DA QUEL MAGICO 1952, TORNA NELLA SALE UN UOMO TRANQUILLO

Nel film The Fabelmans Stephen Spielberg racconta di aver preso contatto col cinema vedendo lo scontro di un treno che devastava un circo nel film Il più grande spettacolo del mondo, di De Mille, del 1952, quando aveva sei anni. Ho dedicato la mia ultima rubrica a Cantando sotto la pioggia del 1952, che torna nelle sale restaurato. La notizia è che anche Un uomo tranquillo di John Ford, con John Wayne, del 1952, sarà restaurato. Dunque, 1952, anno della magia del cinema. Aggiungerei Mezzogiorno di fuoco e Luci della ribalta. Quando questi capolavori ritornano non è mai un bel segnale, perché mette a confronto “quel” cinema, con “questo”. E c’è una grande differenza. Raccontando Singin in the Rain sono partito dal protagonista Gene Kelly. Applico la stessa formula, con Wayne.

Trasferitosi ragazzo in California, John Wayne (1907-1979) comincia a frequentare Hollywood. Dopo alcuni film poco significativi, nel ’39 Ford gli dà la grande occasione nel ruolo di Ringo in Ombre Rosse, il film che nobilitò un genere considerato minore. John lega da allora il suo nome a una serie di western classici diventando il più importante testimone del genere. Ma nel 1952 stupisce tutti nel ruolo dell’amoroso in Un uomo tranquillo, capolavoro assoluto. Nella pratica corrente degli anni settanta, quando nel western i buoni erano diventati gli indiani, di Wayne si cominciava a dire che era fascista e reazionario. Tutte idiozie. È vero che John era un repubblicano convinto. Ma tutto ciò può essere inteso come espressione di uno yankee tutto d’un pezzo. Katharine Hepburn in Torna El Grinta, dopo una certa diffidenza iniziale, dichiara tutta la sua stima, e passione, per un uomo sempre pronto a proteggere i deboli. Eppure Katharine aveva speso una carriera a non apprezzare gli… uomini forti. Nel ’68, all’attore veniva finalmente attribuito l’Oscar, con il Il Grinta. Era un atto dovuto. Nel Pistolero(1976), il suo ultimo film, Wayne ha il cancro. A diagnosticarglielo è il medico James Stewart, altro magnifico uomo del west. Il pistolero va all’ultimo duello in tram. Tramontava John e tramontava il western. E Wayne, che il cancro l’aveva davvero, guardava in faccia la propria fine, questa volta eroe due volte, non solo nei fotogrammi. Poco dopo moriva.

 Il film. Anni Venti. Sean Thornton torna in Irlanda, terra della sua famiglia, per stabilirvisi, dopo aver fatto fortuna – come pugile – a Pittsburg. Viene accolto dalla comunità con grande curiosità e con un po’ di sospetto. Ma quando Sean decide di comprare la casa dov’era nato diventa simpatico a tutti. Deve però battere la concorrenza di Denhaer, uomo rozzo e prepotente, ma fratello della bellissima Maureen O’Hara. Sean si innamora della donna, la corteggia secondo tutti i giusti riti, dopo averla chiesta in moglie. Alle nozze Denhaer si rifiuta di dare alla sorella la legittima dote. Da quelle parti il fatto è molto serio, tanto che la donna si rifiuta di consumare le nozze. Sean è costretto a stare a tutti i giochi e, grazie a una strepitosa rissa col cognato, ottiene il dovuto e i due sposi potranno essere, a tutti gli effetti, marito e moglie. Uno dei più grandi film americani, e non solo, intelligente, felicissimo e nostalgico. Un atto d’amore di Ford verso la terra della sua famiglia. Lo straniero Wayne, americano pragmatico, si scontra con la scomoda tradizione irlandese e scopre che, tutto sommato, la vita era bella anche se guidata da riti e condizionamenti a prima vista inutili. E Ford non perde di vista nemmeno i grandi temi, raccontati a modo suo, con leggerezza e ironia, come quando la comunità cattolica si finge protestante per impedire che il pastore venga trasferito per mancanza di fedeli.  Premio Oscar a John Ford.

PINO FARINOTTI

TORNA NELLA SALE SINGIN IN THE RAIN, MANIFESTO DELLA GIOIA DI VIVERE

La cineteca di Bologna ha restaurato Singin in the Rain (Cantando sotto la pioggia)

di Stanley Donen e Gene Kelly, del 1952. Trattasi del film che ha nobilitato il genere musical portandolo nella dimensione di arte. Gene Kelly che canta e balla sotto la pioggia è il più felice modello di gioia di vivere di tutto il cinema. E’ negli occhi di tutti noi. E così il primo canto sarà per Kelly (1912-1996). Regista attore, ballerino, coreografo, cantante. Nessuno come lui.

