CONTAMINAZIONI n° 12 – Sound art: la memoria corta della storia. L’arca romana di Alvin Curran a Caracalla… nel segno di Sokurov e Tarkovsky

Le imponenti rovine della Roma imperiale, con un automatico paragone in difetto, facilmente ci suggeriscono considerazioni sulla decadenza della civiltà contemporanea.

Terme di Caracalla

Pensiamo al Colosseo, al Pantheon, a Villa Adriana, alle terme di Caracalla e a quello che rimane del passaggio dei romani in ogni angolo dell’impero: l’arena di Pola in Croazia e di Arles in Francia, la porta Nigra in Germania, l’anfiteatro di ElJem in Tunisia, le terrazze di Efeso e il teatro di Aspendos in Turchia…

Anfiteatro di ElJem in Tunisia

Un patrimonio sconfinato e ineguagliabile contro le continue lamentele sul degrado della Roma di oggi, con le buche che rendono pericolosa la circolazione anche in centro e i servizi che non funzionano.

Ai tempi di Augusto e Livia c’erano già oltre un milione di abitanti e sicuramente ci si lamentava anche allora, magari idealizzando il periodo agropastorale di Romolo e Remo, i fondatori, quando lontani dai vizi della decadenza ci si occupava di sane attività, del tipo… procurarsi femmine per generare una discendenza.

Augustus di Prima Porta
La lupa con i gemelli Romolo e Remo

 

Come predoni i primi romani calavano sui popoli vicini per rapire le loro donne, eppure il “ratto delle Sabine” anche sui libri di scuola non è mai stato dipinto come uno stupro di massa ma piuttosto un necessario aggiustamento nella prospettiva dello sviluppo di una grande civiltà. Strano che nessuno abbia ancora segnalato il caso alle attivissime vendicatrici di “Me Too”, ma forse questo è davvero fuori tempo massimo.

 

La civiltà romana si diffuse in quasi tutto il mondo allora conosciuto, portando un metodo, un’amministrazione pubblica efficiente, delle regole di convivenza codificate… imponendo la sua visione innovativa a popolazioni che erano molto più indietro, più o meno dei “barbari”. Non è senza senso quindi la battuta attribuita a un romano di oggi che si rivolge a un inglese:

“E’ inutile che vi diate tante arie… Quando ancora abitavate nelle caverne noi romani eravamo già froci!”

Il paradosso sembrerebbe qui dare un valore positivo alla diversità sessuale quando in realtà vuole solo imporre ad ogni costo la propria superiorità nella disputa, ricorrendo persino alla presunta negazione di pregiudizi omofobici… ma la battuta è filologicamente corretta poiché la percezione dell’omosessualità nell’antica Roma era lontana dalla condanna e dal pregiudizio, codificati più tardi con la chiusura mentale delle religioni moderne.

Il presidente brasiliano Jair Bolsonaro ha dichiarato che preferirebbe vedere suo figlio morto piuttosto che omosessuale, una posizione abbastanza comune, e non solo tra i simpatizzanti di una dittatura militare che in Brasile, hai tempi del “plan condor”,  ha torturato e ucciso.

il presidente brasiliano Bolsonaro

A un certo punto nella cultura occidentale sono state definite delle regole che qualcuno si è impuntato a far rispettare con la violenza e la coercizione, come ancora accade in Arabia Saudita, Yemen, Sudan, Nigeria, Tanzania… una settantina di paesi del mondo dove la legge punisce questa “diversità”.

Un caso curioso è rappresentato dall’Iran, dove è prevista la pena di morte per gli omosessuali, ma solo per gli uomini, mentre per le lesbiche ci si limita a cento frustate.

due ragazzi mpiccati nel 2005 per il reato di omosessualità vigente in Iran

Allo stesso tempo dal 1985, già in epoca khomeinista, la legge permette il cambio di sesso. Il primo uomo a diventare donna in Iran fu un certo Feridun Malekara (conosciuta anche come Maryam Khatoon Molkara) che si rivolse direttamente a Khomeini spiegando il suo problema. Pare che tra i due ci fosse un legame di parentela, una voce che gira a Tehran ma non ne ho la certezza. Mi sembra però un’ipotesi più che plausibile: per avere il coraggio di andare dall’Ayatollah in persona e rompergli i coglioni con una richiesta così assurda, e in piena guerra con l’Iraq… beh, come minimo doveva essere il suo nipote preferito.

 

“Zio, zio…”

“Cosa vuoi ancora?”

“Mi sento intrappolato in un corpo che non è il mio. Mi sento donna!”

“Oh cazzo…! Ma sei sicuro?”

 

Maryam Khatoon Molkara
Khomeini

 

Khomeini si dev’essere poi rassegnato all’idea, ordinando di approvare subito una nuova legge, ma molto generica.

“E’ possibile cambiare sesso.” Basta.

La feroce repressione dell’omosessualità combinata alla facilità nel cambio di sesso (basta essere maggiorenni) ha fatto sì che in Iran molti transgender abbiano seguito questa strada (oggi circa duemila casi all’anno, secondo solo alla Tailandia) e la scienza si sia evoluta al punto che questo paese è diventato un pioniere in materia anche dal punto di vista medico.

Non c’è traccia del passaggio dei romani in Iran: si fermarono in Turchia senza mai riuscire a conquistare la Persia. L’imperatore Valeriano fu sconfitto nel 260 d.c. dall’esercito dei Sasanidi, comandato dal re Shapur.

Tutto questo è stato rievocato pensando a una recente visita alle terme di Caracalla, alla scoperta di una straordinaria installazione sonora di Alvin Curran.

Terme di Caracalla
Alvin Curran e l’autore dell’articolo alle terme di Caracalla

Lo spazio delimitato dalle mura perimetrali si compone di enormi palestre e piscine, dove il popolo romano poteva curare il proprio benessere, socializzare, passare il tempo. Un’opera ciclopica, che suggerisce l’apice di una grande civiltà e quasi intimidisce per la sua grandiosa intelligenza progettuale.

L’equazione di Alvin Curran e di mettere in relazione questo enorme oggetto apparentemente inanimato con un’infinita combinazione di suoni in una serie di altrettanto infinite sequenze prodotte da un computer, con diffusori posizionati secondo una logica precisa che fa arrivare il suono dalle più variegate angolazioni. Se s’aggiunge anche il cambiamento della luce naturale e poi la staticità dell’illuminazione notturna, ecco che il quadro è quasi completo. Dico quasi perché mancano altre varianti, come il movimento e la presenza degli eventuali visitatori e la vita “naturale”, selvaggia, che si è impossessata dello spazio… Ci sono gabbiani, gatti, topi ovviamente, e una piccola comunità di falchi pellegrini…

Veduta totale delle Terme di Caracalla

 

Durante il complicato allestimento, mentre i diffusori venivano portati perfino nei cunicoli del sottosuolo sfruttando come via di fuga una serie di aperture, e poi in altri punti più in alto, ci si è posto il problema di questi rapaci, specie protetta e delicata. Un diffusore stava per finire proprio nel loro nido… ma i falchi pellegrini già dalle prime prove tecniche non avevano fatto una piega, anzi, sembrava che quasi gradissero l’intromissione di quel mondo sonoro che un po’ alla volta veniva loro imposto nella composizione del lavoro.

Possiamo quindi affermare, dopo averlo verificato sul campo, che “al falco pellegrino piace la sound art”.

 

Un falco pellegrino in picchiata

 

L’arte sonora è una forma di espressione artistica molto sofisticata e di grande impatto emotivo che, diversamente da quanto generalmente si crede, non nacque negli USA con John Cage (che ne fu certamente un importante e innovativo interprete e catalizzatore) ma nell’Unione Sovietica di Lenin. Quasi tutta la straordinaria sperimentazione dei “soundartisti” sovietici fu distrutta da Stalin che era contrario alle avanguardie. Quello che ci è rimasto, che si è riusciti a recuperare, lo si deve a un’idea geniale di Vladimir Il’ič Ul’janov (il vero nome di Lenin – 22 aprile 1870 – 21 gennaio 1924) che offrì a tutti gli artisti della Russia la possibilità di viaggiare gratis in treno.

Lenin

Molti di loro erano senza fissa dimora… come ci ricorda persino il nome di uno dei protagonisti de “Il maestro e margherita” di Mikhail Bulgakov, il poeta Ivan Nikolayevich Ponyrov, detto “Bezdomny”, cioè “senza casa”. Molti artisti vivevano viaggiando in lungo e in largo per il paese, abitando i treni e le stazioni, fermandosi quando e dove potevano.

Le registrazioni degli esperimenti dei “soundartisti”, sono state ritrovale negli archivi di alcune piccole città, in alcuni casi sperdute, dove la distruzione ordinata da Stalin non ha colpito con l’efficacia sistematica adottata nelle grandi città.

Tra questi pochi superstiti ci sono esempi straordinari e imponenti, come l’opera di Arseny Avraamov che, nel 1922 a Baku, registrò “Symphony of Factory Sirens”, un evento livenel quale dirigeva l’azione delle sirene in alcune fabbrica circostanti.

Arseny Avraamov a Mosca nel 1923

Una fine tragica toccò a Vsevolod Mejerchol’d, fautore della prima sincronizzazione: fu arrestato, torturato e ucciso, durante le purghe di Stalin nel 1940.

Vsevolod Emil’evič Mejerchol’d

 

Un altro grande sperimentatore fu Lev Theremin, scienziato e inventore di strumenti musicali, in particolare l’eterofono, (ribattezzato poi “theremin”). Nel 1938, al ritorno da una permanenza di alcuni anni in America, fu internato in un campo di lavoro, ma sopravvisse e fu poi riabilitato grazie a una proficua collaborazione con il KGB nella progettazione di tecnologia spionistica. Morì a Mosca nel 1993 a 97 anni.

Lev Theremin ed il suo Eterofono

 

Sono molti gli artisti contemporanei che si dedicano anche (o solo) alla sound art, una forma espressiva ancora poco nota al grande pubblico. Se prendiamo come paragone una classica mostra istituzionale, che ne so… i soliti “impressionisti”, Frida Kalo o Jan Vermeer (magari alle scuderie del Quirinale) la proporzione di pubblico interessato alla soud artforse non arriva l’1%, ma non è certo questo che ne sminuisce il valore. L’esperienza attiva di chi fruisce un’opera sonora può essere qualcosa di veramente speciale: una percezione che utilizza anche il senso dell’udito fa provare sensazioni che coinvolgono in profondità.

