Veltroni Forever

Ci sono persone , in questa epoca, ma forse in tutte le epoche, di cui la società non riesce a liberarsi : si fanno notare , hanno successo , poi meno , alla fine lasciano e pensi che sia finita così.

Invece no, te le ritrovi che sono rientrate dalla finestra , che risalgono dall’altra parte della collina , senza vergogna : perchè dico senza vergogna? Per la famosa teoria della consapevolezza.

Di che si tratta? La parola vuol dire saper coniugare i concetti in modo da farsi un’idea piu’ o meno esatta di come stanno le cose . Se sono consapevole che il mio successo si e’ esaurito con il termine di una stagione politica , che mi sono ripromesso di occuparmi di volontariato nei paesi disagiati, che sono nate altre istanze e altri personaggi, che la gente ne ha piene le palle (uso il termine tecnico) di vedere il mio viso, ergo mi metto in un angolo a riflettere e a completare il mio ciclo vitale .

Sto  parlando di Veltroni , una volta star politica , poi interprete principale dell’ipocrisia di sinistra al grido di …”ma anche”, ed oggi regista , scrittore , giornalista , tuttologo , moralizzatore ,coscienza .

set del film Bambini in Italia regia di Walter Veltroni

Non passa giorno che non venga annunziata una nuova performance del  nostro uomo dal viso in perenne commozione, e tutte hanno una caratteristica fondamentale: sono tutte finanziate dallo Stato , o da qualcuno che poi si fa finanziare dallo Stato.

Veltroni è una tassa che gli operatori di sinistra , cui lui ha fatto guadagnare miliardi, devono pagare prima o poi , e che condividono con Rai o con qualche festival , indipendentemente dal fatto che il prodotto editoriale veltroniano sia del tutto privo di interesse per il pubblico. A lui è consentito tutto , grazie alla sensibilità che lo contraddistingue, filmati, fiabe, serie, inchieste, lungometraggi, libri….!!! Si ho detto proprio libri !!!!!

Veltroni alla Feltrinelli con Cazzullo per il libro «Quando»

D’altra parte alcuni di coloro che sono stati beneficiati dal politico sono ancora ai vertici delle istituzioni, perche’ come si sa la destra ha il complesso di essere rozza e priva di cultura e pertanto con l’appoggio di Gianni Letta ha preferito allearsi con la sinistra per non avere critiche motivate.

Alemanno era perseguitato da Repubblica e il giornale ha smesso di attaccarlo quando lui ha nominato dove poteva persone di sinistra , tanto non erano quelli gli affari di cui preoccuparsi.

Cosi’ è la vita, e tanto vale armarsi di pazienza e sopportare i Veltroni di turno, ce ne sono altri che gli somigliano abbastanza, pensando che le cose importanti sono altre e che un film scadente, un documentario scadente ,un programma scadente o un lavoro scadente, in Italia non creano  alcuno scandalo ma semplicemente rientrano nella media.

 

Michele Lo Foco

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NOI E GLI AMERICANI

La vera differenza tra noi e gli americani è semplice: per noi l’arte, o quello che consideriamo arte o cultura, è appannaggio di una élite che nella sua assoluta superiorità ritiene di tutelarla indipendentemente dal fatto che sia capita o apprezzata o condivisa.

Questa élite è rappresentata prevalentemente dalla sinistra ideologica, la stessa sinistra che oscura perché è volgare il lato erotico della donna per riservarlo a intime e rare occasioni e che rifiuta qualunque tipo di collaborazione intellettuale con il volgo.

Nanni Moretti in Palombella Rossa

Gli americani invece sono dominati dal denaro, e nulla che non rappresenti un affare suscita la loro attenzione e il loro impegno. Anche il cinema e la cultura sono oggetti di un grande mercato commerciale, anche gli attori sono pedine di un meccanismo speculativo che ha nel pubblico l’unico e vero arbitro, e nulla può intervenire e disturbare questo connubio, nessun interesse pubblico, nessun intellettuale, nessun critico.

Dicono “perché mai dovrei proporre al pubblico uno che nell’ultimo film ha dimostrato di non piacere?”

Dicono anche: “costui o costei, non sappiamo perché, piacciono, e allora ne prendiamo atto.”

