La Berlinale 2023


La Berlinale 2023, che si è conclusa con un grande successo di pubblico, è, tra i festival cinematografici di risonanza internazionale, quello che si distingue per essere una kermesse che attrae un vasto numero di festivalieri. In particolare vi accorrono i locali, amanti del cinema per il cinema; infatti, la nuova sala da 1.800 posti, la Verti Music Hall, si è sempre riempita, al di là del film presentato.

La qualità delle pellicole presentate in concorso, invece, si è dimostrata inferiore al solito, sotto tono. Qualche critico ha parlato di “locarnizzazione” del festival di Berlino, alludendo alla presenza di film di nicchia, opere prime, film autoriali di registi poco noti, scelte tipiche del Festival di Locarno, il cui direttore artistico Chatrian è diventato tre anni fa direttore della Berlinale.
Quanto alle premiazioni, altre sorprese a cui ci stiamo abituando.

Berlino, orso d'oro al film francese "Sur l'adamant" di Nicholas Philibert  - Gazzetta di Parma

Vince l’Orso d’Oro Sur l’Adamant, di Nicholas Philibert, un documentario (vedi il Leone a Venezia) e qui viene il sospetto di una giuria che arriva a un compromesso; vince il premio come miglior sceneggiatura Music, di Angela Schanelec, il film con la trama più incomprensibile di tutto il Concorso; vince meritatamente il premio alla miglior interpretazione (caduto alla Berlinale il doppio premio maschile e femminile) alla bambina/bambino transgender Sofia Otero del film 20.000 especias de abejas, ma anche qui c’è il sospetto di un premio “politico”; per non parlare di Mal Viver di Joao Canijo, Orso D’argento premio della Giuria, più di due ore di un’autodistruzione logorante di cinque donne legate da strettissimi legami familiari.
Il Festival che ha sofferto, tra l’altro più di altri, di due anni di Pandemia (edizione 2021 on line, edizione 2022 con forti restrizioni sanitarie) dovrà forse ritrovare una sua fisionomia. Aspettiamo con ansia l’edizione 2024, il pubblico della Berlinale rimane comunque il suo fascino maggiore insieme chiaramente alla splendida location che è Berlino.

20.000 especies de abejas (2023) - Filmaffinity

I NOSTRI TRE CONSIGLI:

The Survival of Kindness - Fandango

 

 

 

 

 

 

 

The Survival of Kindness di Rolf de Heer, Australia. Una donna aborigena, chiusa in una gabbia in un deserto australiano, riesce ad uscire ed incomincia un percorso, che è reale ma anche e soprattutto metaforico, alla conquista della propria collocazione nel mondo. Un percorso cadenzato da tappe faticose e conflittuali per raggiungere la meta. Il linguaggio non esiste, o meglio è un linguaggio inventato, ma le immagini sostituiscono egregiamente il parlato e ci raccontano le vicende di questa donna che si muove alla ricerca di una vita non da schiava. Un film che va visto subito nella chiave metaforica sia della storia del singolo e sia della Storia con la S maiuscola. Completamente ignorato nella premiazione.

Berlinale | Programme | Programme - Kletka ishet ptitsu | The Cage Is  Looking for a Bird

Kletka ishet ptitsu – The Cage is Looking for a Bird
Il film si concentra sui conflitti personali di un gruppo di donne che vivono in un remoto villaggio rurale in Cecenia. Al centro c’è l’amicizia tra due ragazze adolescenti che cercano rifugio l’una nell’altra mentre prendono decisioni sul loro futuro. Il primo lungometraggio della regista cecena Malika Musaeva, presentato alla Berlinale nella sezione Encounters, è un dramma molto duro e disperato sull’essere imprigionati e poi liberati. Direttore artistico e co-produttore Alexandr Sokurov.

Disco Boy (film) - Wikipedia

Disco Boy
Opera prima di Giacomo Abruzzese – Premio per il migliorcontributo artistico.
Migrante in fuga da regimi dittatoriali, Aleksei raggiunge Parigi e si arruola nella Legione Straniera con il sogno di un passaporto francese e di una nuova vita. Inviato in Nigeria per liberare dei dipendenti di una multinazionale petrolifera rapiti dai nativi, si scontra con i rapitori e uccide il capo. In un moto di pietas seppellisce il corpo e dopo averne chiuso gli occhi, la sua vita cambia radicalmente. Film di mistero e di esoterismo, danze tribali, riti radicati nella terra madre, stuprata da colonizzatori avidi e insensibili ai disastri ambientali ed ai soprusi etnici di cui sono rei. Aleksei vede tutto questo con gli occhi del nativo sepolto che lo porteranno ad incrociare gli occhi della danzatrice di nightclub, sorella del morto, e con lei intreccerà una danza rituale e spirituale foriera di una scelta di vita ormai irreversibile. Luci psichedeliche, musiche elettroniche e suggestioni immaginifiche rendono questo film imperdibile. Avrebbe meritato un riconoscimento maggiore.

