CONTAMINAZIONI n° 14 – Serotonina: la provocazione poetica di Michel Houellebecq… Un film “dimenticato” e un film da non dimenticare

Circa sei mesi fa, nel tardo pomeriggio, uscivo da un cinema in una grande città americana… Un autobus bianco di medie dimensioni, con una ventina di persone a bordo, procedeva a velocità sostenuta sul lato opposto della strada e proprio quel movimento tra tanti, chissà perché, per qualche secondo aveva attirato la mia attenzione. 

La panoramica del mio sguardo, da destra a sinistra, ha superato l’autobus fino a soffermarsi su una ragazza in scooter che usciva da una via laterale. Tutto dev’essere durato al massimo tre secondi, incluso il violento impatto. Per una strana combinazione cinetica, invece di essere sbalzata con la moto sul lato della strada, la conducente è finita davanti al veicolo che nonostante la frenata, per inerzia ha continuato ad avanzare per alcuni metri. Ricordo lo schianto parzialmente coperto dal rumore del traffico e il sinistro sobbalzo della massa dell’autobus che passava con le sue venti tonnellate sul corpo inerte della ragazza. 

Consapevole della gravità di quanto avevo appena visto, mi sono allontanato per il disgusto di assistere al morboso accorrere dei curiosi. 

In pochi minuti da ogni direzione sono arrivate almeno cinque auto della polizia a sirene spiegate e subito dopo un’ambulanza. Dalla coda di auto che aveva cominciato a formarsi anche nella direzione in cui mi stavo allontanando, si poteva intuire che l’intera zona era bloccata. 

Più tardi ho cercato su Internet la notizia dell’incidente. Mi ero sentito in dovere di scoprire se la ragazza fosse sopravvissuta… non per curiosità, era come se non mi potessi esimere dal sapere, dall’andare fino in fondo, per l’intersecarsi delle nostre vite a soli venti metri di distanza, nella stessa città, in quella stessa strada, dove infinte casualità ci avevano portato a passare proprio quel giorno, proprio a quell’ora. Speravo in un “lieto fine” ma la ragazza era morta sul colpo. Solo poche ore dopo sulle newsgià era stata pubblicata una fotografia con il nome di una giovane donna di trent’anni, African American. Se fossi rimasto in sala a vedere tutta la sfilza dei titoli di coda non avrei visto l’impatto e la conseguente morte in diretta che ricorderò per il resto della vita… Se lei avesse tardato solo di pochi secondi, per un rallentamento nel suo percorso, per una telefonata ricevuta o per un’incertezza nell’accensione dello scooter, sarebbe ancora viva.

Ogni tanto l’immagine di quell’autobus che travolge il peso effimero e la vita di quella ragazza, mi torna alla mente. 

Con il tempo mi sono accorto di aver completamente dimenticato il resto della giornata, quello che avevo fatto la mattina, dove ero stato a pranzo, chi avevo incontrato… e anche il film. 

Ho provato a concentrarmi per recuperare almeno qualche frammento: niente, un vuoto assoluto, come se lo shockdi quella morte violenta avesse spazzato via tutto. Sentivo un forte disagio, quasi fisico, un senso di dolore per quella morte inutile, per lo speco di una vita dovuta a una disattenzione di pochi centimetri, forse a un freno non revisionato, oppure a qualche dettaglio all’apparenza insignificante che nella combinazione di cause ed effetti è risultato fatale.

Ma ecco che invece, pochi giorni fa, quando per un’associazione del pensiero mi è tornata alla mente la ragazza travolta dall’autobus bianco, mi sono accorto che quella spiacevole sensazione di disagio, di morte, s’erano come dissolti e quello che sentivo era qualcosa di paragonabile a una loro eco lontana. La memoria dell’evento era intatta ma il suo effetto non era più così disturbante.

Mi sono chiesto come mai… Forse per il passare del tempo che lenisce ogni cosa? Come per una delusione d’amore che di primo acchito può far provare un dolore fisico, chiudere lo stomaco, impedire il sonno… ma poi un po’ alla volta i brutti pensieri se ne vanno e torna la normalità.

La risposta è in una sola parola: SEROTONINA.

Nella mia piccola riflessione/indagine mi ero chiesto che cosa fosse cambiato negli ultimi tempi da poter modificare la mia percezione di quell’evento traumatico e l’unica variazione era l’aver iniziato una cura a base di un particolare integratore alimentare su consiglio del Dottor Camillo De Felice, un caro amico farmacista, poeta, straordinario performer, originario di un paese alle falde del Vesuvio… In effetti Pamela, la sua fidanzata, aveva accennato a un possibile “effetto collaterale”, un senso di pace, un lieve distacco dalle cose del mondo, la sensazione che i problemi della vita siano comunque superabili, privi d’importanza e di peso. 