Glenn Ford e Rita Hayworth in “Gilda” di Charles Vidor

Qual è pertanto lo spirito con il quale gli americani strutturano le loro opere? L’attore principale certamente deve essere esaltato, mentre l’attrice a latere non deve disturbare l’assoluta attenzione del pubblico verso il protagonista, e pertanto deve essere carina ma non bella, interessante ma non troppo. Nulla vieta però di accostare ai primi due qualche nuovo entrato, per saggiarne le possibilità o il gradimento: così facendo il produttore mette nel suo arco una nuova freccia che potrebbe essere efficace oppure no. Resta il fatto che l’attore, come la storia, devono piacere: da noi no.

Nicole Grimaudo

Se un attore non piace, nel senso che non traina il pubblico verso la sala cinematografica, da noi non è un problema, l’importante è che piaccia alla burocrazia televisiva o all’élite cinematografica festivaliera, perché se poi, come avviene normalmente  il film non fa una lira, la colpa è del destino e il danno lo subiscono i cittadini ed il settore, non gli intellettuali del mondo dello spettacolo, che loro si lo capiscono e lo apprezzano.

Michele Lo Foco

Non avete ancora sentito niente

Sono passati ormai 90 anni da quel 6 ottobre 1927 in cui Al Jolson, corifeo del vaudeville, fece sentire la propria voce nel ruolo del protagonista del film “Il cantante di jazz”. Prima di allora il cinema era muto, nel senso che non parlava, ma non era del tutto silenzioso, infatti è sempre stato accompagnato da musica dal vivo, oppure riprodotta con strumenti come il fonografo. C’erano persino attori che leggevano i dialoghi e riproducevano i rumori.

un kinetoscopio di Edison

Pioniere della sincronizzazione tra immagine e suono fu già Edison che trovò la maniera di far funzionare contemporaneamente il kinetoscopio, la sua invenzione con cui nacquero i nickleodeon theatres,  e il fonografo. Ma il kinetoscopio era un apparecchio ad uso individuale e per far fruire audio ad un pubblico in sala si dovrà attendere almeno fino al 1923 quando Lee DeForest brevettò il “Phonofilm”, la prima pellicola a contenere una traccia audio incisa su una striscia verticale a lato dei fotogrammi.  Segue la Western Electric che nel 1925 inventa il “Vitaphone”, un sistema basato sulla sincronizzazione di una pellicola e dei dischi. L’appena nata società dei fratelli Warner adotta il sistema Vitaphone e il 6 agosto 1926  proietta al pubblico il film di Alan CoslandDon Giovanni e Lucrezia Borgia” . Il sistema funziona, ma il film, girato per il muto e quindi senza dialoghi, presenta giusto la colonna musicale sintonizzata e la cosa non fa certo scalpore.

Al Jolson e May McAvoy

Neppure  “Il cantante di Jazz” presenta dei dialoghi, il lavoro di sceneggiatura non si è ancora adeguato al passo tecnologico, ma in quattro scene è sincronizzata la voce di Al Jolson mentre canta e in una di queste recita le celeberrime parole “You ain’t heard nothing yet” e indubbiamente, prima di quel momento, nessuno spettatore aveva ancora sentito niente di simile durante una proiezione cinematografica.

Gene Kelly in “Cantando sotto la pioggia”

La rivoluzione del sonoro non fu incruenta e molti divi dalla voce gracchiante o dall’eloquio deludente ci lasciarono le penne. I film risulteranno più statici perché i microfoni non sono molto sensibili e nemmeno direzionali, per cui funzionano poco e male, captando tutti i rumori del set. Non c’è la possibilità di avere tracce audio separate da mixare con comodo in studio per cui dialoghi rumori e musiche vanno registrati in contemporanea. Persino il rumore della macchina da presa diventa un problema e deve essere collocata in una cabina insonorizzata che ne limita grandemente in movimenti. Un trauma di tale magnitudo influenzerà per sempre l’industria di Hollywood e ancora nel 1951 Stanley Donen rievoca quel momento girando “Cantando sotto ls pioggia” con Gene Kelly e Lina Lamont, in cui i protagonisti, stelle del muto, si trovano a convertirsi in attori parlanti in corso d’opera mentre girano un film intitolato “Il cavaliere spadaccino”.