Dopo aver aperto una scuola di ballo a New York, debutta a Broadway con musical Pal Joe e ha successo. Hollywood lo ha tenuto d’occhio e il produttore Selznick lo ingaggia e dal 1942, insieme al suo grande amico Stanley Donen, Kelly è  alla MGM, dove si integra con quel gruppo di Athur Freed, produttore, che in pochi anni darà vita a una serie di film geniali, autentici capolavori del genere: Un giorno a New YorkCantando sotto la pioggiaUn americano a Parigi fra gli altri. Con Kelly sempre protagonista. Il coreografo Bejart dichiarerà che il suo talento non ha nulla da invidiare a un Nureiev. Gene possiede quelle doti di simpatia e di incanto, rilanciate dalla macchina da presa, davvero uniche.

Kelly balla con suoi grandi colleghi, a cominciare da Fred Astaire, con le dive Rita Hayworth, Judy Garland, Cyd Charisse, con vecchiette e bambini, con sé stesso davanti a uno specchio, con Jerry (collega di Tom) ed è sempre magnifico e credibile. In Un americano a Parigi esce da un dipinto trompe l’oeil di Lautrec. In Un giorno a New York corre davvero sui tetti dei grattacieli. Ma non è solo musical. La Metro estende il suo talento infinito anche ad altri ruoli. Da cineteca la sua idea di D’Artagnan nell’insuperata edizione de I tre moschettieri, del 1948. Kelly affronta anche la regia e lì è intelligente ma meno fortunato. Batte il record di budget con Hello Dolly e per poco non fa fallire la Fox. Lo ritroviamo ballerino di “carattere” in Xanadu, ma il suo tempo è ormai passato.

I “tre tenori” lo hanno onorato cantando Singin in the Rain al Madison Square Garden. Kelly, molto malato, paralizzato, era in prima fila. Durante l’ovazione della sala faticosamente sforzandosi, si alzò in piedi sostenuto da un infermiere. Morì tre giorni dopo. Non poteva rinunciare al pubblico. E all’applauso. E a Cantando sotto la pioggia. A costo della vita.

Il film. Hollywood 1927. Don Lockwood, attore del cinema muto, è l’idolo degli spettatori che amano l’avventura. La sua partner è Lina Lamont. Ma la Warner ha prodotto Il cantante di jazz, primo film parlato e, improvvisamente, attori e storie diventano superati. Occorre dunque correre ai ripari. Dopo il fiasco dell’ultimo “muto” gli attori prendono lezioni di dizione. Qualcuno ha attitudine, qualcun altro no, come la prima diva, la Lamont appunto, viziata e cattiva, che ha la voce stridula. Fra le tante invenzioni ecco il doppiaggio, una vera e brava cantante darà la sua voce alla diva. In tutto questo Gene Kelly balla col suo amico Donald O’Connor e amoreggia con Debbie Reynolds. Questo film viene ritenuto il vertice del genere, per ironia, fantasia, intelligenza e qualità musicale. Sono presenti molte scene entrate nel mito: dal fantasmagorico ballo di O’Connor che si arrampica sule pareti, alla tenda che smaschera il trucco del doppiaggio davanti a centinaia di persone, al numero centrale di Cyd Charisse moderna e sexy, allo strepitoso “a solo” di Kelly nella pioggia, che canta e balla Singin’ in the Rain. Il film, anche a tanti anni di distanza, non ha perso nulla della sua freschezza, impreziosendosi anzi per la nostalgia… di quei film che non si fanno più. Doveroso citare gli autori, Adolph Green e Betty Comden e i compositori, Necio Herb Brown, Roger Edens e Lennie Hayton.

PINO FARINOTTI

ELISABETTA RACCONTA, CON AMORE, I 70 ANNI DI VITTORIO

Elisabetta e Vittorio Sgarbi. I fratelli sono una coppia fenomenale, è notorio e accreditato. Hanno portato e portano cultura, bellezza e invenzioni in un panorama del Paese statico e generalmente depresso.

Dunque Elisabetta, per il suo compleanno, ha dedicato al fratello il film Vittorio – in un tempo fori dal tempo. L’8 maggio ha raccolto sulla motonave Stradivari alcune decine di personaggi, amici di famiglia, che hanno raccontato Vittorio. Mentre la nave scendeva lungo il fiume placido. Sì, il Po: grande significato per gli Sgarbi. Se sei di Ferrara e il fiume ti passa vicino, con la sua storia, la sua imponenza e il suo segnale, non puoi più ignorarlo nel tuo percorso di persona e di artista. Lo stesso Sgarbi dirà di essere nato nel ’52, ma concepito nel ’51, l’anno del “Polesine”, quando il Po esondò.