Le tre cinefile perse
Serena Mirella Pia

C’era una volta Videomusic

Videomusic nacque da Tele Elefante che non aveva mezzi economici e con lei nacque il videoclip.

Un giovane ed ancora sobrio mago Otelma a TV Elefante

 

Videomusic nasce nel 1984 sull’ossatura di una televisione che si chiamava Tele Elefante, quindi su un circuito di trasmettitori, che erano di proprietà dei Marcucci. Prima su quei trasmettitori era stata trasmessa Telemontecarlo, poi quando Telemontecarlo si mise in proprio ci andò la televisione di Rizzoli, con Maurizio Costanzo che faceva il telegiornale. Quando anche quella televisione finì grazie allo scandalo P2, il circuito dei trasmettitori andò in crisi, perché tutti si erano attrezzati in proprio, compreso Berlusconi che aveva due reti e Leonardo Mondadori che ne aveva una. Tele Elefante perdeva delle cifre enormi.

Alberto Longoni in arte Jack La Cayenne

 

L’Avvocato Michele Lo Foco esperto del settore, fu incaricato di vedere se c’era una soluzione a questo problema. L’avvocato cercò  di capire cosa potesse funzionare di televisivamente nuovo, anche perché non c’erano  soldi. Michele Lo Foco da giovane era stato un cantante, ed  era amico di Ornato, allora presidente della RCA, un signore intelligente e appassionato  con il quale si mise a ragionare sull’idea di fare una televisione musicale, progetto che aveva studiato ed al quale aveva collaborato  Jack La Cayenne il fantasista ballerino. Assieme a Jack avevano elaborato il format di Videomusic e l’avvocato Lo Foco era  andato a proporlo ad Ornato, che gli promise il suo aiuto, determinante poiché lui era anche il presidente dell’AFI (Associazione Fotografica Italiana). Furono radunati al Ciocco, un luogo di villeggiatura di proprietà dei Marcucci vicino Lucca, tutti i discografici esistenti in quel momento e cominciarono a ipotizzare un contratto di fornitura dei videoclip, che ovviamente erano gratis e quindi consentivano di fare un palinsesto a costo zero ma molto nuovo e diverso.

Ciro Dammicco negli anni 80

 

L’inizio fu molto artigianale, le cassette le andava a prendere  di persona l’avvocato Lo Foco nelle varie case discografiche, dopodiché ci fu bisogno di avere una struttura tecnica per fare i palinsesti. Lo Foco  chiamò dall’America Ciro Dammicco, un musicista ed esperto di questa materia, insieme a Denny Besquet, famoso produttore che aveva lanciato Nikka Costa. C’erano da una parte discografici fantasiosi e pieni di estro, dall’altra parte imprenditori che erano l’opposto. Leonardo Mondadori aveva offerto personalmente all’avvocato Lo Foco dieci miliardi di minimo garantito pubblicitario e gli aveva manifestato la necessità di avere una seconda rete per reggere la concorrenza con Berlusconi. Guelfo Marcucci, saputa la notizia, comprese allora che Videomusic era una realtà molto interessante e mentre stimolava l’avvocato Lo Foco ad andare avanti con le trattative, segretamente cominciò a trasferire proprietà e marchio dell’emittente in modo da controllarla direttamente.

Daniel (denny) Besquet

 

Quando Videomusic iniziò le trasmissioni, grazie al lavoro svolto dall’avvocato Lo Foco e da Ciro Dammicco, Guelfo Marcucci inserì nella struttura la figlia Mariolina e il suo compagno Stefani che lavorava all’INPS di Lucca.

Partita Videomusic con grande successo, l’avvocato Lo Foco fu estromesso dalla gestione e dopo alcuni mesi stessa sorte toccò a Ciro Dammicco.

La politica dell’emittente cambiò totalmente, fu introdotto il telegiornale, che non aveva senso, e le case musicali, una volta alleate, furono  ricattate.

Vittorio Cecchi Gori

 

Dopo anni l’emittente in piena attività, fu venduta a Cecchi Gori, per la cifra di euro duecento miliardi, mai ufficializzata ma dichiarata dall’ex direttore commerciale del gruppo Marcucci, soldi che pare furono reperiti per Cecchi Gori dallo stesso Berlusconi, cui Videomusic toglieva spazio. Videomusic fu trasformata in TMC2 e morì.

 

In the Trap – Nella trappola

In the Trap – Nella trappola

 

Finalmente uscirà anche in Italia l’horror di Alessio Liguori che ha già imboccato la via della distribuzione internazionale in oltre 40 paesi tra cui  Stati Uniti, Canada , Germania (dove uscirà tra poco anche in home video) Russia , South Korea e sud est asiatico.