“Pamela, fidanzata di Camillo” (dopo la cura)

Camillo mi ha spiegato che questo integratore alimentare contiene un mix di lipidi estratti dall’Olea Europea e dal Theobroma cacao, che aiutano a regolare la fluidità della membrana dei neuroni. Se la membrana neuronale risulta troppo rigida o troppo fluida, non riesce ad esprimere i recettori su cui va a legarsi la Serotonina, neurotrasmettitore che a livello del sistema nervoso centrale stabilizza l’umore (è comunemente detto “l’ormone del buon umore”). Metaforicamente, la serotonina rappresenta la chiave, il recettore la serratura: più serrature ci sono, più chiavi possono essere inserite e di conseguenza maggiore sarà l’effetto sull’umore. Quindi, una giusta fluidità della membrana, porterà a un maggior numero di recettori che legheranno un maggior numero di molecole di Serotonina.

Pianta di Olea Europea (Ulivo)
Pianta di Theobroma cacao

Questo integratore si chiama “Serobrain”, agisce in modo naturale, non apporta sostanze attive ma ne regola l’utilizzo. 

Il Serobrain contiene la Curcumina che ha azione anti-infiammatoria (i radicali liberi producono infiammazione)… l’Astaxantina e l’alfa-Tocoferolo che sono carotenoidi con azione antiossidante e anti-radicalica, fondamentali per sostenere l’asse intestino-cervello… la L-teanina, che aiuta a ridurre lo stress psico-fisico e facilita le funzioni cognitive. Infine le vitamine E, C, e B6, supportano l’efficienza e le funzioni dei neuroni. Il Serobrain quindi funziona come una specie di antidepressivo naturale che oltre alla sua funzione primaria di mitigare l’infiammazione latente nell’intestino e nel sistema nervoso centrale, contribuisce al buonumore.

La serotonina fu isolata per la prima volta nel 1935 da Vittorio Erspamer, un farmacologo italiano che inizialmente la classificò come un polifenolo. Due anni dopo venne chiamata “enterammina” e solo nel 1948 assunse il nome definitivo di “serotonina”.

Il nostro cervello è un organo estremamente complesso ed è facile capire dai nostri cambiamenti di umore quanto siano inspiegabili molti dei suoi meccanismi. Delle volte ci sentiamo benissimo, in equilibrio con noi stessi, con la sensazione di essere invincibili e pieni di energia… ma altre volte, in condizioni pressoché identiche, ci possiamo sentire molto giù, stanchi di impegnarci, soffocati dalla costrizione di dover agire per continuare a risolvere problemi e fastidi che inevitabilmente si presentano sulla nostra strada.

La serotonina è alla base di diversi psicofarmaci in commercio ma la sua assunzione diretta e “artificiale” (con un dosaggio sufficiente a ottenere l’effetto desiderato) provoca degli effetti collaterali, come ad esempio la perdita di libido, del desiderio sessuale, poiché a differenza di quella naturale, inibisce la sintesi del testosterone. 

Il perché di questa differenza è ignoto.

Tutto ciò è descritto molto bene in “Serotonina” (pubblicato da “La nave di Teseo”) l’ultimo romanzo di Michel Houellebecq, scrittore abituato alle provocazioni di cui in passato avevo letto il folgorate romanzo d’esordio “Particelle elementari” (1999) e poi “Piattaforma” (2001). Mi sono perso “Sottomissione” (2015), un romanzo fantapolitico che ipotizza la vittoria del partito mussulmano alle elezioni presidenziali del 2022 in Francia… ma conto di leggerlo entro la fine dell’estate. 

Comunque… ecco che diciotto anni dopo ho ritrovato Houellebecq in piena forma, alle prese con una trama molto originale, dove il disegno e così imprevedibile, l’artificio è così ben nascosto da sembrare “vita reale”, salvo qualche eccesso che per questo scrittore è inevitabile poiché parte integrante del suo stile. La fidanzata del protagonista per esempio, giapponese e ninfomane (ben oltre “Tokyo decadence”), che non si accontenta delle orge nei club degli scambisti ma dimostra la sua estrema perversione intrattenendosi sessualmente con dei cani, non è specificato se consenzienti. 