Un fotogramma di “Aurora” di Murnau

Il primo film pensato e realizzato peri sonoro sarà nel 1928 “Le luci di New York” di Brian Foy , seguito l’anno successivo dal primo musical cantato, parlato e danzato, “The Broadway Melody” di Henry Beaumont. Ormai il dado è tratto e si moltiplicano i sistemi di sincronizzazione, per cui la Fox adotta un suo stima chiamato “Movietone” molto simile al “Phonofilm” , utilizzato per esempio nella colonna sonora del famoso film di Murnau “Aurora”, anch’esso del 1927. Anche RCA realizza il proprio brevetto che chiama “Photophone” e questo proliferare di standard incompatibili tra di loro spingerà le cinque grandi MGM, Paramount, First National e Producers Distributing Co. a siglare un accordo per la pellicola prodotta dalla Western Electric, mentre il sistema a dischi resisterà sino al 1931 quando la Warner , la prima ad adottarlo, sarà l’ultima costretto ad abbandonarlo.

Entrambi editi e distribuiti da DNA sono disponibili in commercio i DVD de “Il cantante di Jazz”, pubblicato proprio questo mese per celebrare i 90 anni dalla sua uscita, e “Aurora” di Friedrich Wilhelm Murnau.

 

Il mito del Low Budget

I cineasti sono generalmente colti da conati creativi che li inducono a produrre il loro film al di là della ragione e spesso al di la della convenienza. I più pragmatici si concentrano su soggetti che hanno perlomeno le caratteristiche per poter essere realizzati senza ingenti investimenti, ma i più visionari torcono la sceneggiatura sino a quasi spezzarla pur di perseguire il plot che hanno immaginato. La cosa sorprendente è che non vi è garanzia di qualità in alcuno dei due approcci. Una volta separato il grano dalla pula nella miriade di micro produzioni nazionali si trovano cose pregevoli sia nell’uno che nell’altro caso. Purtroppo se ne trovano poche, poiché la bontà di un film riposa in gran parte sull’originalità e, un po’ per ignoranza di chi ricalca in buona fede strade già percorse ed un po’ per l’avidità superficiale di chi vuol replicare i successi altrui, capita che proprio l’elemento di novità sia la materia più rara nelle produzioni indipendenti.

Un’immagine da “The Blair Witch project”

il celeberrimo “The Blair Witch Project”  diedero la stura ad una sequela di imbarazzanti horror girati con telecamera a mano che regalavano un’ora e mezza di noia a chi riuscisse a superare quella sensazione di mal di mare che iniziava già sui titoli di testa. “El Mariachi” di Robert Rodriguez ne costituisce invece l’analogo in chiave pulp dove i trucchi di Loyd Kaufman (quello della Troma per intenderci) sono ampiamente utilizzati per spargere di sangue una trama inesistente.

Roger Croman sul set di “La piccola bottega degli orrori”

Eppure nel passato del cinema ci sono stati eclatanti esempi di film low budget ingenerosamente chiamati B- Movie che sono poi diventati a pieno titolo dei classici della cinematografia di sempre. Un esempio imprescindibile è quello di Roger Corman a cui la scarsità di fondi non ha impedito di realizzare dei classici come “La piccola bottega degli orrori” o film quasi d’avanguardia come “Il serpente di fuoco“. In Italia poi fare distinzioni di budget è una questione di lana caprina poiché il nostro cinema, con poche trascurabili eccezioni, non è certo caratterizzato da grandi mezzi. Ciò non di meno in questo scenario così sparagnino sono sorti autori come Nanni Moretti che con “Ecce Bombo“, girato in 16mm partecipò in concorso al 31° Festival di Cannes, oppure come Davide Manuli che quasi vent’anni or sono girava con poche lire (c’era ancora il vecchio conio) “Girotondo giro intorno al mondo” co prodotto con Gianluca Arcopinto ed omaggiato , giustamente quanto tardivamente, durante i Venice days del l’edizione 2012.