All’Auditorium di Roma, Anna Cestelli Guidi, una curatrice sensibile e determinata, ha inventato il “Sound Corner”, sfruttando un corridoio che si allarga all’interno della struttura progettata da Renzo Piano, in uno spazio sufficientemente riservato, adatto alla bisogna.

Il sound corner all’Auditorium di Roma

Questa iniziativa va avanti da qualche anno e contribuisce a diffondere la consuetudine alla sound art a Roma… ma è ovvio che la differenza con un grande spazio aperto come quello delle terme di Caracalla affrontato da Alvin Curran a singolar tenzone, è sostanziale.

La grandiosità dell’intervento di Alvin, più vicino alla land artche a un’installazione sonora, ci riporta idealmente alle sperimentazioni del suono sui grandi spazi, intraprese dei sovietici ai tempi di Lenin, in una sana contaminazione con la tradizione occidentale di John Cage, di cui lui certamente è un degno erede.

veduta aerea delle terme di Caracalla

 

Angelo Farro, giovane compositore e collaboratore di Alvin, mi ha spigato le particolarità tecniche dell’opera: utilizzando dei logaritmi, un computer va a pescare i file sonori da diverse “cartelle” e li rielabora seguendo una casualità che potrebbe vedere lo stesso frammento ripetuto a breve distanza oppure no… un’intelligenza artificiale che una volta attivata, entro certi limiti, collabora autonomamente. Otto diffusori sono stati posizionati nel sottosuolo, mentre altri dodici in vari punti in tutto lo spazio delle terme, su altri due livelli: in altro (le mura in alcuni punti superno i trenta metri) e ad altezza d’uomo. Questo comporta una combinazione di tre diverse provenienze del suono con una specie di effetto dolby sourround. Ci sono poi dei suoni “sinusoidali”, cioè puri, limitati a una precisa frequenza, che viaggiano attraversando lo spazio come delle lame taglienti e invisibili… a loro volta combinati con loro simili che si differenziano solo per pochi hertz. La complessità tecnica e teorica si spinge molto più in là e può avere un senso per gli addetti ai lavori… quello che conta è la percezione di un sistema complesso.

OMNIA-FLUMINA-ROMAM-DUCUNT-TUTTI-I-FIUMI-PORTANO-A-ROMA architetture sonore di ALVIN-CURRAN
Alvin Curran all’inaugurazione della sua opera alle terme di Caracalla

All’inaugurazione del lavoro di Alvin a Caracalla (Omina Flumina Roma Ducunt– Tutte le strade portano a Roma – Architetture sonore di Alvin Curran, a cura di RAM radioartemobile) ho incontrato Donatella Spaziani, un’artista romana, forte, una cara amica… e mentre tutti i visitatori dal grande spazio all’entrata s’incanalavano a destra per procedere in senso anti orario, ci siamo ritrovati a camminare insieme in senso orario, contromano, costeggiando i bellissimi mosaici dalla parte che per tutti sarebbe stata la fine del percorso, dove non c’era ancora nessuno. Era da un po’ che non ci vedevamo, un paio di mesi almeno. Abbiamo cominciato parlando dei nostri dubbi e complicazioni sentimentali e della sua attesa per una nuova sede d’insegnamento. Chissà in quale accademia andrà a finire… Poi abbiamo parlato di un libro scritto da un amico che in copertina riporta una sua opera. Me lo aveva regalato prima dell’estate e per fortuna ho fatto in tempo a leggerlo.

Donatella Spaziani

ESCHE, di Andrea Fiorito, è un libro piuttosto sorprendete sia per la forza della scrittura che per il continuo spiazzamento che impone al lettore… ma si sente che non lo fa per stupirti o per farti vedere quanto poco sia convenzionale, è proprio così che funziona il suo cervello con il quale stabilisce un filo diretto che il suo stile scarno e volutamente grezzo riesce sempre a mantenere a fuoco, mentre vaga tra mondi ed esistenze marginali, puttane, disperati in cerca di sesso, solitudini e ossessioni…

 

Esauriti gli argomenti finalmente ci accorgiamo della meraviglia ci circonda e per un po’ ce ne siamo in silenzio. Camminando lungo una specie di passerella, mentre ascolto la complessità del lavoro di Alvin, mi viene in mente uno straordinario film, ARCA RUSSA (2002) di Alexander Sokurov, un lungo piano sequenza, un punto di vista fantastico che si muove dentro il Palazzo d’Inverno di San Pietroburgo, attraversando varie epoche della storia della Russia.

La passeggiata a Caracalla tra le imponenti architetture romane, immerso nelle architetture sonore di Alvin, mi fa sentire come “trasportato”, non solo nello spazio ma anche nel tempo, un tempo che non cerco di definire pensando a quei suoni misteriosi come a una rievocazione soggettiva… La memoria mi riporta all’esplorazione dello Stalker nel capolavoro di Andrei Tarkovsky, che cerca una risposta ai propri dubbi sconfinando nella “zona” proibita, uno spazio pieno di pericoli mortali, dove le regole del mondo esterno sono sospese.

Il mondo reale, i rumori metropolitani della Roma di oggi che arrivano un po’ ovattati fanno da tappeto alla polifonia dei suoni “architettati” in centinaia di file gestiti dal computer e ripescati dal logaritmo che li combina in sequenze imprevedibili.

Le terme di Caracalla al tramonto

 

Poco dopo il tramonto incontriamo Mario e Dora e ci fermiamo qualche minuto, giusto per provare un po’ di affettuosa invidia per il loro entusiasmo, per la loro energia inesauribile: questo grande sforzo produttivo è stato possibile grazie alla loro determinazione e all’impegno della direttrice di Caracalla Marina Piranomonte.

Mario Pieroni e Dora Stiefelmeier

Mario indica verso l’alto.

“Eccolo… il falco pellegrino!”

Alziamo gli occhi e intravediamo un’ombra alata volteggiare sulle gigantesche mura, ma è un attimo: il cielo scuro l’ha già inghiottita e non è possibile identificarla con certezza.

Mario non ha dubbi. E’ stata una giornata perfetta e la presenza regale del mitico rapace completa il quadro. Il nume tutelare dell’arte deve essere per forza lì presente, in forma di falco pellegrino, sopra le nostre teste.

Ferdinando Vicentini Orgnani

 

Road to Halloween “Film-o’-(magic)Lantern”: consigli per la visione (pt.2)

“Among the bonny winding banks,

Where Doon rins, wimplin’ clear,

Where Bruce ance ruled the martial ranks,

And shook his Carrick spear,

Some merry, friendly, country-folks,

Together did convene,

To burn their nits, and pou their stocks,

And haud their Halloween

Fu’ blithe that night.”

 

Robert Burns, Halloween(1786)

 

Con i versi in scots del poeta Robert Burns, proseguiamo la lista dei film dell’orrore interrotta settimana scorsa; incubi di celluloide, “Dal profondo della notte” (1984), per chi desiderasse trascorre un 31 ottobre insonne.

 

  • À l’intérieur d i Alexandre Bustillo e Julien Maury, FRA, 2007

 

“Ebbene, non potevo aspettarmi un simile avversario. Senza contare però le sue particolarità, ciò che avviene è soltanto una cosa che avrei dovuto temere sempre, contro la quale avrei sempre dovuto prendere provvedimenti: qualcuno, cioè, si avvicina! Come è stato possibile che per tanto tempo tutto procedesse felicemente e in silenzio? […]Perché sono rimasto tanto tempo protetto e incontro ora tanta minaccia? Che cos’erano mai quei piccoli pericoli che passavo il tempo a considerare in confronto di questo!”

 

Franz Kafka, La tana

Che cosa aggiungere? Ogni parola sarebbe superflua, perché nel lungo estratto dell’autore de “Il castello” (1926) è già racchiuso l’intimo significato dell’opera prima dei due registi francesi: la supposta inattaccabilità del quotidiano – Atm – “Trappola mortale” di David Brooks (2012) – nella cui quiete apparente si cela l’angoscia per l’estraneo – La mano sulla culla” di Curtis Hanson (1992).
Sarah è una fotoreporter al nono mese di gravidanza. Qualche mese prima, ha causato un grave incidente stradale in cui il marito ha preso tragicamente la vita.
Il giorno precedente al parto, la viglia di Natale, la futura mamma trascorre la notte da sola. Mentre sonnecchia sul divano, una donna bussa alla sua porta, in cerca d’aiuto. Ma quella che sembra essere un’innocua sconosciuta, presto si rivela una conoscenza letale. Intrufolatasi nell’edificio, infatti, la donna inizia a darle la caccia.
Gore d’assedio che capovolge la consueta formula del sotto-genere – l’aggressore è già dentro casa. Un gioco al gatto con il topo, che ha come terreno di caccia i corridoi dell’abitazione, mentre fuori, a Parigi, infuria la rabbia delle banlieue. Un’esistenza tranquilla quella della protagonista (nonostante il lutto), sconvolta da una brutale violenza, ancor più atroce perché (apparentemente) senza ragioni. Almeno fino all’agnizione finale, che rimescola le carte in tavola, svelando lo stretto legame (di senso) tra il lungometraggio di Bustillo-Maury e il racconto di Kafka.
La “tana”, difatti, è la villetta in cui la fotografa vive, un rifugio dal mondo, dai suoi pericoli, ma anche l’utero in cui riposa il bambino. Luoghi inviolabili tramutati nel teatro dell’orrore – un Grand Guignol!-, presi d’assalto da un “avversario” ignoto. Dall’esterno, terrore e paura penetrano à l’intérieur, nella casa e nel grembo di Sarah. Ed è così che un’effrazione con scasso sradica l’illusoria sicurezza della società contemporanea, insinuando, al suo posto, il timore per l’altro, per l’intruso; perché è proprio all’internoche siamo più vulnerabili.

 

  • Mama – La madre di Andrés Muschietti, SPA/CAN, 2013

 

“La parola più bella sulle labbra del genere umano è Madre,

e la più bella invocazione è Madre mia.