Il protagonista della storia è un funzionario del Ministero dell’Agricoltura che ormai possiede un’esperienza e una lucidità tale da saper spiegare senza peli sulla lingua come le politiche europee abbiano dovuto fare delle scelte, discriminando alcune categorie a favore di altre o del “bene comune”, secondo equilibri planetari che inevitabilmente producono delle vittime sacrificali. In questo caso le vittime sono gli allevatori francesi che con le “quote latte”, com’è successo in Italia, sono finiti sul lastrico.

La messa in scena della “rivolta armata” di questa categoria che finisce con una strage è un’estremizzazione di Houellebecq, ma non lontana dalla realtà… lo abbiamo visto di recente anche in Sardegna, dove gli allevatori per protesta hanno rovesciato decine di ettolitri di latte sulle strade piuttosto che accettare un prezzo irrisorio che li porterebbe alla rovina.

La “caduta” del protagonista di questo romanzo a suo modo filosofico, si evolve nel giro di poco più di un anno, da quando si licenzia e inizia a vivere girovagando alla ricerca di un luogo dove poter vegetare, ma sistematicamente gli eventi lo costringono a doversi muovere, e ogni volta la situazione peggiora, il suo isolamento si fa più accerchiante e irreversibile. Il medico che lo assiste nel suo calvario post moderno accerta con sorpresa un altissimo tasso di “cortisolo” nel suo sangue, tale da rischiare di farlo “morire di tristezza” dopo averlo portato all’obesità e alle conseguenze fisiche di una degenerazione senza ritorno. Cerca di convincerlo a ridurre e poi interrompere l’assunzione di serotonina, ma il nostro anti eroe non lo ascolta.

Non riuscendo a ricordare il film spazzato via dallo shock dell’incidente, il mio pensiero va a un film che non potrò mai dimenticare, non perché sia un capolavoro, ma è un film francese molto speciale, tratto da un bellissimo romanzo breve di Antonio Tabucchi, “Notturno indiano”. 

E’ del 1987, diretto da Alain Corneau, un regista interessante, che in questo caso ha scelto la via della fedeltà quasi assoluta al romanzo. Ci sono solo alcune trovate di sceneggiatura che si allontanano del testo originario, ma nella sostanza la storia segue passo passo la trama del libro, utilizzando anche le stesse didascalie che descrivono i luoghi.

Il viaggio del protagonista (interpretato da un delicato e sensibile Jean-Hugues Anglade) alla ricerca del suo amico portoghese Xavier “perso in India”, segue un percorso pianificato che progressivamente si va a modificare adattandosi alle casualità degli incontri, alle tracce, alle notizie frammentarie che riesce a scoprire strada facendo. A Bombay, una prostituta con la quale il suo amico aveva una relazione, gli rivela che negli ultimi tempi era molto cambiato, aveva un serio problema di salute… e poi che era in contatto con una misteriosa “società teosofica” di Madras. Anche lei non ha notizie di Xavier da più di un anno. 

Rossignol, questo e il nome del protagonista della storia, si reca nel più grande ospedale della città, dove non riesce a trovare il suo amico, ma si intrattiene a lungo a parlare con un cardiologo che mentre cerca di aiutarlo nella ricerca tra i padiglioni del gigantesco e labirintico ospedale, gli spiega i paradossi del suo paese… lui stesso può essere considerato una paradosso, avendo studiato cardiologia a Londra, quando in India si muore di tutto ma non di cuore. 

A Madras l’incontro con una specie di guru, o gran maestro che sia della società teosofica, è uno scontro in punta di fioretto tra due culture. Alla fine, forse grazie alla condivisione di un aneddoto sulle ultime parole del grande poeta portoghese Fernando Pessoa, la reticenza è vinta e il misterioso “teosofo” mostra a Rossignol una lettera di Xavier che risale a un anno prima… dove viene svelata una nuova traccia che lo porterà verso la fine del suo viaggio, a Goa.

Il film ha un andamento lento ma avvincente e sorprendete, immerso in un mondo pieno di tangibile spiritualità, dove sembra che nulla accada per caso… dall’incontro con una specie di mostriciattolo, un nano deforme che si rivela essere una veggente, a un compagno di viaggio in un vagone letto che lo sfiora con la sua drammatica vicenda di morte e di vendetta…

La conclusione è poetica e “circolare”. Rossignol ha un’illuminazione e capisce perché non è riuscito a trovare il suo amico da nessuna parte. 

