Prima di Hollywood la mecca del cinema era il New Jersey

I primi teatri di posa  sorsero nell’est degli Stati Uniti e principalmente nel New Jersey a Fort Lee e a New York. Poco dopo ne comparvero altri a Chicago, a Philadelphia e persino nel Midwest. A quei tempi le riprese erano fortemente condizionate dalla scarsa sensibilità della pellicola 35 mm Kodak ed erano quindi vincolate alla disponibilità dalla luce solare, così che la maggior parte delle scene era girata in esterno o in studi di posa con grandi vetrate.

Il Black Maria di Edison
Il Black Maria di Edison

Il primo e più famoso di questi studi fu il Black Maria di Edison che, aperto in alto e sul lato frontale, poteva essere ruotato per meglio captare la luce solare. Il nome così singolare deriva dal nomignolo attribuito informalmente al cellulare (a quei tempi trainato dai cavalli) con cui la polizia trasportava i criminali ed a cui la struttura dello studio somigliava fortemente. Per poter girare per più ore anche nei mesi invernali alcune società migrarono verso latitudini più meridionali. Le società dell’est predilessero la Florida, mentre quelle di Chicago e del Midwest si diressero in California.

la sede della Selig situata a Chicago al 3900 N. Claremont
la sede della Selig situata a Chicago al 3900 N. Claremont

Nel 1908 la prima società ad inviare una troupe a Los Angeles fu la Selig Polyscope Company di Chicago, fondata da William Selig già nel 1896 e nota per aver lanciato nomi destinati alla leggenda quali Tom Mix, Harold Lloyd, Colleen Moore e Roscoe “Fatty” Arbuckle,  che l’anno successivo costruì il primo teatro di posa nel sobborgo di Edendale. Nel 1909 fu la volta della New York Motion Pictures Co. ad optare per la California in luogo della Florida e nell’inverno del 1910 anche la American Biograph , che girava su l tetto del Roosvelt Building al 841 Broadway a Manhattan inviò Griffith a lavorare a Los Angeles.

Il Roosvelt Building
Il Roosvelt Building

La California vinse il confronto con la Florida grazie ad un clima più asciutto che garantiva potenzialmente un numero maggiore di giornate di lavoro. Inoltre la California disponeva di una varietà maggiore di location naturali quali il deserto, le montagne con le foreste ed i campi coltivati che difettavano alla Florida, dove ad esempio non si potevano girare film western un genere che diventava sempre più popolare. Infine nello stato della California le norme dell’accordo di cartello della MPPC (Motion PIctures Patent Company) non avevano valore legale, per cui molte società indipendenti, tra cui la Universal di cui si è già parlato in questa testata fu la prima, poterono produrre e distribuire liberamente i propri film.

Hollywood come appariva nel 1910
Hollywood come appariva nel 1910

Anche se la municipalità di Hollywood non era l’unico posto dove sorsero gli studi di posa il suo nome finì per diventare eponimo dell’industria cinematografica americana e questo anche se per qualche tempo ancora gli uffici direttivi delle case di produzione rimasero stanziati per lo più a New York, vicino a Broadway che continuò ad essere per il teatro ciò che la nuova mecca era divenuta per il cinema..