È la fonte dell’amore, della misericordia, della comprensione, del perdono”

Khalil Gibran, Madre

La mamma è sempre la mamma, perfino quando il suo corpo dissecato fluttua a mezz’aria, quando le sue dita scheletriche ti sfiorano i capelli e la sua bocca contorta gracida il tuo nome…
Jeffrey corre sulla strada innevata. Sui sedili posteriori Victoria e Lilly, le figlie di tre e un anno.
Raggiunto uno chalet tra i boschi, l’uomo è deciso ad uccidere le bambine. Prima che possa farlo, però, un essere mostruoso lo assale, torcendogli il collo.
Cinque anni dopo, quando vengono ritrovate, le bambine sono delle selvagge.
Lucas, il fratello di Jeffrey, assieme alla fidanzata Annabel, decide di prendersene cura, pur conoscendo le difficoltà del caso. Cresciute in solitudine, infatti, le ragazzine soffrono di disturbi del comportamento,  ubbidendo soltanto ad una creatura immaginaria chiamata “Ma-ma”. Ma è davvero il frutto della loro fantasia? Eppure, in casa, si avvertono strani rumori…
Ghost story minacciosa, ricca di suspence – la scena “biforcuta” tra la cameretta e il corridoio, chiaro riferimento a “Marnie” di Alfred Hitchcock (1964). Un incedere strisciante – come  i movimenti di Lilly – e un’atmosfera tetra per una pellicola che affronta le ambasce della maternità, da sempre argomento privilegiato dell’horror – dall’intramontabile “Rosemary’s Baby – Nastro rosso a New York” di Roman Polański (1968) fino al sorprendente esordio alla regia di Ari Aster, “HereditaryLe radici del male” (2018).
Due genitori “degeneri”: Annabel (Jessica Chastain), la bassista insofferente alle responsabilità, e “Madre”, il fantasma suicida del XIX secolo. La prima inadatta al ruolo, la seconda alla ricerca spasmodica di un figlio. I timori della donna e l’amour fou dello spirito. Maternità adottive diametralmente opposte: la rocker imparerà dai suoi errori, stringendo a sé (letteralmente) Victoria e Lilly, “Ma-ma”, al contrario, resterà prigioniera della sua stessa gelosia.
Entrambe, tuttavia, dimostrano come una madre sia disposta a tutto per i propri bambini, persino sfidare la morte.

 

Requiem for a review

Un’immagine dal Predator di Shane Black

Ma se le figure sullo schermo vi apparissero come “Demoniache presenze” (1982); o ancor peggio, se “La Casa” (1981) in cui abitaste iniziasse a sembrarvi spettrale, lugubri gli scricchiolii lungo i corridoi – “Amityville Horror” di Stuart Rosenberg (1979) -, sinistri i cigolii degli infissi – “La casa dalle finestre che ridono” di Pupi Avati (1976) -, in quel caso, allora, il consiglio è di cambiar aria, raggiungere la sala più vicina, comprare un biglietto e distrarsi con l’ultimo capitolo della saga dedicata ai predatori dello spazio: “The Predator” di Shane Black – già sceneggiatore di “Arma letale” (1987).
Un buon reboot del classico anni ’80, con un ritmo serrato – le sequenze action tra i boschi -, qualche buonismo di troppoil riscatto di Rory, il figlio autistico del protagonista, “cacciatore” per una notte (quella di Halloween) – e un’abbondante dose d’ironia – “A cosa assomiglia [il Predator]?… Hai presente Whoopi Goldberg”.
Un film che pur “catturando” lo spettatore non riesce a trattenerlo: catch and release…in attesa del sequel.

 

P.S.

 

Quello che spaventa me è quello che spaventa te. Temiamo tutti le stesse cose. Ecco perché l’horror è un genere così potente. Tutto quello che devi fare è chiederti cosa ti spaventa e saprai cosa mi spaventa.”


John Carpenter

 

Buona visione e un terrificante Halloween!

Alessio Romagnoli

 

CONTAMINAZIONI n° 11 – The Meyerowitz Stories, un piccolo grande film, e il genio dimenticato di Irene Nemirovsky.

E’ raro che il mondo dell’arte contemporanea sia degnamente rappresentato nel cinema. Il più delle volte si assiste alla messa in scena di banali luoghi comuni come potrebbero sembrare quelli della famosa sequenza del film “Le vacanze intelligenti” (1978), dove Alberto Sordi e la moglie, grassa e ignorante, si avventurano tra i padiglioni della Biennale di Venezia. In realtà quelle scene sono talmente “oltre” che diventano a loro modo geniali: il contesto è quello di una satira casereccia che lamenta la celebrazione di un’arte concettuale i cui “concetti” sono compresi e condivisi solo da un’elite, per simpatizzare con il popolino, preso in giro da quella spocchiosa autoreferenzialità.

Il punto di vista è dichiaratamente limitato a questo semplice conflitto sociale e la critica infatti continua cambiando bersaglio ma con la stessa tesi, nell’imperdibile scena del concerto di musica contemporanea. Qualche anno fa, nell’ultima intervista che ho avuto modo di girare con Getulio Alviani (protagonista dell’arte italiana del secondo 900’, recentemente scomparso) c’è un’analoga critica alla “truffa” dell’arte contemporanea. Nel suo abituale stile polemico “Get” sparava a zero su alcuni suoi colleghi, celebrati e rispettati, ma partendo da motivazioni molto diverse da quelle della coppia di “fruttaroli” catapultati all’edizione del 1978 della Biennale.

Lo Sposalizio della vergine di Raffaello

Avevamo appena attraversato insieme l’accademia di Brera, ammirando alcuni grandi capolavori come il “Cristo morto” del Mantegna e “Lo sposalizio della Vergine” di Raffaello… per citarne due che da soli valgono una visita al museo.

Il Cristo morto di Mantegna

E’ pieno di stupidi! Io l’ho scritto dappertutto… L’arte e il ricettacolo dei peggiori inetti sulla terra… Capisci… Perché sono capaci di farla tutti… Abbiamo appena visto le cose meravigliose dell’arte del rinascimento, che non erano in grado di farla tutti… Non la faceva nessuno, se non un genio!”

Getulio Alviani

Nella filmografia recente un esempio deludente è “Colpo d’occhio” (2008) di Sergio Rubini, dove a nulla è valso che le opere mostrate nel film fossero di un artista di talento come Gianni Dessì, persona di grandi qualità umane, coinvolto anche come consulente… ma dubito che i suoi consigli siano stati ascoltati con la dovuta attenzione, perché la banalità, il “macchiettismo”, la non conoscenza di questo mondo, rendono un brutto servizio sia al cinema che all’arte contemporanea.

Gianni Dessì

Sergio Rubini è un ottimo attore che ha diretto dei film riusciti, ma il suo ritratto superficiale del “critico d’arte/curatore”, una specie di Achille Bonito Oliva svuotato di ogni qualità, senso e dignità, è un banale cliché.

Il protagonista, un giovane artista in ascesa interpretato da un improbabile Riccardo Scamarcio, annaspa tra le sue opere che appaiono totalmente scollegate, come una realtà posticcia che non gli appartiene, mentre il discorso del film accenna vagamente alle presunte dinamiche del “mercato”, al potere dei curatori e dei critici e mai alla “ricerca” che il vero artista mette al centro della sua vita, quel tormento che, al di là delle apparenze e semplificazioni, costituisce il baricentro e il senso del suo lavoro, della “tenuta” che si può riconoscere nella lunga distanza di una vita dedicata. Un’occasione mancata per Scamarcio che recentemente ha dato una notevole prova d’attore in “Loro 1” di Paolo Sorrentino, anzi, è la cosa migliore di un film deludente… In “Colpo d’occhio” certo non è stato aiutato dalla sceneggiatura che lo ha costretto nei limiti di un personaggio banale.

Un’altra caduta di stile la troviamo ne “La grande bellezza” (2013) altro film di Sorrentino, dove si fa della facile ironia su quella tradizione che, a partire da Gina Pane, passando per Marina Abramovich, si è concentra su un tipo di ricerca legata all’utilizzo, spesso disturbante, del corpo umano come campo dell’azione, il corpo dello stesso artista, con tagli, bruciature, sangue, spilli conficcati sulla pelle…

Gina Pane – Azione sentimentale
MArina Abramovich – The artist is present

L’ultima performance in tal senso alla quale ho assistito è stata di Silvia Giambrone, una giovane artista italiana che lavora con grande intelligenza, talento e originalità.

Silvia Giambrone

Sorrentino, il cui cinema ho sempre amato (salvo i due “Loro” del 2018), deve avere conoscenze abbastanza superficiali nel campo dell’arte contemporanea, tanto da cadere anche lui nella banalità della messa in scena di un’assurda performance nella quale un’artista, una donna, corre verso un muro andando volontariamente a schiantarsi con un probabile trauma cranico così da strappare qualche risata tra il pubblico ignorante.

“Anni felici” (2013) di Daniele Luchetti (ispirato a suo padre, artista tormentato, scomparso a soli cinquant’anni) è sicuramente più onesto e interessante di altri film che trattano d’arte ma nonostante la rielaborazione di una sentita autobiografia e un attore protagonista come Kim Rossi Stuart, non convince. Anche qui si finisce per cadere nella descrizione superficiale di presunte dinamiche che possono portare un artista ad avere successo, mentre un altro a vivere la frustrazione del fallimento.

Una foto tratta da “Anni felici”

Ci sono certamente altri esempi negativi di come l’arte è stata raccontata dal cinema, ma preferisco segnalarne uno di molto positivo: “The Meyerowitz Stories” (2017), di Noah Baumbach.

Il cast è stellare ma il film ha il taglio e il sapore del miglior cinema indipendente americano. Racconta le dinamiche familiari che ruotano attorno a un artista praticamente dimenticato, interpretato da Dustin Hoffman. I sui figli di primo letto, Adam Sandler e Elisabeth Marvel (due sfigati) sono sempre stati gelosi del fratellastro Ben Stiller (imprenditore di successo), per il quale il padre, ormai alla terza moglie (Emma Thompson) ha sempre avuto un debole. Adam Sandler (separato e senza lavoro) ha un’adorazione non ricambiata per il padre ed è l’unico ormai a considerarlo un genio incompreso. La sua unica vera ricchezza è la figlia Eliza (Grace van Patten), studentessa di cinema al primo anno, autrice di alcuni divertenti cortometraggi dal contenuto provocatoriamente erotico, mostrati nel film per intero.

