “cast” del film

Diviso in capitoli teatrali ispirati alla tradizionale nipponica – i protagonisti assomigliano alle marionette del Bunraku –, scandito dal battito dei Taiko (si veda l’incipit), il racconto mette in scena una distopia canina in cui i personaggi a quattro zampe lottano per la loro libertà, alla riscoperta dell’amore per i propri padroni. Non solo, la struttura narrativa strizza l’occhio alla filmografia dello stesso Anderson – “Le avventure acquatiche di Steve Zissou” (2004) –, con un personaggio guida, Atari, che ci porta alla scoperta di un mondo isolato, l’isola dei cani – reificazione del “muro” trumpiano.

Tatsuya Nakadai in un frame di KAGEMUSHA – L’OMBRA DEL GUERRIERO

La maniacale ricerca visiva del cineasta texano però non può che togliere spazio alla storia, subordinandola all’impianto visivo, prepotentemente influenzato dal cinema e dalla pittura del Sol levante. Lo stile Ukiyo-e – il personaggio del maggiordomo appare come una versione raggrinzita de “L’attore” di T. Sharaku –, l’immaginario post-apocalittico Kaiju, le lezioni dei maestri Mizoguchi – si pensi alla leggerezza condivisa con I” racconti della luna pallida d’agosto” (1953) – e Kurosawa – la tavolozza dei colori di “Kagemusha – l’ombra del guerriero” (1980) o la prossemica samurai in “Sanjuro” (1962) – danno vita ad una stile animato che “azzanna” la vista dello spettatore, lasciandolo senza fiato, come Atari di fronte al matrimonio canino celebrato tra un animale e il suo padrone.

Alessio Romagnoli

Ballerina – Mai Rinunciare Ai Propri Sogni

Ballerina, film d’animazione franco-canadese, racconta la storia di Félicie, piccola orfana bretone con una grande passione per la danza. Insieme al suo amico del cuore Victor, che sogna di fare l’inventore, partiranno alla volta di Parigi per cercare di realizzare i propri sogni.

Il film ispira vitalità ed ottimismo, senza dimenticare gli sforzi ed i sacrifici che il diventare ballerina richiede. L’utilizzo della tecnica del keyframe, cioè l’animazione attraverso fotogrammi chiave, ha permesso di rendere i movimenti delle ballerine molto più rapidi che nella realtà, rendendo le scene di danza di grande impatto visivo ed emotivo.

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Molto suggestiva anche la Parigi del 1879, con i cantieri ancora in opera della Tour Eiffel e della statua della libertà (quest’ultima, ricordiamo, venne progettata dal francese Frédéric Auguste Bartholdi). Un discorso a parte merita il doppiaggio: suscita alcune perplessità la scelta, ormai una consuetudine, di utilizzare alcuni personaggi noti al grande pubblico al posto di doppiatori di professione.

Ballerina, distribuito da Videa, arriverà al cinema il 16 Febbraio.

Sabrina Dolcini

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Paw Patrol

Paw Patrol è un squadra di pronto intervento formata da sei cuccioli Marshall, Chase, Zuma, Skye, Rubble e Rocky  gestiti dal leader Ryder, un bambino di dieci anni: i coraggiosi cagnolini, dotati di ogni possibile novità tecnologica, vengono contattati da chi ne ha bisogno per risolvere missioni di vario tipo.

La particolarità della serie riguarda principalmente l’alto livello di tecnologia posseduta dalla squadra che parte in missione: droni per cercare gli comparsi, elicotteri simili a navicelle per recuperi di naufraghi, scanners, etc ; oramai il linguaggio anche degli adolescenti è questo.

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Le storie raccontate segnalano invece una certa povertà di idee, con dialoghi piuttosto scontati e una certa ripetitività.

Per essere al passo con i tempi, mancano le quote rosa, un solo cucciolo femmina. Magari anche un semplice cartone animato potrebbe instradarli nelle consuetudini della vita adulta.

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La serie di Paw Patrol, trasmessa in tv ed arrivata alla quinta stagione, sbarca ora al cinema con sei nuovi episodi, accompagnati dalla simpatica Federica Fontana, accompagnata da un gruppo di bambini che anche loro devono recuperare degli oggetti, senza gli strumenti supertecnologici  dei personaggi animati.