Ero molto curioso del film della Sgarbi. Ho raccontato, molto, di Extraliscio, rivoluzione visionaria di un genere e anche di Nino Migliori, fotografo di qualità. Ma la regista ha gestito una materia statica “parlata” dell’artista, mettendoci invenzioni registiche e di estetica che hanno fatto del documentario un piccolo capolavoro di video-arte.

Con “Vittorio” Elisabetta si trovava ad essere autrice di cento personaggi con un unico copione: raccontare il fratello come in una sorta di giubileo. Il panorama italiano della cultura, dell’arte, della comunicazione c’era (quasi) tutto. Qualche nome fra i molti: la Shammàh che esordisce. E poi Morgan, Cruciani, Mirco Mariani, Colasanti, Andreose, Dolce, Sallusti, Ovadia, Cairo. Punta dell’iceberg, come si dice. E poi sindaci, vicesindaci, artisti, ministro. Quasi tutti e tutto.

Ero curioso, dopo i primi minuti, di vedere come la regista avrebbe gestito tanta roba uniforme. Impresa non semplice. E lei, come sa fare, ha inventato. Si muoveva silenziosa, con giacchina e largo drappo fuxia, inserendosi fra i parlanti di spalle, fissandoli come a tenerli d’occhio. La sua macchia dominava come una lampada accesa. Si spostava agitando il drappo, poi si fermava a guardare l’acqua grigia del fiume e la riva là dall’altra parte. E parlava poco. Ha fatto, sempre di spalle, una dichiarazione forte d’amore verso il fratello. Ha usato canzoni rapinose degli Extraliscio come E’ bello perdersi e Romantic Robot, come connessione indispensabile a unire i blocchi di parole. Una che sa dirigere, sa dirigere anche sé stessa. Per dare dinamicità e spettacolo la regista ha messo insieme un trenino dove lei, pilota, trainava gli altri. Credo che fosse una memoria della sfilata finale felliniana di  8½, oppure quella dei magnifici danzatori di Pina Bausch secondo Wenders. Funzionava.

Anche il festeggiato non parlava molto. Si muoveva quasi sorpreso, in quell’immane salotto mobile.  Sorridendo e ringraziando. Fra gli interventi ne estraggo uno davvero fuori dal coro di quel matto geniale visionario che è Morgan. “Sono entrato in una stanza e c’era Vittorio nudo. Così ho paragonato i suoi genitali ai miei, erano simili nella dimensione e nel colore.” Chi altri poteva permetterselo?

C’è stato un momento in cui Vittorio ha fatto Sgarbi, illustrando il dipinto di Caravaggio Riposo durante la fuga in Egitto.  Maria è sullo sfondo e dorme tenendo in braccio il bambino. Giuseppe è il protagonista, davanti a lui un bellissimo Angelo. Ed ecco il critico in uno dei suoi paradossi divertenti: “Finalmente Giuseppe, frustrato da anni di astinenza, potrà farsi l’angelo.”

Alla fine Elisabetta ha chiesto al fratello, se avesse gradito la festa. “Certo è stata bella, commovente, musica e balli, ricordi, tanta gente. Ma adesso ho voglia di aria del fiume.”

Tanta gente, tante parole. Ma quando sono arrivati i titoli di coda, quasi ti dispiaceva.

PINO FARINOTTI

CELEBRAZIONI PER I 60 ANNI DI LAWRENCE D’ARABIA

Nel 1916, in piena Prima guerra mondiale, si svolgeva quella che nell’area orientale verrà definita la rivolta araba. Sul fronte africano il Regno unito cercava di opporsi e porre un freno all’aggressività dell’Impero ottomano. In quel contesto Londra cercò di sfruttare il malcontento di una parte degli arabi nei confronti degli ottomani, puntando sui gruppi tribali che vivevano da nomadi fra i territori di Siria, Giordania e penisola araba, dove il controllo ottomano si limitava alle città sante di La Mecca e Medina. Un’aura di divina popolarità apparteneva alla figura dell’emiro Faysal, ritenuto discendente del profeta Maometto e dunque con l’autorevolezza per tenere unite le comunità arabe e portarle alla riscossa.

Thomas Edward Lawrence, che operava come agente dell’Intelligence britannica al Cairo, esperto d’Oriente e profondo conoscitore di quelle circostanze, ebbe l’incarico di contattare Faysal e diventare suo consigliere militare. Lawrence, romantico appassionato studioso di cultura araba, sorpassò quel ruolo. Di molte lunghezze.