IL cast del film di Baumbach a Cannes

La performance di tutti gli attori è di altissimo livello e in particolare i tre figli di Hoffman sono dei mostri di bravura nel dare ai loro personaggi la complessità, le contraddizioni e l’umanità che fanno decollare il film.

Il mondo dell’arte è raccontato con grande competenza e capacità di sintesi in una serie di scene precise ed essenziali, dove quello che conta rimane la storia e il rapporto tra i personaggi. Non si prede tempo a sbrodolare teorie improbabili, a spiegare inutili prospettive al pubblico o a mostrare personaggi caratterizzati allo scopo di divertirlo… c’è invece un grande rispetto e una conoscenza profonda delle dinamiche di quel mondo, lontano dai luoghi comuni e con il giusto punto di vista.

L’amico e compagno di strada di Dastin Hoffman (interpretato da Judd Hirsch), è divento una super star dell’arte, celebrata dal mercato e dai musei. La scena in cui s’incontrato è piena d’informazioni sui sentimenti contrastati degli artisti, ma sempre in relazione alla vita e alle dinamiche esistenziali mosse dai protagonisti della storia.

Il cast alla 55^ edizione del NY film Festival, al centro Judd Hirsch

Con le dovute differenze, la sceneggiatura di Noah Baumbach, per l’elegante giostra dei personaggi, mi ha fatto pensare alle perfette architetture narrative di Irene Nemirovsky. Anche qui abbiamo una rappresentante dell’intellighenzia ebraica, ma circa novant’anni prima. Dopo aver letto quasi per caso il suo primo romanzo, “David Golder” (1929), ho capito di essermi imbattuto in un gigante della letteratura…

così sono andato a Campo dei Fiori, alla libreria “Fahrenheit 451” dalla mia amica Catia, e ho ordinato tutta la sua produzione disponibile in Italia, in gran parte pubblicata da Adelphi: un viaggio straordinario nelle pagine di una grande narratrice, capace in poche frasi di trascinare il lettore dentro la storia e di continuare a sorprenderlo fino alla fine.

Irene Nemirovsky

Nata a Kiev, figlia di un ricco banchiere ebreo, con la rivoluzione bolscevica fu costretta a fuggire in Francia. Aveva imparato il francese dalla sua governate, una figura affettiva molto più vicina di quanto lo sia mai stata sua madre, donna frivola e profondamente egoista che ispirerà diversi personaggi dei suoi romanzi. Anche il padre, sempre lontano per affari, non ebbe mai un ruolo centrale nella sua vita. Fin da ragazza iniziò a scrivere come sfogo, una reazione alla sua infelicità affettiva, inventandosi un metodo di lavoro che l’ha portata già molto giovane alla scrittura di un capolavoro come “David Golder”. Era già a Parigi da diversi anni quando mandò il manoscritto a un editore usando solo il cognome del marito sul mittente… ma siccome era incinta della prima figlia, per alcuni mesi non rispose alle lettere nelle quali la casa editrice le comunicava l’intenzione di pubblicare subito il romanzo.

Quando finalmente s’incontrarono, l’editore stentò a credere che quella giovane donna fosse davvero l’autrice di un simile capolavoro, potente, scarno, spietato e innovativo.

“David Golder” racconta gli ultimi mesi della vita di un vecchio ebreo che traffica in petrolio e altre rischiose speculazioni tra Parigi, Londra, New York, Mosca… A quel tempo non c’erano i collegamenti aerei e per concludere i suoi affari si trascina con ogni mezzo arrancando a fatica sui percorsi impervi di un mondo già globalizzato, mentre un’angina pectoris lo conduce lentamente verso la morte. E’ un romanzo che analizza lucidamente i rapporti umani restituendoci uno scenario senza speranza, ma la forza motrice del protagonista è proprio il rimanere aggrappato alla vita terrena che ogni tanto regala qualche soddisfazione, oppure la tenerezza di un lontano ricordo che inaspettatamente affiora dall’oblio del passato, richiamato in superficie da una qualche coincidenza o evocazione.

“David Golder” fu un grande successo e nel 1933 divenne il primo film sonoro del cinema francese.

Anche i successivi romanzi consolidarono la posizione di Irene Nemirowsky, ma per le modalità con le quali trattava dall’interno i suoi personaggi, quasi sempre ebrei, finì per essere accusata di antisemitismo, proprio come accadde a Hannah Arendt nel 1963, quando scrisse “La banalità del male”.

Hannah Arendt

Non c’è nulla di specifico “contro” la cultura e la comunità ebraica ma la conoscenza profonda di quel mondo che viene messo a nudo con straordinarie capacità narrative, ne esaltava spesso alcuni tratti non proprio edificanti… e forse fu anche per questo motivo che, dopo aver trovato al morte in un campo di concentramento nazista, la Nemirowsky fu praticamente dimenticata per oltre sessant’anni.

Nel 2004, la pubblicazione del suo ultimo manoscritto, “Suite francese” (affidato alle due figlie bambine, che miracolosamente si salvarono) riportò l’attenzione su di lei e la critica si accorse di aver ripescato una grande scrittrice: da lì un nuovo successo mondiale.

Suite francese” è diventato un mediocre film (con un budget di venti milioni di dollari) produzione anglo americana (2014), dove solo alcune delle trame sono state sviluppate… mentre la straordinarietà del romanzo è proprio la coralità delle vite dei personaggi davanti alla tragedia della guerra che travolge tutti.

Il banco di prova per “Suite francese”, con lo stesso tema della reazione degli uomini all’arrivo della guerra, è un altro fantastico romanzo: “I doni della vita”.

A Saint-Elme, una cittadina della provincia francese, un’intera famiglia vive in ostaggio della volontà di Julien Hardelot, un vecchio dispotico, proprietario della più fiorente industria nella regione. Il figlio Charles, orami rassegnato e debole di natura, in vita sua non è mai stato in grado di prendere una decisione autonoma: l’ultima parola è sempre stata del vecchio padre padrone. Ora che anche suo figlio Pierre, dopo gli studi si sta affacciando alla vita, vede per lui un analogo destino, impiegato nella fabbrica di famiglia come lui e promesso in matrimonio a Simòne, una ragazza del posto per nulla attraente ma con un’ottima dote, con la benedizione del nonno che già pregusta di poter ampliare i suoi affari con nuovi investimenti. Per il bene della famiglia Pierre accetta il suo destino senza discussioni, pur essendo innamorato di Agnès, un’orfana di padre di modeste condizioni. Ma ecco che la vita sorprende tutti con una soluzione inaspettata: un innocente appuntamento tra i due innamorati per dirsi addio poco prima del matrimonio di Pierre viene riferito da una domestica impicciona, dando adito a chiacchiere e sospetti.

Per la moralità dell’epoca Agnès ne esce irrimediabilmente compromessa e di fronte alla prospettiva di rovinare la vita della sua amata, Pierre, che a differenza del padre ha un carattere molto forte, rompe il fidanzamento con Simòne e la sposa.

Il “nonno padrone” non accetta l’affronto di un’opposizione alle sue volontà e Pierre viene allontanato, perdendo la prospettiva dalla sicurezza di un’occupazione nella fabbrica di famiglia.

Dopo un trasferimento a Parigi, con la forza dell’amore e con le sue capacità, troverà presto un impiego in Spagna che gli permette di mantenere la moglie e il primo figlio… ma ecco che la guerra, la prima guerra mondiale, cambia le carte in tavola e Pierre torna a Saint-Elme per affidare la moglie e il figlio ai suoi genitori, e parte per il fronte.

I doni della vita

La storia della famiglia di Pierre s’intersecherà poi con quella di Simòne, la sua moglie mancata… in uno starno destino comune.

I twist sempre sorprendenti nelle trame di Irene Nemirowsky, mi suggeriscono un finale a sorpresa per questa “contaminazione”, con tre ricette per i fusilli e una piccola storia personale.

 

Qualche anno fa, per poche ore, incontrai il proprietario di un pastificio di Barletta, Ignazio Maffei. Un amico comune ci aveva messo in contatto per la possibile sponsorizzazione di un film. La cosa non ebbe seguito ma l’incontro mi colpì profondamente: Ignazio trasmetteva una grande serenità e la sua qualità umana traspariva immediatamente, fin dalle prime parole. Qualche anno prima, per un grave incidente automobilistico, era rimasto in bilico tra la vita e la morte e da allora la sua prospettiva era cambiata.

Mi parlò di “semplificazione della vita”… del saper apprezzare quello che ogni giorni ci troviamo a dover affrontare… niente di complicato quindi, ma il linguaggio, il tono, la sua pace interiore, facevano la differenza.

In quel momento in particolare (oggi la situazione non è molto cambiata) la mia vita era piena di complicazioni a tutti i livelli… In parte lo posso imputare alle circostanze e ai lunghi strascichi di alcune scelte che ho fatto, privilegiando sempre lo spirito d’avventura, senza preoccuparmi troppo delle possibili conseguenze… e certamente c’è una responsabilità diretta per la mia incapacità tenermi lontano dai guai. Soddisfare la mia curiosità e mettermi in gioco è forse un modo per stare sempre lontano dalla “noia”, dalla prevedibilità di una vita “non spericolata”… Solo negli ultimi anni ho cominciato a pensare anche alle possibili conseguenze delle mie scelte a volte avventate, nel tentativo di limitare questa tendenza, ma spesso l’istinto è troppo forte per poterlo limitare con la razionalità.

In quell’incontro Ignazio mi parlò anche del suo pastificio, una storia familiare iniziata nel 1960 con il padre Savino. Oggi ha 105 dipendenti e 12 linee di produzione. La pasta Maffei è distribuita prevalentemente in Italia ma si sta allargando nel mondo, già in una quindicina di paesi.

pastificio maffei

Qualche mese fa in un supermercato di Roma ho visto dei “fusilli integrali” Maffei (quelli freschi da conservare in frigo) e così, dopo oltre quattro anni da quell’unico incontro, ho ripensato a Ignazio… un nome che per altro mi ricorda la famosa poesia di Garcia Lorca (“Lamento per la morte di Ignacio Sanchez Mejias”) con la voce vibrante di Arnoldo Foà in un LP che mio padre ascoltava sempre, tanto che mio fratello Alessandro ed io, marmocchi, lo conoscevamo a memoria dall’inizio alla fine.