Si fa presto a dire Major

Carl Laemmle il promotore della Universal

Quando una casa di produzione diviene grande e piuttosto nota viene definita con un velo di ammirazione dagli addetti ai lavori e non: una Major (con la M maiuscola). Ma così come non si capisce bene quando qualche granello di sabbia inizia ad essere un mucchio di sabbia, non è altrettanto chiaro quando una società cinematografica può essere definita major e allora il termine viene utilizzato con incredibile facilità e spesso a sproposito. Innanzitutto va detto che il concetto è inscindibilmente connesso allo studio system americano (difatti major non è che la contrazione della definizione completa Major Film Studio), la cui nascita si può datare precisamente l’8 giugno del 1912 quando, grazie soprattutto all’iniziativa del produttore Carl Laemmle, venne costituita una nuova società cinematografica, la Universal Film Manufacturing Company, nel cui nome stesso traspare un’ambizione smisurata che non fu mai coronata in quanto restò sempre tra le 3 little major. Fa sorridere pensare che il primo tentativo di major film studio nacque come una realtà in funzione antimonopolistica contro la Motion Picture Patents Company conosciuta anche come “Edison Trust“. Sembra un paradosso ma la Universal fu una “indipendente”. Nel giro di due anni la Universal costruì uno studio a nord di Hollywood che fu l’embrione di un complesso celeberrimo ed ancora esistente noto come Universal Studios. Se si considera che ai quei tempi le società di distribuzione possedevano le sale cinematografiche è facile osservare come la Universal completi così il processo di integrazione verticale che va dalla produzione alla gestione dei cinema. Questo è il vero criterio costituente dello status di major. Non importa quanti film e di quale successo una azienda abbia prodotto, distribuito o proiettato, per essere definita major una società deve governare l’intera catena del valore.

Adolph Zukor produttore e dirigente Paramount
Adolph Zukor produttore e dirigente Paramount

In questo caso meglio sarebbe utilizzare il tempo del verbo al passato poiché nel 1948 il governo degli Stati Uniti d’America, vincitore di una vertenza che vide la suprema corte opposta alla Paramount Pictures (la seconda nata tra le major fondata nel 1914 sotto la spinta di Adolph Zukor e W.W. Hudkinson dall’unione di undici società di distribuzione), ingiunse alle major di vendere le sale cinematografiche, rompendo così un incanto durato comunque più di trentanni. Da ciò ne discende che ormai l’appellativo di major è come un titolo nobiliare che non può più essere né attribuito e né tramandato.

Douglas Fairbanks e Mary Pickford
Douglas Fairbanks e Mary Pickford

Molte società pur gloriose del passato non furono mai delle grandi major, tra queste forse la più famosa è la United Artist nata il 5 febbraio del 1919 sulla singolare iniziativa di due attori (Douglas Fairbanks e Mary Pickford ) e due registi (Griffith e Chaplin), che insofferenti alle pressioni che le major esercitavano sulla loro attività creativa decisero di promuovere autonomamente i propri film. Nonostante che la United Artist mise la propria firma su capolavori indimenticabili (si pensi solo a “La regina d’Africa” ed a “Mezzogiorno di fuoco”) non raggiunse mai quella dimensione d’integrazione verticale da entrare nel novero delle big.

il magnate Howard Hughes
il magnate Howard Hughes

Al contrario la RKO Pitcures (acronimo di Radio-Keith Orpheum) che fondata nel 1928 era tra le ultime nate, assurse rapidamente e pienamente al ragno di major, ma si ridusse man mano a poca cosa dopo essere capitata tra le grinfie del geniale e squilibrato Howard Hughes, che la smembrò e la vendette alla General Tire and Rubber Company dando così inizio ad una carambola di cessioni e incorporazioni che meriterebbe un trattato a sé stante. Il concetto di major è quindi storico oltre che aziendalistico ed è profondamente connesso al contesto americano. In conclusione le major sono 8: 5 grandi major (20th Century Fox, RKO Pictures, Paramount Pictures, Warner Bros e MGM) e 3 piccole major (Universal Pictures, Columbia Pictures e United Artists). Al giorno d’oggi nel mercato globale, per definire una major, non si può prescindere da una valutazione della dimensione anche geografica e dalle quote di mercato possedute e così il panorama che si ottiene è molto differente da un tempo e quel che si vede non ha più il fascino di una volta, ma per completezza dell’esposizione è giusto precisare che oggi le major sono 7 ed è scomparsa la suddivisione tra grandi e piccole, perché ormai bisogna per forza essere grandi. Esse sono (in rigoroso ordine di grandezza) Columbia, Warner Bros, Walt Disney (e pensare che nell’epoca d’oro era un indipendente!), Universal, Lionsgate Films, 20th Century Fox e Paramount Pictures. Se qualcuno quindi se ne dovesse uscire dicendo che quel produttore di casa nostra, per quanto grande, è una Major, siete autorizzati a prenderlo delicatamente per il gomito e, spostandolo, dirgli “ma mi faccia il piacere”.