 

La pellicola racconta la storia di Philip, un giovane convinto che sin da bambino una forza oscura stia tentando di impossessarsi di lui e vive quindi recluso nel proprio appartamento. E’ un appartamento avvolto nella penombra dove Philip si rifugia in una routine che si spezza quando nella sua vita tuttavia irrompe Sonia, una vicina di casa che lo farà riflettere sulle proprie paure e il suo passato. Gli eventi prenderanno una piega inaspettata e daranno del vissuto di Philip una lettura che si presta a molteplici agghiaccianti versioni.  La casa che era stato il luogo appartato e rassicurante di Philip si rivela essere in definitiva una trappola. Chi penserà dopo pochi minuti di aver capito tutto, dovrà ricredersi nel proseguo e, ripercorrendo i segni lasciati ad arte dall’autore, dovrà arrendersi al dubbio e la curiosità.

Jamie Paul nella parte del protagonista Philip

 

Il film è girato in inglese con un cast che annovera artisti internazionali perché  dichiaratamente nato per proporsi oltre i confini italiani. E’ una produzione che guarda senza soggezione alla tradizione del film di genere che in Italia ha avuto illustri maestri e da troppo tempo manca sui nostri schermi. La sceneggiatura è di Daniele Cosci e la casa è interamente costruita all’interno degli studi della Latina Film Commission secondo standard qualitativi che non fanno rimpiangere le produzioni statunitensi. I più attenti noteranno l’uso sapiente della color dove le dominanti di colore fungono da punteggiatura e prosodia delle scene.

Il regista Alessio Liguori durante le riprese

 

Prodotto da Dreamworld Movies e Mad Rocket Entertainment il film sarà distribuito nel nostro paese da 30 Holding che ha siglato un accordo esclusivo con i produttori per tutti i canali di sfruttamento dove garantirà una capillare presenza anche in questi complicati tempi di pandemia. Dopo il plauso ricevuto al festival Trieste Science+fiction, dove ha esordito nel ottobre 2019, gli appassionati di horror temevano che il film potesse sparire fra le pieghe di un mercato spesso poco attento alle proposte indipendenti, ma 30 Holding, che da oltre vent’anni  crede nel cinema di qualità, ha colto la bontà del progetto ed annuncia una campagna non convenzionale per diffondere il film. Un segno evidente di ottimismo e intraprendenza che questo film merita davvero.

 

La redazione

 

 

 

Petrunya, il capro espiatorio, insegna il “Change management”

Caro formatore, 

Siamo sottoposti ai messaggi più contraddittori. Un Guru ci stimola a circondarci di collaboratori che rompono gli schemi, un altro ci ricorda l’importanza del lavoro di squadra, ove tutti devono collaborare armonicamente. C’è chi spaccia l’umiltà come la Virtù cardinale, chi ci osserva che la Leadership deve essere rivoluzionaria. Oggi Leonardo da Vinci non convincerebbe alcun Recruiter, nessun genio del passato troverebbe lavoro.

Cosa sta succedendo? 

Ogni manager vuole collaboratori di Talento, orientati al cliente, collaborativi con il Capo, resilienti ad ogni stranezza organizzativa, che sappiano sopportare con cristiana rassegnazione i colleghi brocchi e pasticcioni.  

Petrunya, laureata in Storia, disoccupata intelligente, dopo un ennesimo colloquio di lavoro umiliante, si trascina sconsolata alla festa del paese, ove il prete ortodosso lancia, come ogni anno, la croce nel fiume. I ragazzi del paese si gettano a petto nudo nel fiume gelido per recuperare il sacro simbolo. Ma Petrunya, in un impulso bestiale, si tuffa vestita e prende la Croce. 

La comunità è spiazzata. E’ chiaro che nessun reato è stato commesso ma tutti vogliono punire la poveraccia, che viene condotta alla Polizia, interrogata, umiliata. Il gruppo esige il sangue del capro espiatorio. 

Ma Petrunya non abbassa la testa e, alla fine di un percorso catartico, dove si confronta con l’amica, la madre, le istituzioni, ritrova sé stessa, la propria fiducia, un futuro. 

Il linguaggio filmico di Teona Strugar Mitevska, la regista di “Dio è donna e si chiama Petrunya”, è preciso ed evoluto. La macchina da presa è usata magistralmente per indagare i grandi temi della narrazione, a partire dal ruolo del cinema stesso. Il protagonista del testo è il simbolo, ovvero il ponte tra quello che esiste, la società umana, gretta e meschina, e ciò che non esiste, che non si può vedere, che non si può toccare. 

E quindi significative le due inquadrature che aprono e chiudono il film. All’inizio la protagonista è al centro di un reticolo di linee senza un senso, alla fine imbocca un sentiero ben tracciato nella neve. 

         Dunque un testo che chiarisce come ogni essere umano cerca la propria essenza nel confronto con il gruppo che, per definizione, è castrante. In questo confronto i Leader si difendono tramite le Regole, che non sono altro che consuetudini inutili ma rassicuranti.  

         “L’abbiamo sempre fatto così” è il fondamento delle comunità che, coltivando pseudo-tradizioni, fanno prevalere la forma sui contenuti, la grettezza sull’umanità. 