Alle cinque della sera
Eran le cinque in punto della sera
Un bambino portò il lenzuolo bianco
alle cinque della sera.
Una sporta di calce già pronta
alle cinque della sera.
Il resto era morte e solo morte
alle cinque della sera.

Il vento portò via i cotoni
alle cinque della sera.
E l
ossido seminò cristallo e nichel
alle cinque della sera.
Già combatton la colomba e il leopardo
alle cinque della sera.

… eccetera eccetera…

Alessandro e Ferdinando Vicentini Orgnani

Ma torniamo alla pasta…

In quel supermercato a Roma feci una grossa scorta di varie tipologie di prodotti del pastificio Maffei… integrali e non.

Il giorno dopo avevo invitato a cena qualche amico e decisi di preparare dei fusilli con fave salsiccia, olive taggiasche e l’aggiunta della piccola storia del mio incontro con Ignazio.

Fusilli con fave, salsiccia e olive taggiasche

Gli ospiti apprezzarono molto la mia ricetta, la pasta del mio amico… e anche la storia. Nelle settimane successive ho provato gli stessi fusilli anche con carciofi, guanciale e ricotta di pecora e poi con pere, guanciale e pecorino, e poi le orecchiette, con le cime di rapa e al pomodoro e mentuccia.

Fusilli carciofi, guanciale, ricotta di pecora

Avevo ancora il numero di cellulare di Ignazio e pensai di chiamarlo per dirgli che ero ormai diventato un affezionato cliente del pastificio Maffei… ma poi pensai che era meglio scrivergli una mail, allegando anche una foto delle mie ricette realizzate.

Qualche giorno dopo arrivò la risposta sua risposta.

” Buongiorno Ferdinando.

Innanzitutto ti ringrazio per il contenuto della tua e-mail, sia dal punto di vista affettivo che gastronomico.

Io sto bene, cerco di non complicarmi la vita, e già questo è importante.
Ci vediamo presto.

IM

Fantastico quel “cerco di non complicarmi la vita”. In questi quattro anni Ignazio non è cambiato. Forse le nostre strade s’incontreranno ancora.

 

Ferdinando Vicentini Orgnani

 

 

 

CONTAMINAZIONI n° 8 – Il misterioso annullamento dell’inerzia. “The Salesman” di Asghar Farhadi e “Interazioni d’urto n°1” (la porta magica di Daniele Puppi)

La Cinematheque di Miami Beach (1130 Washington Ave) è forse la sala cinematografica più accogliente che conosco. Avrà al massimo sessanta/settanta posti. Una pianta irregolare, con una specie di corridoio aperto che le gira intorno e permette al pubblico di passare dietro lo schermo, seguendo un percorso di manifesti, fotografie, oggetti e libri… sempre interessanti per curiosare un po’ in attesa del film. Ci sono andato diverse volte negli ultimi due anni, da quando ho iniziato a frequentare assiduamente Miami, e la speciale atmosfera che si respira, un po’ retrò, è perfetta in quella miniatura che ti fa sentire fuori dal tempo. E’ uno spazio sospeso, e la visione di un film si arricchisce di quello che il “contenitore”, come un velo discreto e avvolgente, aggiunge all’abituale magia della proiezione in sala per un gruppo di sconosciuti che hanno scelto di assistere allo stesso spettacolo.

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La selezione è tipicamente “art house”: in quel cinema ho sempre visto dei film interessati ma l’ultimo è stato davvero sorprendete. La sorpresa deve venire anche dal fatto che si tratta di un film iraniano, prodotto di un altro mondo quindi, di un’altra cultura, di una diversa sensibilità.

The Salesman” di Asghar Farhadi, premio Oscar come miglior film straniero 2017. Il regista non è andato a Los Angeles a ritirarlo per protesta contro il provvedimento del governo Trump che vuole limitare l’ingresso negli Stati Uniti dei cittadini di sette stati considerati ad alto rischio terrorismo, tra i quali appunto l’Iran. Durante la premiazione degli Oscar, in un clima un po’ radical chic e militante, decisamente critico verso il neo eletto Presidente, Farhadi ha affidato a una lettera le sue rimostranze, ricevendo la prevedibile ovazione della sala.

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Il film è straordinario nella sua esotica semplicità. Emad insegna in un liceo, ma è anche un attore di teatro piuttosto apprezzato. Lui e la moglie Rana sono i protagonisti di “Morte di un commesso viaggiatore” di Arthur Miller, che una compagnia teatrale sta mettendo in scena.

Costretti ad abbandonare il loro appartamento per un cedimento strutturale del palazzo, trovano una soluzione abitativa temporanea grazie a un collega, e si trasferiscono in un altro quartiere di Teheran. Per un errore di persona, Rana, mentre sta facendo la doccia, viene aggredita da un vecchio cliente/amante della precedete inquilina, una donna di facili costumi..

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Emad non vuole coinvolgere la polizia e inizia una sua indagine personale che lo porta a scoprire il colpevole in un finale carico di tensione, sorprendete per il movimento tellurico dei sentimenti dei tre protagonisti.

Con pochi mezzi, senza effetti speciali, affidandosi solo a una grande scrittura e un gruppo di bravi attori, Farhadi conduce il pubblico nel suo gioco perfetto. La storia si muove con passo lento, ma con un ritmo emotivo incalzante che non da tregua. Significativo il fatto che scelga Rana quale depositaria di un’istintiva saggezza e umanità, di una superiorità morale: davanti al suo assalitore, umiliato e vinto, lei sola è capace di perdonare, mentre il marito, accecato dal rancore, non vede al di la del suo naso.

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Il colpevole, un uomo anziano e malato, è certamente un essere meschino ma è anche vittima del caso e della sua stessa debolezza. Le scuse che rivolge a Rana sono sincere, ma solo lei è in grado di leggere la sua disperazione, il terrore di perdere la faccia davanti alla sua famiglia per gli atti indegni che ha commesso, per la sua pochezza umana. La donna, in quel momento drammatico, non può che provare dell’affetto per lui e tendergli la mano con una carità che nel nostro mondo potremmo banalmente definire “cristiana”, ma è invece qualcosa di universale che convive in ogni essere umano con gli istinti più feroci. Questo movimento di sentimenti, contrastanti e contrastati, è davvero commovente.

Il film di Farhadi rimane nell’animo e ogni tanto riaffiora, per associazione, per similitudine, o per contrasto. Mi è tornato in mente pochi giorni fa, dopo un paio di mesi, quando meno me lo aspettavo.

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Era un po’ di tempo che avevo la curiosità di vedere dal vivo un’opera realizzata da Daniele Puppi a Milano, a casa di una coppia di collezionisti.

Ho conosciuto Daniele a Roma nel 2006 per scoprire che eravamo cresciuti a pochi chilometri di distanza in due paesi del Friuli, in provincia di Pordenone. Negli anni a seguire siamo diventati amici, abbiamo iniziato a collaborare ogni volta che si sia presentata un’occasione e ci teniamo informati sulle novità delle nostre vite e del lavoro. Sicuramente siamo dei “compagni di viaggio”, una tipologia speciale di amici, particolarmente preziosa, che non da mai niente per scontato ma non ha bisogno di conferme. Esiste una parola turca che sintetizza questo concetto: DOST. Nel mondo posso contare su una piccola rete molto selezionata di “dost” che “camminano con me” appunto. Daniele è uno di loro.

Daniele Puppi
Daniele Puppi

L’opera che sono andato a vedere a Milano è stata realizzata su commissione, in uno spazio molto preciso: l’ingresso di un grande appartamento del centro, dove vivono Franco Tatò e sua moglie Sonia Raule. Sapendo che presto sarei andato a Milano, Daniele ha chiesto a Sonia se potevo passare a vedere la sua opera. Per un altro caso della vita (o per un’ennesima conferma della teoria dei “sei gradi di separazione”) quando ancora non conoscevo Daniele, avevo già incontrato Sonia a Roma, attraverso un comune amico che ha avuto un’importanza notevole per entrambi. Un altro “dost”, che purtroppo ha concluso la sua vita nel giungo del 2005. E’ con lui che anche Sonia, dopo essersi occupata di televisione per diversi anni (fino a diventare direttore dei programmi a Tele Montecarlo nel 2000) ha iniziato a produrre cinema con diversi film interessanti all’attivo, tra i quali “Miral” di Julian Schnabel, tratto dal libro dalla sua allora moglie, Rula Jebreal.

Sonia Raule e Franco Tatò
Sonia Raule e Franco Tatò

Sono arrivato all’appuntamento con la mia abituale puntualità friulana, alle 17:55. Sonia non era ancora arrivata e mi sono presentato a Franco Tatò che era in compagnia di una delle sue figlie. Non sapevano chi fossi ma mi hanno accolto bene e sono rimasto a conversare con loro in attesa della padrona di casa, che era rimasta un’ora indietro e pensava fossero ancora le 17:00.

Avevo sentito parlare molto di Franco Tatò quando era Amministratore Delegato dell’Enel (dal 1996 al 2002), ed era soprannominato “Kaiser Franz” per il rigore che aveva dimostrato nella sua volontà di risanamento dell’azienda.

Ne ho avuto subito un’ulteriore conferma.

Per rompere il ghiaccio e trovare un terreno comune, ho buttato lì la mia esperienza di lavoro per l’Enel con la produzione di un documentario nel 1994 che aveva un budget notevole.

“Quando c’era uno spreco vergognoso di denaro pubblico.” – ha commentato con ironia – Poi sono arrivato io.”