Un’immagine tratta dal film d’esordio di Davide Manuli “Girotondo giro intorno al mondo”

Fare cinema non è solo questione di budget, anche se come in tante altre cose il denaro aiuta, ma è sempre stato soprattutto una questione di idee. Ai fratelli Lumière non difettava certo il soldo, eppure come prima ripresa non pensarono a nulla di meglio che riprendere i dipendenti uscire dalla loro fabbrica. Bisogna poi tener ben presente come le fonti finanziarie non connotano la qualità di un film, per cui i cineasti non dovrebbero presentare la propria opera permettendo che si tratti di un low budget, taluni vantandosene, altri quasi scusandosi, perché il termine di per sé non vuol dire niente. Ci sono solo buoni film e film trascurabili, ché di brutti, forse, in  ultima istanza non ce n’è.

Addio a John Heyman

The Rocky Horror Picture Show” (1975), “Reds” (1981), “Black Rain” (1989), “Awakenings” (1990) e “Edward mani di forbice” (1990) sono alcuni tra i film che forse non avremmo mai visto se John Heyman, classe ’33, non li avesse finanziati. Nativo di Lipisa, in Germania, è morto venerdì sera a New York uno dei più illuminati professionisti dell’industria cinematografica. Aveva fondato negli anni 60 l’agenzia londinese International Artists Agency la quale rappresentava giganti del cinema e della musica del calibro di Elizabeth Taylor, Richard Burton, Michael Caine, Richard Harris, Shirley Bassey e Burt Bacharach.

Heymanm al movie guide awards
Heymanm al movie guide awards

Insieme a Chris Blackwell fondò negli anni 90 la Island World Productions, che produsse o co-finanziò dei blockbuster come “Toy Soldiers” (1991), un azienda talmente di successo che fu poi venduta a Polygram già nel 1994. Fu un professionista brillante ma dai modi discreti, eppur sempre presente attorno ai tavoli che contano in questo strano settore dove i soldi si perdono più facilmente di quanto si guadagnino. Ora che non è più visibile la sua opera continua nei figli Dahlia e David e dobbiamo dedurre che fu anche un maestro esemplare se il figlio figura tra i produttori della saga di Harry Potter.

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Export italiano a Cannes

Da un paese che produce più di 200 film all’anno ci si aspetterebbe un apparato distributivo per le vendite internazionali di un certo livello, rappresentato a Cannes da una presenza evidente sia tra gli stand del Palais du Festival che tra le suite degli hotel e dei palazzi della Croisette, senza magari raggiungere gli eccessi delle feste in villa del sabato sera organizzate dai grandi nomi spesso francesi, ma con una importanza proporzionale alla tradizione del cinema italiano.

agorà

Invece se si eccettuano Minerva Pictures con il suo decoroso e funzionale stand ed il grande stand di RAI COM che con i soldi degli italiani può permettersi uno stand appena più piccolo di IM Global, gli altri sei operatori (sì perché di questi piccoli numeri si sta parlando) si litigano dei box in condominio che non tengono il passo per dimensioni e gusto manco con l’area occupata dalla Fiandre film commission ( con tutto il rispetto per l’istituzione belga).

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Il quadro complessivo è povero e desolato, impressione acuita dai deschi per lo più orfani di buyer e dalle pareti spoglie o al limite ingombre di locandine dai visual caserecci, ormai così poco a la page. E’ così che i film italiani, quelli di qualche interesse commerciale, trovano solitamente residenza presso i grandi distributori francesi come Wild Bunch.

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Non è sempre stato così. E’ vero che francesi e inglesi erano sempre un passo avanti per quantità e dimensioni delle società di distribuzione, ma gli italiani avevano stand individuali e c’era chi come Adriana Chiesa aveva due suites al Carlton. L’ultimo anno è stato forse quello in cui la appena nata (e poi subito chiusa) Lion aveva uno stand sulla corsia principale ed un comodo ufficio dal quale vendere però un unico e non entusiasmante film.

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Segno che la crisi del cinema italiano si riverbera su tutta la filiera. Anche se fanno molto più rumore i pianti degli esercenti e delle case di produzione, non va ignorato il fatto che se un film non ha una circuitazione internazionale finirà per avere un tasso di rendimento per gli investitori minore rispetto a quello di altri paesi europei come Francia, Inghilterra e Spagna. Si viene a formare in questo modo una forbice via via più ampia, che rende sempre meno competitivo il nostro cinema. Il circolo vizioso è evidente: meno profitti, meno investimenti e film girati in sempre maggiore economia. Stranamente non si fanno “meno film”, come sarebbe lecito aspettarsi, magari stando più attenti all’aspetto commerciale ed alla appetibilità internazionale. Ma si sa che l’autore italiano è un artista ed a un’artista non si possono mettere paletti, almeno non intorno.