         Come può evolvere quindi una comunità ove gli innovatori vengono umiliati prima che mettano piede nel perimetro. Come possiamo fare “Change management” ove soffochiamo il personale con rituali e procedure che non portano alcun beneficio. 

         “Dio è donna e si chiama Petrunya” è un film da gustare per comprendere quanto valore ci sia nelle persone, e quanto poco siamo in grado di valorizzarle. 

Luigi Rigolio

Parasite

Caro formatore, 

Il film di Bong Joon Ho va visto perché è un capolavoro. E’ una sorta di tragicommedia che contiene tutti gli ingredienti dei grandi film d’autore.  Sebbene sia stato letto prevalentemente come un film di denuncia sociale, “Parasite” è un testo che si interroga sulla condizione umana. Siamo quindi sulla scia dei grandi, da Hitchcock a Spielberg (“Salvate il Soldato Ryan“), passando da Mamet (“La casa di giochi“) e Wayne Wang (“Smoke“), che coniugano i grandi temi del cinema: genitorialità, comunicazione, viaggio, scrittura. 

La prima inquadratura, biancheria intima casualmente appesa ad un lampadario spento, racconta di una condiziona umana dominata dalla casualità, dal destino. 

La vicenda narra di una famiglia di disoccupati dei bassifondi puzzolenti di una città coreana che, grazie al caso, riesce a trovare impiego presso una famiglia di ricchissimi. Il tema della gestione del personale è trasversale, e contiene più spunti di quanto appaia ad una prima lettura. Prima il figlio si fa assumere come insegnante di inglese tramite un diploma falso, poi la figlia diventa insegnante di disegno del bambino più piccolo, infine anche padre e madre diventano l’autista e la governante. Tutto è basato su false raccomandazioni ed inganni, per cui i familiari devono fingere di non conoscersi. All’inizio le cose vanno bene, visto che i quattro si dimostrano capaci collaboratori domestici, ma in un crescendo di tensione la vicenda si ingarbuglia. Dal rifugio antiatomico sotto la casa padronale, chiaro simbolo dell’inconscio, emergono antichi problemi che, in un crescendo di tensione, rovinano truffatori e truffati. 

Le maschere cadono ed emerge la verità, rappresentata dal rigurgito delle fogne, dal sangue dei corpi, dagli odori. 

Il mondo dei Miserabili è speculare a quello dei Fortunati: ciò che conta è la paternità, che manda messaggi in codice dal piano inferiore. Bisogna mettersi in ascolto per cogliere i messaggi.   

La verità appare solamente ai bambini e agli animali, mentre gli adulti, che recitano una parte, sono ciechi gli uni per gli altri. Per questo la padrona di casa assume con fiducia crescente i truffatori uno alla volta, seguendo una catena karmica di raccomandazioni.

La vicenda chiarisce quanto poco possano essere di aiuto le “referenze”, visto che non chiariscono cosa una persona sappia fare e neppure come lo sa fare. Ogni persona ha risorse inaspettate e persino le menzogne hanno un valore, in quanto si tratta di sogni interrotti, di progetti incompleti. 

Così non ci sono veramente i cattivi, come non ci sono veramente i buoni, quanto coloro che non sentono e che non vedono. Per questo non è possibile fare piani, dobbiamo accontentarci di cogliere i momenti interpretando la nostra parte, approfittando della fortuna, grande protagonista delle vicende umane.  

Galleggiando su un mare di rifiuti, la famiglia raccontata da Bong Joon Ho vive una vita da sogno, partendo da un incubo ed approdando ad un incubo peggiore. Il salto di casta, ove non vi sia un vero percorso, è impossibile. 

Il vero riscatto è il percorso catartico che porta dagli inferi al risveglio, dall’ignoranza alla risata, dalla menzogna alla voce del padre. Buddismo e psicanalisi nella versione coreana. 

Luigi Rigolio

The Gangster, the Cop, The Devil: ciò che conta sono le domande!

A ben vedere questo poliziesco del coreano Won-Tae Lee non sembra particolarmente innovativo ed in particolare sembra poco utile per la formazione anche perché la violenza si spreca. 

Dal momento però che in tutte le aziende troviamo una “Carta dei Valori Aziendali” appesa tra il Ficus Benjamina e il distributore delle bevande, vale la pena di fermarsi a riflettere sull’enorme distanza che separa la morale, declamata in ogni organizzazione, dall’etica, visibile nei comportamenti.  

Ad una prima lettura il film sembra semplicemente il riuscito incontro tra “le Iene” di Tarantino, “Black Rain” di Ridley Scott e “il Silenzio degli Innocenti” di Jonathan Demme. In particolare da quest’ultimo viene ricavata palesemente ed onestamente la struttura narrativa: il poliziotto stringe un patto con un criminale per arrestarne un altro. 

       La ricerca di Won-Tae Lee fa perno sulla radice del male, ciò che è sottolineato più volte da entrambi i cattivi, che al poliziotto chiedono: “Credi di essere veramente diverso da noi?”. Ciò che sembra essere il vero protagonista è il destino delle persone, che si incarna in un ruolo, ed ogni ruolo ha la sua logica. 