E’ andata meglio con Cardarelli, quando il discorso si è spostato sui suoi anni di formazione a Lodi. Nato nel 1932, a undici anni Franco Tatò ha avuto un incontro fondamentale con un insegnante che tra le altre cose aveva imposto ai suoi allievi, contro corrente, la traduzione dell’Odissea di Ettore Romagnoli (Zanichelli, 1923) rispetto a quella in versi del 1805 di Ippolito Pindemonte, all’epoca ancora utilizzata a tappeto in tutte le scuole del regno. Lo stesso insegnante, invece delle poesie di Pascoli, gli aveva fatto imparare a memoria quelle di Vincenzo Cardarelli… e lì forse ho guadagnato qualche punto, ricordando la citazione/omaggio che Tomasi di Lampedusa fa a Cardarelli nel Gattopardo.

Vincenzo Cardarelli
Vincenzo Cardarelli

Mentre sorseggiava un beverone di proteine, criticato dalla figlia assolutamente contraria a quel tipo di alimentazione, Franco Tatò ha iniziato improvvisamente a declamare Cardarelli, ma non con intento auto celebrativo… era un momento della sua dimensione mitologica privata che regalava alla figlia, e in quel caso anche a me che ho avuto la fortuna di capitare li al momento giusto. Quello scambio padre/figlia era molto bello e sincero. Lei ammetteva di non essere stata mai esposta alla poesia, di ignorare ci fosse Cardarelli, e si rammaricava che con tale ritardo il padre l’avesse stimolata con quei suoi lontani ricordi. Quello che mi ha sorpreso è la capacità di Franco Tatò nel declamare versi: uno stile asciutto ma partecipe, autorevole ma per niente aulico, molto intimo invece in quanto rivolto alla figlia che gli stava davanti. Bravissimo!

Il discorso è poi tornato ancora sulla grande lezione del suo insegnate delle medie che era riuscito a stimolarlo nella giusta direzione, dandogli la dimensione di elasticità e adattabilità che dovrebbero avere la cultura e l’insegnamento.

Mi ha fatto pensare a mio padre, laureato in fisica teorica, che mi aveva parlato di un suo insegnante di matematica del liceo e di quanto fosse stato fondamentale per la sua formazione. Se penso ai miei insegnanti del liceo non trovo nulla del genere. Solo più tardi, all’università, ho riconosciuto dei maestri: Jean Chirstensen, docente di storia della musica all’università di Louisville… Francesco Dal Co e Massimo Cacciari che ho seguito per un paio d’anni quando insegnavano rispettivamente storia dell’architettura ed estetica alla facoltà di architettura di Venezia.

Cacciari (dx) e Dal Co (sx)
Cacciari (dx) e Dal Co (sx)

Forse nell’arco di poche generazioni c’è stato un decadimento del livello degli insegnanti di medie e liceo, oppure mio padre e Franco sono stati più fortunati di me.

Il discorso è poi passato alla Divina Commedia che da ragazzo aveva imparato a memoria integralmente… ma ora si ricorda solo qualche frammento. Ed ecco che nel bel mezzo di una declamazione dantesca, Sonia fa il suo ingresso in casa…

Sonia Raule
Sonia Raule

Ci siamo fermati un attimo a ricordare il comune amico che ci ha lasciati (il “dost” che abbiamo condiviso) e dopo qualche informazione di carattere generale mi ha portato a vedere l’opera di Daniele nell’ingresso, accendendo le luci.

Ci vuole del coraggio per osare un simile azzardo e ospitare un’opera così invasiva nel proprio ingresso di casa! Mi sono avvicinato, spostandomi nella stanza per osservarla bene dalle diverse angolazioni.

“E’ stata lei…!” ha puntato il dito Franco.

A quanto pare, approfittando di una sua assenza per lavoro, lo aveva messo davanti al fatto compiuto, facendo installare l’opera dove lui aveva pensato di sistemare una parte della sua grande biblioteca.

Conosco bene il lavoro del mio amico friulano, ma quello che ha fatto in quello spazio “privato” è qualcosa di completamente nuovo.

Ho lavorato con lui la prima volta nel marzo del 2008, girando una breve documentario su una sua grande video installazione all’hangar Bicocca (“Fatica n° 16”) realizzata in collaborazione con Magazzino d’Arte Moderna di Roma e curata da Federica Schiavo. In quello spazio enorme, prima della ristrutturazione dell’hangar (100 x 30 metri, 8 metri di altezza), aveva utilizzato sette videoproiettori sincronizzati che con la necessaria complicità del suono davano per una frazione di secondo la sensazione di una dilatazione dello spazio, giocando con lo sfalsamento della percezione dei nostri sensi.

fatica n. 16
fatica n. 16

Il lavoro a casa di Sonia e Franco invece, è un oggetto fisso e inanimato che stranamente riesce a dare una percezione analoga e persistente, giocando con la proporzione sballata del volume in relazione con lo spazio che lo ospita.

E’ una “porta gigante” che seguendo una traiettoria quasi diagonale, taglia la stanza a metà, con spavalderia, osando un gesto estremo che sembra non temere conseguenze, che non si preoccupa in alcun modo di avere una funzionalità, un senso pratico. Quel movimento aggressivo e inaspettato è una sorpresa per chiunque entri in casa. Il titolo dell’opera rende l’idea: “Interazioni d’urto n° 1”

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Questo lavoro, forse più degli altri, è in linea con il carattere di Daniele che a volte appare totalmente privo di diplomazia e pur di chiarire il suo punto di vista arriva a essere quasi aggressivo, parlando senza filtri, lasciando le persone che lo ascoltano perplesse, a volte offese. Mi è capitato più volte di assistere a queste dinamiche che mi divertono molto, che per me sono una conferma del valore della persona e del suo lavoro. In un mondo pieno di lacchè che non si vogliono esporre, che si muovono timidamente per non perdere posizioni, Daniele va avanti con spavalderia e coraggio, rischiando sempre, con candore e onestà intellettuale.

Interazioni d'urto
Interazioni d’urto n. 1

Come per il film di Asghar Farhadi che fa esplodere i sentimenti dei protagonisti della storia nell’immobilità di una stanza, ecco un altro movimento tellurico interiore che annulla l’inerzia dell’oggetto e gli dà vita con una dinamica misteriosa, troppo complessa per essere sviscerata razionalmente, ma il cui potente effetto percettivo e innegabile. La grande “porta magica” vibra come un diapason, ma è come se lo facesse in una dimensione parallela di cui percepiamo solo l’eco, in contrasto con la nostra lettura razionale.

Jim Morrison
Jim Morrison

Sarebbe certamente piaciuta a Jim Morrison, che scelse per la sua band il nome “The Doors”, proprio pensando a “The doors of Perception” di Aldous Huxley… e a Dino Buzzati, che nella sua Milano, raccontava spesso di porte misteriose che permettevano il passaggio da una dimensione all’altra.

Poema a fumetti
una tavola tratta da “Poema a fumetti” di Dino Buzzati

E’ bello sapere che a casa di Sonia e Franco esiste uno di questi “passaggi segreti”, risultato del felice incontro tra la visione di un artista e la volontà sperimentale, l’apertura mentale di chi gli ha dato fiducia, accogliendo il mistero di una creatività estranea tra la mura della propria casa.

 

Ferdinando Vicentini Orgnani

Ferdinando Vicentini Orgnani

Paterson

Jim Jarmush torna dopo tre anni con un film che non si lascia incasellare facilmente nel dramma o nella commedia, come del resto ci ha abituati il regista in quasi tutte le sue opere.

da sinistra a destra: Adam Driver, Golshifteh Farahani e Jim Jarmush
da sinistra a destra: Adam Driver, Golshifteh Farahani e Jim Jarmush

E’ la storia di un autista di autobus che si chiama Paterson (interpretato da Adam Driver, ma guarda che caso strano) che con la piccola cittadina del New Jersey dove vive e lavora condivide anche il nome. Coltiva l’amore per la poesia e la giovane moglie Laura (Golshifteh Farahani). I giorni si ripetono simili nella piccola città che ha dato i natali ad un manipolo di personaggi più o meno famosi, da Lou Costello (che molti ricorderanno nel nome italianizzato di “Pinotto” in copia con l’altrettanto celebre “Gianni”) al poeta William Carlos William, nato sempre nel New Jersey ma a Rutherford, che il giovane autista apprezza ed emula scrivendo sul suo inseparabile taccuino dei versi ispirati dall’osservazione di piccole cose, da semplici dettagli di vita.

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Tre sono gli ambienti principali ove si svolge il film e ciascuno corrispondente ad un piano narrativo. La casa piccola e modesta dove la coppia vive e che rappresenta il piano onirico. La città e l’autobus che costituiscono la vita reale. Il pub dove ogni sera Paterson si concede una birra, il quale raffigura il piano dell’interazione sociale. Ogni piano ha un suo dominus. La moglie, che vive perennemente in casa, è il simbolo del sogno. E’ lei che racconta al marito dei propri sogni ad ogni risveglio, è sempre lei che condivide con il marito i propri desideri palesemente scollati dalla realtà come quello di diventare ricca producendo cup cakes o sfondare nel mondo del country come cantante ed è infine lei ad incoraggiare la vena poetica del marito. E’ una dimensione irreale, sottolineata dall’ossessione per il bianco e per il nero che ha  Laura, la quale dipinge ogni cosa con motivi creativi sì ma in bianco e nero, senza cioè i colori della realtà.

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Nel suo turno di lavoro alla guida dell’autobus Paterson fa un pieno di realtà, ascolta brani di conversazioni dei passeggeri (come non ricordare “Taxisti di Notte” 1991 , sempre di Jarmush) ed osserva la città al di là del vetro del parabrezza. Partendo da minuti particolari della realtà Paterson cerca un’elevazione tramite la poesia ed è il dominus del suo minuscolo mondo. Nel pub invece a dominare è Doc (Barry Shabaka Henley), il proprietario di questo locale dove la gente beve, s’incontra ma non interagisce.