Nel 1922 Lawrence scrisse I sette pilastri della saggezza, dove raccontò la sua vicenda. Ci mise del suo ma la cultura inglese accolse il libro come testimonianza vicino alla verità storica di quei fatti. Nel 1961 la Columbia acquisì i diritti del libro e organizzò la produzione, per dar vita a un film grande, che avrebbe fatto la storia.    Scelse nomi di alto profilo: David Lean alla regia. Alec Guinnes, Omar Sharif, Anthony Queen nel cast. Oltre al quasi sconosciuto, ma perfetto Peter O’ Toole.

Si parlò del Via col vento inglese. Lo sforzo produttivo riuscì. Lawrence d’Arabia è uno dei maggiori capolavori del cinema. Nella notte dell’8 aprile 1963, serata delle stelle, si vide attribuire 7 Oscar.

Quando il tempo parve intaccarlo, intervennero Martin Scorsese e Stephen Spielberg che nel 1989 finanziarono il restauro cromatico della pellicola.

“Lawrence” compie sessant’anni. In Inghilterra sarà riproposto nei circoli e nelle sale più importanti.

La scheda. Nel 1917 l’Inghilterra aveva delle precise mire sull’Arabia e sull’Egitto. I disegni politici erano intralciati dai turchi e dall’incapacità delle tribù arabe di riuscire a far fronte comune. Thomas Edmund Lawrence, ufficiale inglese dal temperamento singolare e poco conforme ai tradizionali codici militari, innamorato dell’Arabia e del deserto, diventa amico di alcuni capi arabi, riesce a metter d’accordo popoli diversissimi fra loro e a conquistare Aqaba, porto strategico sul mar Rosso. È un’impresa enorme, ma al momento opportuno, quando si tratta di mantenere le promesse, i capi si tirano indietro. Lawrence, con la sua fede e il suo coraggio era soltanto servito come strumento per le strategie espansionistiche dell’impero britannico. Liquidato dall’esercito Lawrence muore nel 1935, 47enne, in un banale incidente di moto. Le immagini di grandissimo impatto servite da una fotografia perfetta, certe sequenze del deserto, i rapporti dell’inglese coi vari capi arabi sono scene indimenticabili, grazie anche alla musica di Jarre (Oscar) decisamente ispirato. Peter O’TOOLE col turbante, gli intensi occhi azzurri e il volto seminascosto secondo l’usanza araba è un altro dei “segni” precisi e indiscutibili del cinema. David Lean, si era specializzato in produzioni capaci di coniugare il grande “budget” con la grana sottile dei contenuti, lo spettacolo con la qualità. Basti pensare a titoli come Il ponte sul fiume Kwai, Zivago, La figlia di Ryan, Passaggio in India. Una misura che gli ha permesso di raccogliere una messe di Oscar (sette per Il ponte e altrettanti per Lawrence). I film di Lean sono fra i pochi che hanno sempre messo d’accordo critica e pubblico.

Pino Farinotti

FRANCESCO ROSI E IL SUO GRANDE CINEMA

Questo 15 novembre Francesco Rosi (1922-2015) avrebbe compiuto cento anni. Ed è legittimo anzi doveroso, ricordarlo. Rai Movie ha organizzato una “Maratona Francesco Rosi” dove passano molti dei titoli fondamentali del regista.

Nel panorama del cinema italiano, quando era grande e dettava legge, il suo nome ci sta. In una certa chiave ha dominato un genere, quello della cronaca raccontata attraverso la fiction drammatica. Rosi ci metteva del suo, ed era sempre un contributo che dava qualcosa di più, in chiave di potenza narrativa, di rigore e di morale, e non era mai improprio. Diceva: “Cercare con un film la verità non significa voler scoprire gli autori di un crimine, ciò spetta ai giudici e poliziotti, i quali lo fanno a volte a prezzo della vita e a loro va il nostro pensiero riconoscente. Cercare con un film la verità significa collegare origini e cause degli avvenimenti narrati con gli effetti che ne sono conseguenza”

I contatti di Rosi giovane non sono banali. È aiuto regista di Visconti in La terra trema. In seguito lo sarà di Antonioni e Monicelli. Sceneggia Bellissima di Visconti e collabora con Emmer e Zampa. I primi titoli da regista sono La sfida (1958) e I magliari, già promettenti. Ma nel 1962 ecco Salvatore Giuliano, col quale fa il salto

di qualità.

La sintesi. Secondo il suo stile Rosi usa il bandito Giuliano, quasi una leggenda degli anni quaranta italiani, ucciso, -forse, ci furono polemiche- dai carabinieri il 5 luglio del 1950, per estendere il racconto agli interessi economici e politici della mafia siciliana.