       In questo senso geniale è il Gangster, un tatuato capo-mafia che dispensa ceffoni da Bud Spencer a quelli che non capiscono la situazione. Lui invece è un Leader che sa comportarsi e percepisce immediatamente chi è in fuori gioco. Guarda negli occhi i prepotenti e aiuta i più deboli: alla fermata dell’autobus cede il proprio ombrello alla studentessa che sta prendendo la pioggia. Sequenza dopo sequenza porta gli spettatori dalla propria parte proprio perché fa sempre la cosa appropriata, che non necessariamente è un gesto buono. Ed in effetti quanto contano i cosiddetti valori, quando il poliziotto, pur di raggiungere i propri scopi, stringe un patto con il gangster? 

       Quindi il testo di Won-Tae Lee sull’umanità e sulle organizzazioni ci dice cosa ha veramente un peso, ovvero il destino, le ambizioni personali, la capacità di fare la differenza. Dal passato ereditiamo la nostra missione, nel caso del Demonio è la coazione a fare il male, nel caso del Gangster è un ruolo difficile (“i miei uomini hanno famiglie da mantenere”), nel caso del poliziotto è un ruolo speculare al Gangster ma più facile (“Siete pagati per sparare…”). Una specularità sottolineata in uno dei tanti dialoghi dove il Gangster dice al poliziotto: “Se io non esistessi tu non avresti un lavoro!”. Ma la vera domanda la pone il Diavolo: “Qual è la tua filosofia?” 

Quello che è certo è che l’umanità non si divide in buoni e cattivi, ma tra chi capisce e chi non capisce, tra chi fa le domande e chi non ha le risposte. I valori, per Won-Tae Lee, se ci sono, non si vedono, se si vedono, non ci sono, e se non ci sono, non sono la risposta!  

Luigi Rigolio

CONTAMINAZIONI n° 14 – Serotonina: la provocazione poetica di Michel Houellebecq… Un film “dimenticato” e un film da non dimenticare

Circa sei mesi fa, nel tardo pomeriggio, uscivo da un cinema in una grande città americana… Un autobus bianco di medie dimensioni, con una ventina di persone a bordo, procedeva a velocità sostenuta sul lato opposto della strada e proprio quel movimento tra tanti, chissà perché, per qualche secondo aveva attirato la mia attenzione. 

La panoramica del mio sguardo, da destra a sinistra, ha superato l’autobus fino a soffermarsi su una ragazza in scooter che usciva da una via laterale. Tutto dev’essere durato al massimo tre secondi, incluso il violento impatto. Per una strana combinazione cinetica, invece di essere sbalzata con la moto sul lato della strada, la conducente è finita davanti al veicolo che nonostante la frenata, per inerzia ha continuato ad avanzare per alcuni metri. Ricordo lo schianto parzialmente coperto dal rumore del traffico e il sinistro sobbalzo della massa dell’autobus che passava con le sue venti tonnellate sul corpo inerte della ragazza. 

Consapevole della gravità di quanto avevo appena visto, mi sono allontanato per il disgusto di assistere al morboso accorrere dei curiosi. 

In pochi minuti da ogni direzione sono arrivate almeno cinque auto della polizia a sirene spiegate e subito dopo un’ambulanza. Dalla coda di auto che aveva cominciato a formarsi anche nella direzione in cui mi stavo allontanando, si poteva intuire che l’intera zona era bloccata. 

Più tardi ho cercato su Internet la notizia dell’incidente. Mi ero sentito in dovere di scoprire se la ragazza fosse sopravvissuta… non per curiosità, era come se non mi potessi esimere dal sapere, dall’andare fino in fondo, per l’intersecarsi delle nostre vite a soli venti metri di distanza, nella stessa città, in quella stessa strada, dove infinte casualità ci avevano portato a passare proprio quel giorno, proprio a quell’ora. Speravo in un “lieto fine” ma la ragazza era morta sul colpo. Solo poche ore dopo sulle newsgià era stata pubblicata una fotografia con il nome di una giovane donna di trent’anni, African American. Se fossi rimasto in sala a vedere tutta la sfilza dei titoli di coda non avrei visto l’impatto e la conseguente morte in diretta che ricorderò per il resto della vita… Se lei avesse tardato solo di pochi secondi, per un rallentamento nel suo percorso, per una telefonata ricevuta o per un’incertezza nell’accensione dello scooter, sarebbe ancora viva.

Ogni tanto l’immagine di quell’autobus che travolge il peso effimero e la vita di quella ragazza, mi torna alla mente. 

Con il tempo mi sono accorto di aver completamente dimenticato il resto della giornata, quello che avevo fatto la mattina, dove ero stato a pranzo, chi avevo incontrato… e anche il film. 