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Ogni dominus infatti ha nel proprio ambito il problema della comunicazione. Ed è proprio questo il tema principale del film: la qualità dell’interazione. Paterson e Laura parlano sì, ma il più delle volte è Laura a prodursi in un monologo in cui il marito annuisce o si limita a risposte telegrafiche. Lui non ha neppure il coraggio di dirle che non sopporta il loro cane tiranno, Marvin, un bulldog inglese che siede come un despota sulla poltrona del salotto costellato da quadri che lo raffigurano.

il cane Nellie nella parte di Marvin
il cane Nellie nella parte di Marvin

Sul suo autobus Paterson assiste al mondo ma non partecipa. Non possiede neppure un telefono portatile. Ascolta tutti con garbo, anche il collega che ogni mattina incontra al deposito dei mezzi, ma non domanda mai nulla oltre al formale “tutto bene?”. Anche nel pub il livello di scambio è molto basso, lì Doc gioca da solo a scacchi, gli avventori si incontrano ma non si conoscono mai veramente. L’unico rapporto evidente è quello tra una coppia che si è appena lasciata ed in cui lei non vuole più parlare con lui che invece la insegue inutilmente. Paterson siede da solo al bancone a guardare il fondo del bicchiere della sua birra scambiando chiacchiere con Doc, ma sono parole che stentano a divenire un reale dialogo.

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Tutto procede con coerenza sino ad un naturale drammatico epilogo, ove finalmente i piani onirico, reale e relazionale si intersecano, rompendo l’innaturale omeostasi di Paterson. Jarmush tradizionalmente non si presta a dare giudizi di valore nelle proprie storie, ma spesso un cambiamento è un passo verso il meglio e la bontà di questo cambiamento è data dalla direzione intrapresa che nel caso di Paterson è senz’altro verso la poesia, un elemento che manca ai nostri giorni, ma che non difetta certo a questo film.

CONTAMINAZIONI n° 5 – LA CONVERSAZIONE… e le origini del NOIR a casa di Dashiell Hammett.

Essere fermati dalla polizia stradale negli Stati Uniti può essere una brutta esperienza, proprio come accade in molti film. Nell’immaginario collettivo, quando un poliziotto americano ti ferma e chiede i documenti, già si mette male… se poi dice:
“Sir… step out of the car.” beh, allora sono c…i!
La stessa situazione in America Latina, in Africa, in buona parte dell’Europa dell’Est, si potrebbe facilmente risolvere con una transazione. Negli anni mi è successo a Kiev, in Tanzania e in Bolivia, dove me la sono cavata con una media di 50 Euro.
Per un italiano, abituato a cercare sempre “una soluzione”, queste modalità, magari discutibili da un punto di vista etico, sono più congeniali dell’inflessibilità anglosassone, anche se in Italia non mi è mai giunta voce di corruzione palese della polizia stradale.
Il tentativo di corrompere un poliziotto americano può portare a dei seri guai, in alcuni casi a conseguenze estreme, come succede al personaggio che Steve Buscemi interpreta in “Fargo“.

FARGO, Peter Stormare, Steve Buscemi, 1996
FARGO, Peter Stormare, Steve Buscemi, 1996

La banconota da cento dollari, infilata “per caso” tra i documenti nella speranza che il funzionario non proceda con l’accertamento, porta a un netto peggioramento della situazione e all’intervento risolutivo del personaggio interpretato da Peter Stormare (delinquente psicopatico seduto al fianco di Buscemi) che senza pensarci due volte fredda l’agente con un colpo di pistola e poi stermina una famigliola di sfortunati passanti per non avere testimoni.

Dopo un viaggio in macchina di sette ore da San Francisco a Los Angeles, ero arrivato a casa di un vecchio amico, Alessandro Jacchia, un produttore televisivo che ha colto al volo l’invito di insegnare in una prestigiosa università americana per lasciare definitivamente Roma e trasferirsi in California.

Il produttore Alessandro Jacchia
Il produttore Alessandro Jacchia

Era passato qualche anno dall’ultimo incontro e siamo rimasti a parlare fino all’una di notte, riflettendo sull’ingenuità della nostra scelta di fare i produttori in Italia, in un sistema chiuso e troppo rischioso, dove la burocrazia kafkiana, il ritardo cronico nei pagamenti della pubblica amministrazione, le vessazioni subite da Equitalia, la crisi del sistema bancario, hanno portato molte importanti realtà produttive alla canna del gas o al fallimento, in tutti i settori, non solo nell’audiovisivo.

Con le bottiglie di un ottimo Tempranillo aperte durante la cena avevamo sicuramente un tasso alcolico molto al di sopra del livello consentito… e prima di andarmene, mentre salivo in macchina, mi sono sentito dire:

“Attento alla polizia. Se ti fermano sono guai…”

Con questo monito profetico mi sono avventurato sulla highway che mi avrebbe portato verso l’aeroporto.

Mi sentivo sicuro alla guida, ma non conoscendo bene il tragitto devo aver avuto qualche esitazione, passando da una corsia all’altra mentre seguivo il navigatore con la coda dell’occhio… E’ bastato questo a far materializzare dal nulla i lampeggianti di una volante alle mie spalle. Con un megafono mi venivano impartiti ordini semplice e perentori da una voce distorta, senza aggressività, ma con un tono certamente inquietante per un italiano sperduto nella notte su un’autostrada a sei corsie della California. Ho svoltato alla prima uscita come mi veniva ordinato dall’anonima voce gracchiante alle mie spalle e mi sono ritrovato in una zona industriale completamente deserta, dove ho fermato la macchina.

Ho avuto un attimo di panico: in un luogo come quello, nel cuore della notte, poteva succedere qualsiasi cosa… ma poi, grazie a una misteriosa combinazioni di fattori, ho ritrovato il sangue freddo. Il primo pensiero “Sono fregato” (la concreta prospettiva della prigione, un processo e un mare di guai) ha lasciato il posto a “Stai calmo. Non lasciarti intimidire… e ricordati che non sei in un film.”

Attraverso il finestrino ho consegnato la mia patente italiana.

Tra le varie cose, ho pensato alla leggerezza con la quale Sam Spade, l’investigatore privato uscito dalla penna di Dashiell Hammett, avrebbe affrontato la situazione. Non ero in pericolo di vita… Potevo passare dei guai, ma niente d’irreparabile.

Alla domanda se avevo bevuto dell’alcool ho risposto senza esitazione e con una calma che ha sorpreso me per primo:

“Un bicchiere di vino a cena.”

“Ho visto che ti spostavi da una corsia all’altra…” ha incalzato il poliziotto mettendo chiaramente in dubbio le mie parole.

“Mi sono perso. Stavo cercando la corsia giusta per non mancare l’uscita… Il navigatore non funziona bene. Da noi le autostrade hanno solo due corsie…”

Con la rivelazione che in Italia le autostrade farebbero ridere rispetto a quelle americane, il poliziotto ha avuto un moto di soddisfazione: meglio passare da provinciale che finire in galera. Ma ciò nonostante…

“Sir… step out of the car.”

Dal 2006 ho iniziato ad andare spesso a San Francisco, sia per le riprese di un documentario sul sessantotto prodotto da Cinecittà-Luce, che per un progetto con il Teatro di Roma e Lawrence Ferlinghetti (in collaborazione con Francesco Conz e Laura Zanetti), concretizzatosi poi nel 2008 con una serie di iniziative in vari teatri e biblioteche della capitale: “NOT LIKE DANTE – Lawrence Ferlinghetti a Roma”.

not-like-dante

Lawrence (che è nato il 24 marzo del 1919) all’epoca aveva già 89 anni, e seri problemi alla vista, tanto che quella del 17 maggio 2008 al teatro di Tor Bella Monaca (con la traduzione live di Giorgio Albertazzi e Michele Placido) è stata la sua ultima lettura pubblica ufficiale.

Al suo arrivo a Roma eravamo stati invitati in Campidoglio per un incontro/conferenza stampa con il neo eletto sindaco Gianni Alemanno che, pur ignorando chi fosse l’illustre ospite, fece un discorso molto convinto, imbeccato dal suo assessore alla cultura Umberto Croppi e dal giornalista Adalberto Baldoni, che gli avevano suggerito di non lasciarsi sfuggire l’occasione, se pure il progetto era nato con la precedete amministrazione di sinistra.

“Il più importante poeta americano vivente… Punto di riferimento e catalizzatore della beat generation… Editore di Jack Kerouac, Allen Ginsberg, Gergory Corso, Neal Cassidy…”

Allen Ginsberg, Jack Kerouac e Gregory Corso al Greenwich Village
Allen Ginsberg, Jack Kerouac e Gregory Corso

Lawrence era perplesso quando fu informato sull’appartenenza politica del sindaco, ma alla fine, quell’accoglienza affettuosa persino da parte dell’estrema destra, doveva aver convinto tutti sulla legittimità di un diritto trasversale alla cultura.

Tra le varie iniziative in programma c’era un’happening al Teatro India, con la lettura multimediale di “Underware” una poesia molto nota di Ferlinghetti…

 

I didn’t get much sleep last night

thinking about underwear

Have you ever stopped to consider

underwear in the abstract

When you really dig into it

some shocking problems are raised

Underwear is something

we all have to deal with

Everyone wears

some kind of underwear

Even Indians wear underwear

Negroes often wear white underwear

which may lead to trouble

The Pope wears underwear… I hope

… (continua)

 

Mentre sul palcoscenico Lawrence dipingeva con simboli e parole delle vecchie sottovesti, il poeta sardo Alberto Masala leggeva la sua traduzione italiana di “Underware”… seguita poi da un video proiettato su uno schermo sospeso dove, a City Lights (la storica libreria di Ferlighetti a San Francisco) Amanda Plummer (la ragazza con la pistola di Pulp Fiction) leggeva la stessa poesia in originale. Ho lavorato con Amanda nel 2002 quando partecipò al mio film sulla vicenda di Ilaria Alpi. Siamo diventati amici e da allora ogni tanto l’ho coinvolta in qualche iniziativa interessante.

Amanda Plummer in Pulp Fiction
Amanda Plummer in Pulp Fiction

La lettura sullo schermo di Amanda veniva poi ripetuta dal vivo da Ferlinghetti, mente sei ragazze, che nel frattempo avevano indossato le sottovesti dipinte, si aggiravano tra il pubblico offrendo vino. Sullo schermo intanto scorrevano le immagini del quartiere di North Beach con la presenza di altri amici poeti come Jack Hirshman e sua moglie Aggie Falk al caffè Trieste (all’angolo di Valejo Street a Grant Avenue), loro ritrovo abituale.