Un incontro con Marco Maccaferri l’autore di Double arms Andorid Device (D.A.D.)

Finalmente il coraggio di girare un film fuori dal coro in mezzo a un mare di drammi e di commedie. Ci sintetizzi trama e senso del film?
Il film e’ essenzialmente un racconto di formazione che ha al centro una bambina di 8 anni. Nell’arco del film diventa adulta nel momento in cui critica l’operato dei genitori, lanciando loro un segnale di allarme e di disperato aiuto. Abbandona l’universo infantile ed ha bisogno di una guida che stenta a vedere nei propri genitori. E’ in gioco il suo futuro, non vuole cedere all’angoscia per le sue sicurezze che stanno per incrinarsi.

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Nel film si contano ben 21 personaggi, c’è per te un vero protagonista?
Il racconto è stato quasi completamente svuotato di plot narrativo. La bambina cade in un buco scavato in una specie di cava e vive la propria trasformazione accanto a persone a loro volta piombate nello stesso posto. Tutti scappano da un misterioso attacco che ha cancellato le loro identità, un attacco alle loro sicurezze borghesi, un attacco che distrugge rapporti famigliari ed equilibri sociali faticosamente raggiunti.
Un brandello di umanità che pur essendo in una situazione di mistero e pericolo cerca di sopravvivere aspettando che la situazione cambi. Il ritmo della vita odierna in cui non abbiamo più’ tempo o dove il tempo non esiste più, dove parliamo tutti di noi e tra noi senza apparenti pudori, si è improvvisamente annullato ed ha perso significato. La morte ha perso significato. Infatti il rapporto madre e figlia più sviluppato nel racconto è esemplare, con il suicidio della madre sparisce questo ruolo lasciando nel buco tutte donne senza figli o famiglia.
La nostalgia per il passato non c’è più, l’oggi è stato distrutto.
Come hai lavorato con questo elevato numero di attori?
Agli attori ho dato pochissimi appoggi sui personaggi da loro interpretati, non sapevano nulla o quasi su chi fossero, m’interessava vedere un gruppo di persone in una situazione anomala ed estrema senza più legami con la loro identità sociale passata. Poca trama, solo il presente, un cast poco omogeneo e catturato da diverse esperienze lavorative. Gli attori sono il personaggio, ho adattato le caratteristiche della persona/attore al personaggio stesso.

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E’ un film che si può’ definire indipendente?
Il film, prodotto da “L’Isola Produzione” e’ stato girato in 18 giorni, finanziato dal Mibact e dalla Film Commision Lombardia, film indipendente anche se ha avuto una distribuzione ufficiale con Istituto Luce.

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D.A.D. e’ un film che sicuramente definiamo fantasy, sei d’accordo?
La parte centrale di questo film chiaramente metaforico ed onirico è stata girata con inquadrature medio-larghe, soprattutto con il 50 e 35 mm. Questo per rendere efficace la messa in scena corale e per dare un impianto realistico ad una struttura drammaturgica comunque astratta e fantasy. Il prologo ed epilogo, apparentemente più realistici, invece procedono per ellissi e jump-cut.

Marco Maccaferri sul set di D.A.D.
Marco Maccaferri sul set di D.A.D.

Il genere del film è fantasy, sicuramente un genere poco praticato in Italia poiché poco incoraggiato da produttori e distributori e tutto sommato guardato con diffidenza dagli spettatori troppo attratti dai Maestri americani. Io sono un appassionato del genere fantascienza, horror e fantastico in generale, fin da quando da bambino divoravo i racconti della collana ‘Urania’. Ho sempre pensato che il mistero insito nel racconto fantastico spiazzi lo spettatore ed i protagonisti stessi della storia, stravolgendo le loro vite ed i loro sguardi, aprendo al tempo stesso un universo sconosciuto ed affascinante da esplorare. Il film che mi ha illuminato e’ stato ‘Gli uccelli’ di A.Hitchcock, una storia edipica tutto sommato scontata ma folgorata, incoraggiata e risolta dall’apparizione e cambiamento degli uccelli, solitamente innocui ma ora crudeli ed assassini.
Come la vita degli uccelli può cambiare, potrebbe cambiare anche la nostra, no?