Ho provato a concentrarmi per recuperare almeno qualche frammento: niente, un vuoto assoluto, come se lo shockdi quella morte violenta avesse spazzato via tutto. Sentivo un forte disagio, quasi fisico, un senso di dolore per quella morte inutile, per lo speco di una vita dovuta a una disattenzione di pochi centimetri, forse a un freno non revisionato, oppure a qualche dettaglio all’apparenza insignificante che nella combinazione di cause ed effetti è risultato fatale.

Ma ecco che invece, pochi giorni fa, quando per un’associazione del pensiero mi è tornata alla mente la ragazza travolta dall’autobus bianco, mi sono accorto che quella spiacevole sensazione di disagio, di morte, s’erano come dissolti e quello che sentivo era qualcosa di paragonabile a una loro eco lontana. La memoria dell’evento era intatta ma il suo effetto non era più così disturbante.

Mi sono chiesto come mai… Forse per il passare del tempo che lenisce ogni cosa? Come per una delusione d’amore che di primo acchito può far provare un dolore fisico, chiudere lo stomaco, impedire il sonno… ma poi un po’ alla volta i brutti pensieri se ne vanno e torna la normalità.

La risposta è in una sola parola: SEROTONINA.

Nella mia piccola riflessione/indagine mi ero chiesto che cosa fosse cambiato negli ultimi tempi da poter modificare la mia percezione di quell’evento traumatico e l’unica variazione era l’aver iniziato una cura a base di un particolare integratore alimentare su consiglio del Dottor Camillo De Felice, un caro amico farmacista, poeta, straordinario performer, originario di un paese alle falde del Vesuvio… In effetti Pamela, la sua fidanzata, aveva accennato a un possibile “effetto collaterale”, un senso di pace, un lieve distacco dalle cose del mondo, la sensazione che i problemi della vita siano comunque superabili, privi d’importanza e di peso. 

“Pamela, fidanzata di Camillo” (dopo la cura)

Camillo mi ha spiegato che questo integratore alimentare contiene un mix di lipidi estratti dall’Olea Europea e dal Theobroma cacao, che aiutano a regolare la fluidità della membrana dei neuroni. Se la membrana neuronale risulta troppo rigida o troppo fluida, non riesce ad esprimere i recettori su cui va a legarsi la Serotonina, neurotrasmettitore che a livello del sistema nervoso centrale stabilizza l’umore (è comunemente detto “l’ormone del buon umore”). Metaforicamente, la serotonina rappresenta la chiave, il recettore la serratura: più serrature ci sono, più chiavi possono essere inserite e di conseguenza maggiore sarà l’effetto sull’umore. Quindi, una giusta fluidità della membrana, porterà a un maggior numero di recettori che legheranno un maggior numero di molecole di Serotonina.

Pianta di Olea Europea (Ulivo)
Pianta di Theobroma cacao

Questo integratore si chiama “Serobrain”, agisce in modo naturale, non apporta sostanze attive ma ne regola l’utilizzo. 

Il Serobrain contiene la Curcumina che ha azione anti-infiammatoria (i radicali liberi producono infiammazione)… l’Astaxantina e l’alfa-Tocoferolo che sono carotenoidi con azione antiossidante e anti-radicalica, fondamentali per sostenere l’asse intestino-cervello… la L-teanina, che aiuta a ridurre lo stress psico-fisico e facilita le funzioni cognitive. Infine le vitamine E, C, e B6, supportano l’efficienza e le funzioni dei neuroni. Il Serobrain quindi funziona come una specie di antidepressivo naturale che oltre alla sua funzione primaria di mitigare l’infiammazione latente nell’intestino e nel sistema nervoso centrale, contribuisce al buonumore.

La serotonina fu isolata per la prima volta nel 1935 da Vittorio Erspamer, un farmacologo italiano che inizialmente la classificò come un polifenolo. Due anni dopo venne chiamata “enterammina” e solo nel 1948 assunse il nome definitivo di “serotonina”.

Il nostro cervello è un organo estremamente complesso ed è facile capire dai nostri cambiamenti di umore quanto siano inspiegabili molti dei suoi meccanismi. Delle volte ci sentiamo benissimo, in equilibrio con noi stessi, con la sensazione di essere invincibili e pieni di energia… ma altre volte, in condizioni pressoché identiche, ci possiamo sentire molto giù, stanchi di impegnarci, soffocati dalla costrizione di dover agire per continuare a risolvere problemi e fastidi che inevitabilmente si presentano sulla nostra strada.

La serotonina è alla base di diversi psicofarmaci in commercio ma la sua assunzione diretta e “artificiale” (con un dosaggio sufficiente a ottenere l’effetto desiderato) provoca degli effetti collaterali, come ad esempio la perdita di libido, del desiderio sessuale, poiché a differenza di quella naturale, inibisce la sintesi del testosterone. 

Il perché di questa differenza è ignoto.