Come Luchino Visconti, che ha attinto ai grandi autori delle letterature prevalenti, anche Rosi si affida a quella base sicura e garante, a scrittori come Sciascia, Carlo e Primo Levi, Lussu, Garcia Màrquez. Nei suoi racconti Rosi ha sempre espresso un rispetto sacrale del master letterario. Un modello esemplare Cristo si è fermato a Eboli dove il regista usa integralmente la prosa preziosa di Carlo Levi, che è anche il protagonista del film, interpretato da Gian Maria Volonté, che è stato l’attore simbolo di Rosi, chiamato a dare corpo e volto a Mattei e a Lucky Luciano.

Titoli fondamentali della filmografia. Le mani sulla città (1963): una denuncia della corruzione durante gli anni del boom economico. Il film valse al regista Il Leone d’oro a Venezia. Un secondo Leone arrivò “alla carriera” nel 2012. Rosi si applica a una visione diversa della prima guerra mondiale con Uomini contro (1970) adattato dal libro Un anno sull’altipiano di Emilio Lussu. Affronta un caso di cronaca scottante con Il caso Mattei (1972), Palma d’oro a Cannes. In La tregua, dal romanzo di Primo Levi, racconta il rientro a casa, struggente, dello stesso Levi (Turturro) sopravvissuto ad Auschwitz. Il regista si rifà al premio Nobel Garcia Màrquez in Cronaca di una morte annunciata (1987)

Ma il punto più alto della sua ricerca è forse Cadaveri eccellenti. In quel 1976 Rosi dirige un film certo allarmante e profetico. Magari da rivedere con attenzione. La vicenda. In un paese immaginario (ma immaginabile) vengono uccisi alcuni alti magistrati. L’ispettore Rogas concentra i suoi sospetti su un farmacista, ma quando la catena di omicidi raggiunge la capitale, le indagini si spostano sulle frange dell’estrema sinistra. Rogas, però, riesce ad ottenere le prove di un disegno eversivo che coinvolge le stesse alte sfere dello Stato. Ne informa il segretario del Partito comunista, ma entrambi saranno uccisi in un agguato. Falsa e sviante la versione

della polizia. I compagni del segretario, pur non ignorando la verità, rinunciano tuttavia alla conquista del potere ritenendola prematura. Primo film sulla “strategia della tensione”, ricavato da Il contesto di Sciascia.

Pino Farinotti

QUEL TANGO –SCANDALO- DI PARIGI HA 50 ANNI

Il 1972 è stato un anno decisamente felice per cinema. Titoli e autori. È la stagione de Il padrino (Coppola), Il fascino discreto della borghesia (Buñuel), Sussurri e grida (Bergman), Cabaret (Fosse). E poi Ultimo tango a Parigi (Bertolucci). Titolo, quest’ultimo, decisamente sexy, merita il focus. Sono passati cinquant’anni. Il nome da fare è Marlon Brando, “Oscar” nel “Padrino” e dominus assoluto del “Tango”.

Nella vita e nella carriera Brando è morto e risorto più volte, sempre fedele al suo standard estremo e maledetto, sempre contro, con quella franchigia che tutto gli consentiva nella professione ma che nel privato era un disastro: mogli, compagne, figli sparsi qua e là, suicidi e delitti. Trentenne, negli anni Cinquanta era già una leggenda vivente. Nel Giulio Cesare affrontava Shakespeare senza conoscerlo. Nel monologo di Antonio “amici, romani, cittadini, io vengo a seppellire Cesare” incantò John Gielgud, grande specialista shakespeariano. I capelli di Brando in Fronte del porto (Oscar), diventarono moda, così come il “chiodo”, il giubbotto di pelle indossato ne Il selvaggio. Istintivo e fuori controllo, cominciava a diventare il nemico di sé stesso, declinava, ma nel ’72, rieccolo risorto dalle proprie ceneri. Paul, il protagonista di “Ultimo Tango” quarantenne dolente e maledetto, in crisi di tutto, ispirò crisi vere, non da schermo. Una classifica pose quel Brando come il modello più sexy in assoluto del cinema di sempre. A Parigi un gruppo di signore fondò il “Club Ultimo Tango” dove un rito consisteva nel lasciarsi andare a fantasie erotiche davanti a un cartonato del divo. Per il ruolo di Paul erano in gioco nomi come Belmondo e Delon. Ma quando qualcuno prospettò Brando la scelta fu fatta, di getto. E lui, il divo, accettò. Ma voleva il controllo di tutto.