Low Budget Indie Film

Gira e rigira, prima o poi molto spesso i filmakers riescono a girare il loro film. E questa è sia una fortuna che una sfortuna allo stesso tempo. Sì perché da questo crogiolo gorgogliante di creatività escono sia i grandi autori di domani, quanto delle sonore boiate che non valgono i 90 minuti impiegati per la visione e che nessuno mai riavrà indietro. Eppure non c’è modo più divertente e veloce per fumarsi una fortuna che produrre un film indipendente. Per coloro che invece vogliono esplorare le rotte di una minima profittabilità è uscito un interessante studio che analizza le performance di 3.000 film usciti tra il 2000 ed il 2015 realizzato da Stephen Follows , analista dell’industria del cinema che ha collaborato con aziende del calibro di Bethesda (mica bruscolini), e Bruce Nash, fondatore della società “The Numbers” (“dove i dati e l’industria del cinema s’incontrano” recita il payoff della company). L’osservatorio contempla solo film a basso budget tra i 500 mila ed i 3 milioni di dollari i quali abbiano generato almeno 10 milioni di dollari di profitti netti per il produttore considerando tutti i canali di sfruttamento (purtroppo sono considerati nel novero anche i proventi del canale ormai scomparso dell’home video e di questo va tenuto conto nella lettura dello studio). Nonostante gli evidenti limiti a calare tale studio nel panorama italiano dove 3 milioni di dollari non sono poi un budget così basso, mentre 10 milioni di dollari rimangono il più delle volte una chimera irraggiungibile, se ne può ricavare un indicazione non trascurabile.

indie

Il genere più profittevole è l’horror, che nonostante il generalmente schifato parere della critica (ha un metascore di appena 65/100) è in vetta al rapporto tra costi e ricavi. La sorpresa è che neppure i fan danno un miglior giudizio sulla qualità media delle produzioni (6,2 su IMDB), ma ugualmente si affollano ai botteghini e fanno (facevano) incetta di DVD. fanalino di coda nelle forme di sfruttamento è ovviamente la TV per le evidenti caratteristiche dei film. Un’intressante eccezione in tal senso è il film “Monsters” in cui i mostri però praticamente non si vedono,  diretto da Gareth Edwards che ha anche scritto la sceneggiatura (probabilmente già sapeva che non avrebbe avuto i soldi per i mostri).

south of the border

Al secondo posto troviamo i documentari. Ebbene sì il rapporto tra costi e ricavi premia il documentario a patto sia incentrato su di un argomento di forte interesse o su un personaggio di grande calibro. Sia la critica che l’audience premia il genere con un punteggio molto alto vicino a 80/100. Sarà l’effetto Michael Moore e anche il costo così contenuto rispetto ad un film da ottimizzare più facilmente il rapporto costi-ricavi, ma il documentario si conferma il miglior investimento dopo l’horror.

7 km

Al terzo posto c’è una mezza sorpresa perché troviamo film incentrati sui buoni sentimenti o di argomento religioso . Affossati generalmente dalla critica (il metascore è un disastroso 26/100) hanno invece una forte base di fan che li fanno prosperare in tutti gli ambiti di sfruttamento, inclusa e soprattutto la TV che apprezza la durata media piuttosto alta, attestandosi attorno ai 110 minuti il che gli consente di coprire sia la prima che la seconda serata . Ottimi esempi di produzioni italiane in questo genere sono “7 km da Gerusalemme” tratto dall’omonimo libro di Pino Farinotti (sì proprio quello del dizionario dei film) e “La Strada Di Paolo” di Salvatore Nocita e con Marcello Mazzarella.

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La medaglia di legno va al dramma d’autore che al pari dei documentari ha il plauso di pubblico e critica, ma una base di audience piuttosto contenuta ed un endemico problema di visibilità che il passaggio negli innumerevoli e pur prestigiosi festival del mondo non riesce a risolvere appieno. Singolari eccezioni sono rappresentate dai drammi che hanno per oggetto un tema di forte attualità come il razzismo, l’intolleranza, la corruzione o la violenza contro le donne. Possiamo citare a buon esempio “Fruitvale Station” di Ryan Coogle o “Arretez Moi” di Jean-Paul Lilienfeld che tra l’altro hanno il triste pregio di non tramontare di interesse sino a che il problema di cui trattano rimane nelle prime pagine della cronaca.