Tutto ciò è descritto molto bene in “Serotonina” (pubblicato da “La nave di Teseo”) l’ultimo romanzo di Michel Houellebecq, scrittore abituato alle provocazioni di cui in passato avevo letto il folgorate romanzo d’esordio “Particelle elementari” (1999) e poi “Piattaforma” (2001). Mi sono perso “Sottomissione” (2015), un romanzo fantapolitico che ipotizza la vittoria del partito mussulmano alle elezioni presidenziali del 2022 in Francia… ma conto di leggerlo entro la fine dell’estate. 

Comunque… ecco che diciotto anni dopo ho ritrovato Houellebecq in piena forma, alle prese con una trama molto originale, dove il disegno e così imprevedibile, l’artificio è così ben nascosto da sembrare “vita reale”, salvo qualche eccesso che per questo scrittore è inevitabile poiché parte integrante del suo stile. La fidanzata del protagonista per esempio, giapponese e ninfomane (ben oltre “Tokyo decadence”), che non si accontenta delle orge nei club degli scambisti ma dimostra la sua estrema perversione intrattenendosi sessualmente con dei cani, non è specificato se consenzienti. 

Il protagonista della storia è un funzionario del Ministero dell’Agricoltura che ormai possiede un’esperienza e una lucidità tale da saper spiegare senza peli sulla lingua come le politiche europee abbiano dovuto fare delle scelte, discriminando alcune categorie a favore di altre o del “bene comune”, secondo equilibri planetari che inevitabilmente producono delle vittime sacrificali. In questo caso le vittime sono gli allevatori francesi che con le “quote latte”, com’è successo in Italia, sono finiti sul lastrico.

La messa in scena della “rivolta armata” di questa categoria che finisce con una strage è un’estremizzazione di Houellebecq, ma non lontana dalla realtà… lo abbiamo visto di recente anche in Sardegna, dove gli allevatori per protesta hanno rovesciato decine di ettolitri di latte sulle strade piuttosto che accettare un prezzo irrisorio che li porterebbe alla rovina.

La “caduta” del protagonista di questo romanzo a suo modo filosofico, si evolve nel giro di poco più di un anno, da quando si licenzia e inizia a vivere girovagando alla ricerca di un luogo dove poter vegetare, ma sistematicamente gli eventi lo costringono a doversi muovere, e ogni volta la situazione peggiora, il suo isolamento si fa più accerchiante e irreversibile. Il medico che lo assiste nel suo calvario post moderno accerta con sorpresa un altissimo tasso di “cortisolo” nel suo sangue, tale da rischiare di farlo “morire di tristezza” dopo averlo portato all’obesità e alle conseguenze fisiche di una degenerazione senza ritorno. Cerca di convincerlo a ridurre e poi interrompere l’assunzione di serotonina, ma il nostro anti eroe non lo ascolta.

Non riuscendo a ricordare il film spazzato via dallo shock dell’incidente, il mio pensiero va a un film che non potrò mai dimenticare, non perché sia un capolavoro, ma è un film francese molto speciale, tratto da un bellissimo romanzo breve di Antonio Tabucchi, “Notturno indiano”. 

E’ del 1987, diretto da Alain Corneau, un regista interessante, che in questo caso ha scelto la via della fedeltà quasi assoluta al romanzo. Ci sono solo alcune trovate di sceneggiatura che si allontanano del testo originario, ma nella sostanza la storia segue passo passo la trama del libro, utilizzando anche le stesse didascalie che descrivono i luoghi.

Il viaggio del protagonista (interpretato da un delicato e sensibile Jean-Hugues Anglade) alla ricerca del suo amico portoghese Xavier “perso in India”, segue un percorso pianificato che progressivamente si va a modificare adattandosi alle casualità degli incontri, alle tracce, alle notizie frammentarie che riesce a scoprire strada facendo. A Bombay, una prostituta con la quale il suo amico aveva una relazione, gli rivela che negli ultimi tempi era molto cambiato, aveva un serio problema di salute… e poi che era in contatto con una misteriosa “società teosofica” di Madras. Anche lei non ha notizie di Xavier da più di un anno. 

Rossignol, questo e il nome del protagonista della storia, si reca nel più grande ospedale della città, dove non riesce a trovare il suo amico, ma si intrattiene a lungo a parlare con un cardiologo che mentre cerca di aiutarlo nella ricerca tra i padiglioni del gigantesco e labirintico ospedale, gli spiega i paradossi del suo paese… lui stesso può essere considerato una paradosso, avendo studiato cardiologia a Londra, quando in India si muore di tutto ma non di cuore. 

A Madras l’incontro con una specie di guru, o gran maestro che sia della società teosofica, è uno scontro in punta di fioretto tra due culture. Alla fine, forse grazie alla condivisione di un aneddoto sulle ultime parole del grande poeta portoghese Fernando Pessoa, la reticenza è vinta e il misterioso “teosofo” mostra a Rossignol una lettera di Xavier che risale a un anno prima… dove viene svelata una nuova traccia che lo porterà verso la fine del suo viaggio, a Goa.