Il film. Un uomo, rimasto vedovo della moglie suicida, si aggira per Parigi in preda a una irrefrenabile malinconia, dovuta, oltre che alla perdita della sua compagna, a un passato confuso e alla perdita della giovinezza. L’incontro con una giovanissima ragazza borghese e il loro fulmineo rapporto sessuale cambierà la vita di entrambi. Ma l’uomo sembra imprigionato in una sorta di ossessione erotica, che solo in un primo tempo è condivisa dalla giovane. Quando scemerà l’interesse della ragazza per quel rapporto senza futuro, questa ucciderà il suo amante. Film discusso ma non discutibile, “Ultimo tango” reca l’impronta di quello che può essere considerato il vero autore del film: Marlon Brando. Bertolucci non sarà mai più così sincero e ossequiente con la storia che racconta. A supporto di questa tesi resta il fatto che quando Brando è assente il regista cerca di applicare uno stile “Truffaut” fastidioso e improprio. La presenza di Jean-Pierre Léaud, attore simbolo di Truffaut. è in tal senso indicativa. Il solo modo di non essere travolto da Brando era quello di mettersi al servizio delle studiate improvvisazioni del geniale attore. E Bertolucci lo ha fatto, sia pure con qualche sofferenza. Il risultato è un film ibrido ma entusiasmante. Quando fu distribuito era già stato preceduto dalle cronache scandalistiche, che avevano speculato su alcune sequenze di grande impatto erotico, per allora. In seguito abbiamo visto ben altro. E in quelli che si possono considerare anni contraddittori e che vengono denominati secondo i casi, anni di piombo, di restaurazione e altre definizioni pseudo storico-sociali, il film venne ritirato e i negativi distrutti; tutto con un furore da inquisizione. Per fortuna si salvò qualche copia, e così il film è stato venduto e svenduto anche nei supermarket, assieme alla nutella. E il furore scatenato dalla presunta empietà della pellicola, dov’è?

PINO FARINOTTI

MARTONE, L’OSCAR E GLI ITALIANI VINCITORI

E’notorio, Nostalgia di Mario Martone concorre all’Oscar. Il film è certo l’opera di maggiore qualità della stagione. Ed è il segnale della completezza artistica e del talento dell’autore. C’è un dato di questi giorni ad avallare. Il film, la regia di Fedora alla Scala, e il prossimo Romeo e Giulietta al Piccolo Teatro. Oscar, Scala, “Piccolo”: un podio per pochi, pochissimi.

Nostalgia è la storia di Felice, un napoletano che dopo aver fatto fortuna torna a casa. Ci sono momenti di ricordo di quando era ragazzo e frequentava Oreste, che poi avrebbe fatto fortuna in un altro modo, diventato un capo camorrista.

Dopo aver visto il film ne ho parlato con Martone. “Mario, un’idea. Avresti potuto girare le sequenze dei due ragazzi in bianco e nero. Per tre ragioni. Avresti evocato quel periodo in cui eravamo i più bravi del mondo… Sciuscià, Ladri di biciclette. E poi il bianco e nero avrebbe dato un tratto concettuale tanto amato dai francesi, e anche da alcuni membri… colti, della commissione degli Oscar…” È vero” ha detto Martone, col sorriso, “poteva essere un’idea, purtroppo è tardi”.

Non so se il nostro vincerà l’Oscar, lo speriamo con tutto il cuore. Comunque inserire il suo nome nell’antologia degli italiani che lo hanno vinto è già un punto di partenza.

Trattasi di registi importanti, in qualche caso di grandi maestri, artisti generali.

Cominciamo. Vittorio De Sica: quattro Oscar. De Sica merita un inserto.

Una volta domandarono a Cesare Pavese quali fossero i suoi narratori preferiti. Rispose: Thomas Mann e Vittorio De Sica. Con quell’affermazione, il grande scrittore piemontese, omologando De Sica al premio Nobel tedesco metteva cinema e letteratura sullo stesso piano. De Sica ottenne l’Oscar con Sciuscià (Oscar 1948) e Ladri di biciclette (1950).

Una sala di Pasadena ha proiettano per anni Ladri di biciclette. La California, terra del cinema onorava Vittorio De Sica. Il prestigioso Moma, di New York conserva una copia del film come cimelio di arte di vertice. Ieri, oggi, domani (1965) è il terzo Oscar: è la celebrazione di Sophia Loren, che interpreta tre parti diverse. Il regista le deve molto. L’ultima statuetta è per Il giardino dei Finzi Contini (1972). Tratto dal romanzo di Giorgio Bassani non ebbe buone critiche. Il film non riuscì a trasmettere la qualità del libro.

Federico Fellini: artista italiano del secolo, fra i più acclamati del pianeta. Quattro Oscar: La strada (1957) Le notti di Cabiria (1968), 8 ½ (1964) Amarcord (1975). E un quinto alla carriera. Manifesti di periodi diversi. Significa che Fellini, l’Academy Awards, lo ha capito in pieno. Il riminese presenta infinite citazioni, addirittura un aggettivo, “felliniano” sappiamo tutti cose significa. Lana Turner ne Lo specchio della vita è la prima diva di Hollywood. Molla tutto perché da Roma l’ha chiamata “Fellucci”. E poi quella dedica “A Federico” di Wenders in Lisbon Story.

Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (1971) è un film sul potere in una stagione dove la politica e la società stavano cambiando. Elio Petri realizzò un’istantanea lucida e profetica.

Nuovo cinema Paradiso (1990), di Giuseppe Tornatore. E’ il trionfo del cinema: commozione e memoria. Gradito da tutto il movimento.

Maditerraneo (1992) di Gabriele Salvatores. Trattasi di bel film ma non da Oscar. Ci furono polemiche. A farne le spese era stato Lanterne rosse, di Zhang Yimou, quello sì, da Oscar.

La vita è bella (1999). Opera grande di Roberto Benigni, capace di far sorridere pur raccontando la vicenda più tragica dell’umanità.

La grande bellezza (2014). Paolo Sorrentino crea un film visionario pieno di talento. Ma è anche il sesto Oscar di Fellini.

PINO FARINOTTI

IL FARINOTTI 2023

Pino Farinotti è critico, docente universitario e scrittore, ha scritto bestseller di narrativa tradotti in varie lingue che hanno ottenuto i più importanti premi letterari, ma anche attore, dove ha partecipato con un cameo, nel film “7 km da Gerusalemme” tratto dal suo romanzo.

Nel settore video annovera anche la realizzazione di docufilm, con il patrocinio del comune di Milano, “Giants in Milan”  con 10 prodotti in occasione dell’evento mondiale Expo del 2015, co-prodotti con DNA srl (disponibili in DVD e streaming con www.e-cinema.it).

Il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, nel 2003, lo ha nominato “Benemerito della cultura”.Un curriculum che viene raggiunto dopo anni di duro lavoro e abnegazione per il settore definito la settima arte: il Cinema.

Il primo dizionario viene realizzato nel lontano (oramai) 1979 editato dalla Rusconi, a seguire Garzanti, Mondadori, Newton Compton con ben 12 edizioni, LA VITA FELICE.

La svolta epocale è stata nel 2000, la nascita di Mymovies, grazie alla collaborazione con Gianluca Guzzo, che apre le porte all’era digitale ma sempre accompagnato dall’immarcescibile tomo cartaceo, per gli appassionati del contenuto da toccare ed esporre nella libreria di casa facendolo diventare un feticcio personale.

Nel 2012, Rossella Farinotti critica d’arte contemporanea e cinematografica, curatrice e giornalista insegna Promozione per l’arte e la cultura e Marketing in the Arts all’Università Cattolica del Sacro Cuore e History of cinema and video presso la Naba di Milano, diventa coautrice.

Il Farinotti 2023, chiaramente aggiornatissimo, contiene le schede dei film presentati alla 79a Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia.

Il Farinotti 2023 possiamo definirlo, ad honorem, l’antesignano  dizionario dei film!

Presentato in anteprima (come si addice per un evento cinematografico) al cinema Arlecchino di Milano il 16 dicembre 2022, con un parterre di personaggi illustri e introdotto da Matteo Pavesi direttore generale del MIC.

Giovanni De Santis

 

 

QUELLA DOCCIA DI PSYCHO CHE ANCORA FA PAURA

Una major dell’editoria. In riunione ci sono: l’amministratore delegato, il direttore editoriale, il consulente editoriale, il direttore marketing, lo scrittore di punta della Casa. All’ordine del giorno la pubblicazione di un libro sul rapporto fra Hitchcock e Freud. Si studia la copertina. Una proposta è un’immagine speculare dei volti dei due.
Qualcuno dice che è preferibile trovare il fotogramma esemplare di un titolo.
Freud è stato un ispiratore potente di Hitchcock. In Io ti salverò Gregory Peck si crede un assassino perché vittima di un trauma infantile. “Marnie” è devastata da una fobia verso gli uomini per un ricordo, nel recondito, della madre prostituta.
Madeleine (Kim Novak), “la donna che visse due volte”, si porta il segnale angoscioso sepolto nell’ inconscio, di Carlotta, un’antenata morta suicida.
E poi, naturalmente Norman Bates, (Anthony Perkins) il mitologico psicopatico di Psycho (1960). Chi non lo conosce? Traumatizzato dall’aver ucciso la madre diventa la madre e uccide le donne per gelosia verso il figlio.
Psycho non sarà La donna che visse due volte, che occupa nientemeno che il primo posto, sottratto all’eterno Quarto potere di Welles, nella classifica dei più grandi titoli di tutti i tempi, stilata dalla testata Sigh and Sound che fa testo, ma è un film con un carattere che è un unicum.
Uno dei membri della riunione fa questa proposta: l’ultima sequenza di Psycho, con quel sorriso terribile, inquietante di Norman “madre e figlio”. La scelta è fatta.