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Salta all’occhio come i grandi assenti siano le commedie, i musical, i thriller ed i film d’azione. Le ragioni sono insite nei generi stessi. Un film d’azione a basso budget è un aporia, sul versante thriller e commedie i stenta a scovare una trama che non sia trita e ritrita, mentre i musical sono da sempre un genere rivolto ad una nicchia troppo contenuta e se poi si aggiunge il limite del basso budget la condanna all’insuccesso è quasi certa. Ma tutto questo accade negli Stati Uniti e rapportandolo all’Italia si dovrebbe rivedere al ribasso la posizione dell’horror ed al rialzo quella delle commedie le quali prosperano facendo leva sulla fabulazione con cui lo spettatore italiano raggiunge una beata quiete rivendendo sempre la stessa commedia, al limite con l’apporto di minime variazioni. Per cui cari filmakers indipendenti, quando metterete in ballo il vostro prossimo progetto, grazie a questo studio, avrete un’altra voce a dirvi: “Vi avevamo avvertito”. Un altro monito di cui beffarsi a cose fatte, comunque siano andate.

 

Tornano i Portokalos

Era l’aprile del 2002 quando in America un film indipendente con una protagonista sconosciuta fu distribuito in sordina in poche sale e finì per essere programmato per quasi un anno e divenne il film indipendente con il maggior numero d’incassi di ogni tempo.
Sono quindi passati ben quattordici anni da “Il Mio Grasso Grosso Matrimonio Greco” e, cosa incredibile, l’intero cast originale torna sugli schermi con un sequel che sfida “Batman contro Superman“.
Il progetto nasce all’origine come spettacolo teatrale, scritto e interpretato dall’ormai e per questo giustamente famosa Nia Vardalos. La commedia andava in scena a Los Angeles dal 1997 e fu dopo aver assistito ad una di queste rappresentazioni che la moglie di Tom Hanks, Rita Wilson anche lei con origini per metà greche, convinse il marito a produrre l’adattamento cinematografico.

Tom Hanks e signora alla prima del film a New York lo scorso 15 marzo

Nia Vardalos, che aveva rifiutato analoghe proposte da major che avrebbero voluto imporre un’ambientazione italiana o ispanica ed una protagonista di grido, accettò incredula la proposta della Playtone, la casa di produzione di Tom Hanks, che acquistò quindi i diritti di adattamento dell’opera teatrale e si presentò alla HBO. La regia fu affidata a Joel Zwick, solido regista televisivo ai tempi noto per le serie “8 sotto un tetto” e “Una bionda per papà” (e quindi presumibilmente pratico nel dirigere set singolarmente “affollati”), mentre la distribuzione cinema andò alla IFC films, piccola ma vitale società che ha il merito di aver portato nelle sale statunitensi molti gioielli della cinematografia come “Frances Ha” di Noah Baumbach  e “Valhalla Rising“.

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Quest’ultima non disponeva di quegli investimenti pubblicitari ciclopici propri della major e quindi basò la strategia di marketing sul passa parola e, cosa non frequente, funzionò benissimo. Anche se non raggiunse mai la posizione di testa delle classifiche, alla fine incassò 241 milioni di dollari, il che lo rende il film indipendente che ha incassato di più negli USA e cosa forse ancor più incredibile Nia Vardalos ebbe la nomination per l’Oscar (come miglior sceneggiatura originale e non come attrice protagonista, che quell’anno andò alla Kidman per “The Hours“), che non vinse battuta però da un ottimo Almòdovar per la sceneggiatura del suo “Parla Con Lei”.
In Italia fu distribuito dalla Nexo con gran successo ai botteghini ed ancora oggi vive in home video come uno tra i DVD che ancora ben presenziano sugli scaffali catalogici.
Difficile che si verifichi ancora un successo così eclatante, ma chi può dirlo? Saranno senz’altro molti coloro che andranno a vedere o rivedere Toula (Nia Vardalos) e tutta la famiglia Portokalos nei cinema.