Il film ha un andamento lento ma avvincente e sorprendete, immerso in un mondo pieno di tangibile spiritualità, dove sembra che nulla accada per caso… dall’incontro con una specie di mostriciattolo, un nano deforme che si rivela essere una veggente, a un compagno di viaggio in un vagone letto che lo sfiora con la sua drammatica vicenda di morte e di vendetta…

La conclusione è poetica e “circolare”. Rossignol ha un’illuminazione e capisce perché non è riuscito a trovare il suo amico da nessuna parte. 

Semplice: ha cambiato nome. Nella lettera alla società teosofica, scritta in inglese, aveva accennato tra le righe di essere diventato “un uccello che canta di notte”… Un usignolo quindi, in francese “rossignol”, come il protagonista della storia… in inglese “Nightingale”… 

Mr Nightingale, ecco chi deve cercare! E’ infatti, come il suo sfuggente amico aveva rubato e tradotto la sua identità, il protagonista della storia comincia a seguire le tracce di Mr Nightingale, che tutti conoscono e rispettano, ma nessuno sembra sapere dove trovarlo, fino a che… ecco finalmente un indizio preciso, strappato con una mancia al cameriere di un vecchio albergo, elegante ma un po’ decadente… 

“Una volta Mr Nightingale era un buon cliente qui… ma ora hanno aperto due nuovi hotel di lusso sul mare e non possiamo più competere.”

Il cameriere gli fa capire in quale dei due alberghi è più probabile che troverà quello che cerca…

In quello splendido hotel sul madre di Goa, Rossignol incontra una giovane donna, una bellissima fotografa francese e senza necessariamente cercare un’avventura, finisce per cenare con lei nel magnifico giardino, sul bordo di una grande piscina. 

Ed è li che Rossignol finalmente intravede Mr Nightingale, il suo amico Xavier, dal lato opposto, nella penombra del lume di candela, oltre il rettangolo d’acqua che li separa. Anche lui è con una donna… La trovata geniale del film è lasciare che il pubblico s’immagini tutto, senza mai indentificare la figura sfuggente di Xavier… ascoltando le parole di Rossignol mentre racconta alla ragazza quello che sta effettivamente accadendo in quel momento, come se fosse la trama di un romanzo che sta cercando di scrivere… 

Alla fine della cena, quando Rossignol chiede il conto, il cameriere gli comunica che un altro cliente dell’albergo ci ha già pensato.

La conclusione della storia coincide con quella dell’ipotetico romanzo e porta il protagonista a capire che, come Xavier non voleva farsi trovare, lui non ha più voglia di cercarlo… e un loro incontro nel mondo reale non avrebbe alcun senso in quelle circostanze. Le vite dei due amici si sfiorano, forse per l’ultima volta: con grazia e discrezione ognuno andrà per la sua strada.

La circolarità del racconto riporta idealmente alle ultime parole pronunciate da Fernando Pessoa prima di morire… 

Fernando Pessoa

“Datemi i miei occhiali!”

Era molto miope e voleva passare dall’altra parte vedendoci meglio possibile, così come Rossignol, forte del cumulo delle esperienze di una vita con il catalizzatore di quel viaggio molto speciale in India, ha trovato un nuovo equilibrio, una “seconda vista”.

Ferdinando Vicentini Orgnani

SIAE

Nastasi e Blandini

SIAE è il nuovo territorio di Salvo Nastasi, l’ex potente ministeriale, dove incrocia un regnante storico, Blandini, con il quale ha già condiviso molto nel passato. Uniti sono un muro invalicabile e per chiunque sarà difficile penetrare all’interno del sistema SIAE, fatto di diritti, soldi, immobili, gestioni e misteri. Uniti, spalla a spalla, faranno della SIAE l’ultimo fortino dell’era Letta!

Michele Lo Foco

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Il cinema e le associazioni… in libertà

Al Ministero della Cultura (MIBACT) non spira una buona aria: nuovo D.G., legge che non funziona, soldi che non arrivano, burocrazia al massimo. Il cinema è in panne e gli incassi sono ai minimi storici, ma nessuno lo dice, men che meno le associazioni e in particolare Anica. C’è poi APT che ha deciso di far concorrenza ad Anica e si chiama ora APA. Perché limitarsi ai televisivi?

Mario Turetta Direttore generale cinema al MIBACT

Anche l’APA può assoldare chiunque e prendere soldi ovunque: pertanto il cinema è morto ma le associazioni crescono. Evviva.

Michele Lo Foco

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Bettino Craxi, il film

Parte il film su Bettino: Pierfrancesco Favino fa il leader e ci assomiglia davvero, munito del trucco. La Claudia Gerini fa Ania Pieroni che per la verità era molto più bella di lei, ma poi tutti smentiscono: non c’è Ania, non ci sono nomi, ma solo simboli!

Sarà, ma l’impressione è che Saccà, il produttore ex D.G. della Rai, non voglia pagare diritti. Di diritti c’è solo lui, questo è certo.

Michele Lo Foco

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