Non esiste un film più rifatto e raccontato di Psycho. La sua presenza è perenne ed è notizia di questi giorni che la Cineteca di Bologna lo ha restaurato in 4K inserendo 13 secondi nella celeberrima scena della doccia.
La musica ha un ruolo decisivo in quella sequenza. Il compositore era Bernard Herrmann, che sta a Hitchcock come Morricone sta a Leone e John Williams a Spielberg. E’ un gigante delle colonne da film.

Quando Hitchcock girò quella scena dove Janet Leigh viene uccisa, in un primo tempo decise che la musica non serviva. Ma cambiò idea, così disse a Herrmann di superare sé stesso: “Voglio che le donne che vedranno questa sequenza abbiano paura tutte le volte che faranno la doccia”. E così accadde. Da un sondaggio emerse, e vale ancora, che facendo la doccia, gran parte delle donne non tira la tenda e comunque si sente a disagio. Nell’orchestrazione Herrmann fece a meno degli strumenti a fiato e usò solo la sezione degli archi. E tutti ricordiamo quei colpi di violino che accompagnano l’assassino mentre apre la tenda e pugnala la donna nuda con il sangue che scorre con l’acqua.

Dicevo “rifatto e raccontato”. Nel 1983 ecco Psycho II, di Richard Franklin; nell’86 è lo stesso Perkins a dirigere sé stesso in Psycho III. Norman, sembra apparentemente guarito ma… nessuno gli crede. C’è anche una serie (2013-2017) diretta da Mick Garris. E poi almeno una mezza dozzina di documentari. Ricordabile The Psycho Legacy, di Robert Galluzzo del 2010.

Nel 1998 è l’ottimo Gus Van Sant che semplicemente rifà il master del 1960, senza cambiare un’inquadratura. Del resto come puoi modificare qualcosa inventata da Hitchcock. Nella parte di Norman Bates, un bravo Vaughn, ma Perkins era un’altra cosa.
Ecco infine, ricordabile, Hitchcock (2013) di Sacha Gervasi, dove si racconta la produzione di Psycho. Il cast è notevole. Anthony Hopkins fa Hitchcock, Scarlett Johansson è Janet Leigh e lo sconosciuto James D’Arcy è Norman, e gli assomiglia in modo impressionante. Ma coprotagonista vera è Helen Mirren, che fa Alma Reville, moglie di Alfred. Secondo il regista Gervasi sembra che buona parte delle soluzioni, così acclamate, le si dovessero proprio alle idee della signora.

Pino Farinotti

ROBERTO F.: LA SUA STORIA DA (RI)RACCONTARE

Scritto e presentato da Pino Farinotti, per la regia di Nicolò Tonani, distribuito da DNA srl (il prodotto si può trovare in streaming con

www.e-cinema.it), un docufilm di circa un’ora che racconta la vicenda di Roberto Formigoni.

Il focus è sulle sue azioni di quando era governatore, senatore, deputato, europarlamentare.

Un documentario che racconta l’azione di Roberto Formigoni quando era governatore, senatore, deputato ed europarlamentare fino al suo coinvolgimento nei ben noti e tristi accadimenti.
È un operato vasto e articolato quello di Roberto Formigoni. Un percorso che lo ha visto agire come governatore fra il 1995 e il 2013 e nelle funzioni di cui sopra, quando assumeva le responsabilità maggiori che si riflettevano sulla vita di dieci milioni di milanesi/lombardi.

Mentre la “discrezione” emerge dagli interventi, di personaggi, “attori” di idee e schieramenti diversi, di autorevolezza riconosciuta. Fra questi: Francesco Alberoni, Gabriele Albertini, Paolo del Debbio, Vittorio Feltri. E poi Piero Bassetti (già governatore), Piero Sansonetti, Ruth Shammà.

La testimonianza tocca i risultati ottenuti durante i quattro mandati attraverso appunto documenti, non opinioni o giudizi.

I racconti personali degli attori citati sono notizie non di dominio pubblico, come l’amarcord reciproco di Formigoni e Albertini, seduti l’uno di fianco all’altro, che per molti anni, in contemporanea, ebbero nelle loro mani il destino di tanta gente.

Un inserto importante riguarda Comunione e Liberazione, l’incontro fra don Giussani e Formigoni dal quale nacque una reciproca assunzione e le cui conseguenze possono essere riscontrate nell’attuale situazione sociosanitaria lombarda.

La Direzione