Sabrina Dolcini

La Sposa Cadavere

Il tema dell’aldilà e dei morti è sempre stato al centro della filmografia di Tim Burton, si pensi a “Il Mistero di Sleepy Hollow” o a ” Bettlejuice” per tacere di “Nightmare Before Christmas” che produsse nel 1993; così come anche i temi della fabulazione, riguardo alla quale citiamo solo “Bigh Fish” e “La fabbrica di Cioccolato” ma altri ce ne sarebbero e le ambientazioni gotiche (a tal proposito sono emblematici “Batman” e “Edward Mani Di Forbice“), ma è ne “La Sposa Cadavere“, presentata fuori concorso alla 62a Mostra Cinematografica di Venezia, che i tre temi si fondono in una cuspide cinematografica “Burtoniana” che include anche il genere musical, anch’esso già abbondantemente praticato con “Sweeny Todd” e “La Fabbrica di Cioccolato“.

Johny Depp e HElena Bonham Carter sembrano le due versioni dal vivo di Victor e Victoria
Johny Depp e Helena Bonham Carter sembrano le due versioni dal vivo di Victor e Victoria

Si tratta di un’interessante elaborazione laica del lutto che tuttavia non è scevra di una profonda spiritualità. Già dalle prime immagini del film, quando ancora appaiono i titoli di testa in sovrimpressione, s’intuisce che la chiave di tutto è il ciclo della rinascita. Victor, il timido e sensibile protagonista maschile della storia sta difatti disegnando una farfalla, simbolo chiaro di trasmutazione e rinnovamento. C’è una simmetrica inversione tra il mondo dei vivi che è triste, cinico e grigio e quello dei morti che al contrario è colorato, gaudente e passionale. Una divisione che non è solo spirituale ma anche sociale, poiché il mondo dell’aldilà è simbolo delle classi sociali meno abbienti, degli esclusi dal potere, a cui però sembra appartenere la chiave dei sentimenti e quindi , in ultima istanza, della felicità. Nel mondo dei morti è fondante l’influsso e l’elaborazione delle questioni irrisolte. Ciascuno porta i segni della propria storia, come la spada ancora conficcata in corpo del nano, il cranio perennemente spaccato del saggio Gutknecht indizio di una morte violenta ma anche segno di intelletto straripante. Al contrario i vivi seguono l’apparenza esteriore, avulsi da ogni introspezione, impastoiati da riti sterili come la cerimonia nuziale, che come dice la canzone iniziale deve essere perfetta in ogni minimo dettaglio, dal protocollo che prevede lo scambio di visite, dai servitori in livrea, dai biglietti da visita e dal rigore dei titoli e infine dai comportamenti conformi e convenienti allo status di ciascuno. La differenza è sottolineata anche cromaticamente dal direttore della fotografia Pete Kozachik che divide le scene girate nei due mondi caratterizzando l’aldilà con vividi colori e l’al di qua con fredde dominanti grigie e blu.

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E’ infatti un formalismo, ovvero la formula matrimoniale pronunciata correttamente, che lega per sbaglio Victor ad Emily, la sposa cadavere. Mentre è la ricerca e la forza dei sentimenti sinceri che potrà riparare l’errore e questo avviene nel mondo “sotterraneo”, ovvero nel mondo interiore, opposto a quello esteriore o delle forme vuote. Victor, involontario Orfeo, compirà così un percorso opposto al suo omologo salvando la propria amata Victoria dagli inferi dei vivi, prigioniera nel gelido mondo dell’avidità e delle convenzioni. E ci riuscirà grazie al sostegno ed al cuore di Emily che in contraccambio riceverà il dono di risolvere infine la sua tragedia e liberarsi da lacci e lacciuoli che le impedivano di rinascere a nuova vita che come già s’intuiva nella prima sequenza è simboleggiato nel finale da un volo di farfalle. Così Tim Burton chiude un percorso perfettamente circolare, che forse aveva già iniziato con “Beetlejuice“, in cui ci racconta la sua idea di redenzione, ricerca di sé e in fondo di speranza.