Durante una delle mie visite al suo studio, una warehouse alla periferia di San Francisco, Lawrence mi aveva regalato una sottoveste sulla quale aveva scritto in blu “I AM NOT YOUR MOTHER”.

sottoveste-dipinta

Negli anni abbiamo fatto parecchie riprese… una volta anche mentre guidava il suo pick up rosso e quasi finivamo fuori strada per evitare un tamponamento: i problemi alla vista erano cominciati. Ciò nonostante quel giorno era di ottimo umore e stranamente si era persino prestato a una vera a propria intervista (cosa che normalmente rifuggiva) fuori dal caffè Trieste, nella quale racconta di quando Gregory Corso era stato sorpreso a rubare nella sua libreria. Non era stato lui a sporgere denuncia, anzi, lo aveva subito avvertito che la polizia lo stava cercando e lo aveva consigliato di filarsela per un po’… E fu allora che Gregory Corso partì per l’Italia dove sarebbe rimasto in esilio per più di un anno.

Ferlinghetti al Caffé Trieste
Ferlinghetti al Caffé Trieste

Il Teatro di Roma aveva il budget per il viaggio e l’ospitalità di Ferlinghetti ma per il resto delle spese ci avevano pensato una giovane coppia di filantropi di San Francisco, Robert Anderson e Nìcola Minor, che avevo conosciuto grazie a un comune amico. La loro fortuna è legata alla compagnia di computer Oracle, fondata dal padre di Nicola, Bob Minor, nel 1977.

Robert è uno scrittore, sceneggiatore, attore e anche produttore cinematografico, appassionato di Jazz e di poesia: una sensibilità artistica, combinata a grandi possibilità economiche può essere una fortuita combinazione. Il mecenatismo è abbastanza diffuso negli Stati Uniti, mentre da noi è più raro. La coscienza di essere parte di un tessuto sociale e di poter contribuire a migliorarlo investendo un po’ della propria fortuna al servizio della collettività dovrebbe essere una cosa normale e logica, ma l’egoismo e l’individualismo sono molto più diffusi della generosità.

Tra le varie cose che Robert e Nìcola fanno a San Francisco, oltre alla normale beneficenza e al sostegno del festival della poesia e del Jazz, c’è anche il recupero e la valorizzazione del patrimonio della città, a volte ignorato dalla pubblica amministrazione per miopia o per disinteresse. E’ questo il caso dell’appartamento di Dashiell Hammett all’891 di Post St, interno 401, dove il grande scrittore ha abitato dal 1922 e ha scritto i suoi romanzi (tra i quali il celeberrimo “The Maltese Falcon”). La ristrutturazione è stata fatta con l’intento di creare un’atmosfera e ogni dettaglio è stato curato con passione e precisione, per dare al visitatore la sensazione di essere ancora negli anni venti.

Durante il mio ultimo viaggio a San Francisco (pochi giorni prima dell’incontro con la polizia stradale a Los Angeles) Robert e Nìcola erano in Giappone con i loro quatto figli, per cui non ci saremmo potuti incontrare.

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E’ stata però una bella sorpresa ricevere l’offerta di utilizzare per qualche giorno l’appartamento di Hammett a Post Street invece che andare in albergo.

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Nonostante la cucina sia perfettamente funzionante ho preferito evitarne l’utilizzo… tra il vecchio grammofono a tromba, il telefono a manovella, il lampadario di alabastro la sensazione del “museo” rimane dominante… e così, appena sveglio, sono uscito per fare colazione.

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Ero arrivato la sera prima, lasciando la macchina in un garage dietro l’angolo, e non avevo ben capito dov’ero… ma fatti pochi passi mi sono ritrovato a Union Square, una piazza che ho ben impressa nella memoria poiché teatro della scena chiave di un grande film di Francis Ford Coppola “The Conversation” (1974) vincitore della Palma d’Oro a Cannes.

Harry Caul, un investigatore privato, esperto di sistemi di sorveglianza… viene incaricato da un potente uomo d’affari di spiare una coppia di amanti. I due s’incontrato durante la pausa pranzo a Union Square e parlano mentre si muovono tra la gente, inconsapevoli che le loro parole vengono registrate da diversi microfoni in movimento, azionali dagli uomini di Caul.

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Gene Hackman ci regala una magistrale interpretazione del protagonista, un uomo solo e complesso, nella tradizione di Sam Spade, che dimostra però un disperato bisogno d’amore e una contraddittoria debolezza ancora non pensabile per lo stile hard bolied di Hammett. Si potrebbe dire che Harry è l’evoluzione Sam, nello spazio di una cinquantina d’anni, nello stesso quartiere della città.

Union Square a San Francisco
Union Square a San Francisco

Il montaggio del suono del film, curato dal mitico Walter Murch, è pieno d’invenzioni straordinarie.

Una volta rientrato nel suo laboratorio Harry comincia a “ripulire” la conversazione registrata a Union Square, isolando le frequenze fino a raggiungere quella che sembra essere l’anima delle parole… fino a capire, com’è già successo in passato, che anche questa volta il suo lavoro potrebbe mettere in pericolo la vita delle persone coinvolte, in questo caso la coppia di giovani amanti. Il passato pesa su Harry Caul come una pietra e non gli permette mai di rilassarsi. Quando viveva a New York, era riuscito a registrare la conversazione tra il capo di un potente sindacato e il suo contabile: i due parlavano solo quando andavano a pescare, su una barca a prova di microspie. Ma lui era riuscito nell’impresa scoprendo che avevano costituto un fondo segreto e illegale. Il contabile e la sua famiglia al completo erano stati uccisi per quelle rivelazioni e da allora Harry, perseguitato dal senso di colpa, si era trasferito a San Francisco.

Il film è meraviglioso. Perfetto. Una sceneggiatura geniale, piena di vasi comunicanti, che pur complicando la storia e la psicologia dei personaggi, procede con grande rigore e chiarezza, utilizzando soluzioni sorprendenti come la scena del sogno… dove Harry cammina solitario in un paesaggio desolato e nebbioso, mente la sua voce fuori campo si perde in strani e inquietanti ricordi d’infanzia… oppure la scena in chiesa, quando il protagonista sente l’impellente necessità di una confessione se pure reticente, come se il vuoto e la miseria umana della sua vita terrena lo facesse sperare per un attimo in una forza superiore con la quale rapportarsi, alla quale potersi affidare per un attimo, così da sfuggire al vuoto della sua mancanza di certezze, alla solitudine opprimente che lo circonda.

Gene Hackman nel film "The Conversation"
Gene Hackman nel film “The Conversation”

Anche i personaggi femminili del film di Coppola sono facilmente riconducibili agli archetipi di Hammett: donne senza scrupoli che usano il proprio fascino per confondere le capacità critiche del protagonista, che mentono spudoratamente, che spariscono all’improvviso… ma che in fondo non sono da condannare, anche loro vittime di un mondo feroce e impietoso.

Indimenticabile la scena in cui Harry per un attimo sembra dimenticarsi della sua sfiducia cronica nel mondo, e si confida con una donna che ha appena incontrato… Le parla di un’altra donna, quella che l’ha appena abbandonato proprio per la sua incapacità di fidarsi, per la sua ossessiva riservatezza. Cerca risposte che nessuno gli può dare: le sue inutili domande piene di disperazione a quella sconosciuta che rappresenta l’universo femminile, ci fanno provare per lui una grande tenerezza, nonostante sia un personaggio così schivo e sfuggente.

Come Sam Spade, Harry Caul è l’uomo delle occasioni perdute, destinato alla solitudine… l’uomo che può aspirare solo a qualche sporadico istante di felicità, come un raggio di sole che scalda per un attimo un angolo freddo. La sua unica possibilità di sopravvivenza è la dimensione mitologica dell’eroe solitario che con la sua forza di volontà si oppone alle avversità del mondo, fuori e dentro di se. Il mito di Ulisse ritorna sempre, si rinnova e prende altre sembianze, ma l’essenza rimane.

Mentre camminavo per tornare all’appartamento di Hammett a Post Street, le immagini e le suggestioni del film di Coppola mi tornavano alla mente… e quando sono entrato in casa l’atmosfera mi ha portato ancora più indietro nel tempo, dagli anni settanta agli anni venti. Seduto alla scrivania di Hammett, davanti alla vecchia macchina da scrivere Royal… ho iniziato a leggere “Il Falcone Maltese“, nell’esatto punto in cui il romanzo è stato scritto.

L'autore dell'articolo Ferdinando Vicentini Orgnani
L’autore dell’articolo Ferdinando Vicentini Orgnani

Sono convinto che qualche frammento di quel mondo, di quelle suggestioni appena vissute, mi sia venuto in aiuto durante l’incontro con la polizia stradale a Los Angeles… Rispetto ai guai di Sam Spade, quello che avrei dovuto affrontare era abbastanza semplice.

Ma ecco la scena…

LOS ANGELES, ZONA INDUSTRIALE – EST NOTTE

“Sir… step out of the car.”

Quando sono uscito dalla macchina il poliziotto mi ha spigato quello che avrei dovuto fare: seguire con lo sguardo il movimento di una penna, mentre con una piccola torcia elettrica illuminava i miei occhi alla ricerca di un’esitazione, di un’assenza, di una mancanza di riflessi che giustificasse un intervento più approfondito. Ho capito che in quel momento non era il caso di chiedere spiegazioni o mostrare una qualsiasi debolezza e così, quando mi ha chiesto se era tutto chiaro, ho semplicemente annuito con calma.

Pochi minuti dopo ero di nuovo libero sulla high way a sei corsie, con la sensazione di aver superato una prova importante ma senza sapere esattamente come. Tutti i miei amici americani, ascoltando il racconto nei giorni a seguire, erano allibiti, non potevano credere che il poliziotto mi avesse risparmiato.

Il commento più comune è stato: A miracle!

E’ possibile e che dopo aver bevuto un litro di Tempranillo, assieme a una lieve ebrezza si possa raggiungere una specie di calmo distacco dal mondo, uno stato di atarassia che con un po’ di fortuna può essere preso per sicurezza, per confidenza in se stessi… o forse lo spirto di Dashiell Hammett con il quale ho abitato per qualche giorno, mi è stato vicino in quel momento non facile, e come ha sempre trovato una via d’uscita per i suoi personaggi in situazioni disperate mi ha guidato come un angelo custode, facendomi trovare il giusto stato d’animo, quella calma apparente che mi ha salvato.