Semplice: ha cambiato nome. Nella lettera alla società teosofica, scritta in inglese, aveva accennato tra le righe di essere diventato “un uccello che canta di notte”… Un usignolo quindi, in francese “rossignol”, come il protagonista della storia… in inglese “Nightingale”… 

Mr Nightingale, ecco chi deve cercare! E’ infatti, come il suo sfuggente amico aveva rubato e tradotto la sua identità, il protagonista della storia comincia a seguire le tracce di Mr Nightingale, che tutti conoscono e rispettano, ma nessuno sembra sapere dove trovarlo, fino a che… ecco finalmente un indizio preciso, strappato con una mancia al cameriere di un vecchio albergo, elegante ma un po’ decadente… 

“Una volta Mr Nightingale era un buon cliente qui… ma ora hanno aperto due nuovi hotel di lusso sul mare e non possiamo più competere.”

Il cameriere gli fa capire in quale dei due alberghi è più probabile che troverà quello che cerca…

In quello splendido hotel sul madre di Goa, Rossignol incontra una giovane donna, una bellissima fotografa francese e senza necessariamente cercare un’avventura, finisce per cenare con lei nel magnifico giardino, sul bordo di una grande piscina. 

Ed è li che Rossignol finalmente intravede Mr Nightingale, il suo amico Xavier, dal lato opposto, nella penombra del lume di candela, oltre il rettangolo d’acqua che li separa. Anche lui è con una donna… La trovata geniale del film è lasciare che il pubblico s’immagini tutto, senza mai indentificare la figura sfuggente di Xavier… ascoltando le parole di Rossignol mentre racconta alla ragazza quello che sta effettivamente accadendo in quel momento, come se fosse la trama di un romanzo che sta cercando di scrivere… 

Alla fine della cena, quando Rossignol chiede il conto, il cameriere gli comunica che un altro cliente dell’albergo ci ha già pensato.

La conclusione della storia coincide con quella dell’ipotetico romanzo e porta il protagonista a capire che, come Xavier non voleva farsi trovare, lui non ha più voglia di cercarlo… e un loro incontro nel mondo reale non avrebbe alcun senso in quelle circostanze. Le vite dei due amici si sfiorano, forse per l’ultima volta: con grazia e discrezione ognuno andrà per la sua strada.

La circolarità del racconto riporta idealmente alle ultime parole pronunciate da Fernando Pessoa prima di morire… 

Fernando Pessoa

“Datemi i miei occhiali!”

Era molto miope e voleva passare dall’altra parte vedendoci meglio possibile, così come Rossignol, forte del cumulo delle esperienze di una vita con il catalizzatore di quel viaggio molto speciale in India, ha trovato un nuovo equilibrio, una “seconda vista”.

Ferdinando Vicentini Orgnani

Il Marito Paziente

Sergio Livio Nigri

Il Marito Paziente” è l’ultima opera di Sergio Livio Nigri, pseudonimo di Arrigo Lampugnani Nigri e parteciperà alla 72^ edizione del premio Strega, promosso dalla Fondazione Maria e Goffredo Bellonci e Liquore Strega. Gli Amici della domenica, il gruppo storico della giuria del premio, ha segnalato 41 libri che sono stati pubblicati tra il 1° aprile dell’anno precedente e il 30 marzo di quest’anno. Ora toccherà al comitato presieduto da da Melania G. Mazzucco selezionare l’ambita dozzina tra cui sarà eletto il vincitore dell’edizione 2018.

Il poeta e scrittore Paolo Ruffilli

Il libro è edito da la Biblioteca dei Leoni in seno alla collana di narrativa curata da Paolo Ruffilli. Sono migliaia i titoli che escono in Italia ogni anno ed essere in lizza per un premio così prestigioso è un risultato tutt’altro che banale già di per sé, ma come se non bastasse il libro di Nigri è stato proposto al comitato del premio Strega dal poeta e critico letterario  Maurizio Cucchi, un padrino eccellente la cui autorevole attenzione costituisce un importante riconoscimento per qualsiasi autore.

Il poeta e critico letterario Maurizio Cucchi

Dal comunicato ufficiale del premio Strega l’opera è presentata come”… un romanzo di non comune raffinatezza stilistica, che tratta con eleganza il tema di un complesso rapporto amoroso tra un professore e una più giovane donna, lungo un percorso quarantennale.”

Noi l’abbiamo letto divorandolo e dobbiamo dire che è poco invidiabile la condizione di chi conosce la filosofia. Conoscere tutte le risposte non assolve dal non essersi posti le domande giuste al momento opportuno. Kafka in uno dei suoi racconti (forse in “Una gita in montagna” ma potremmo sbagliarci) fa dire al protagonista che avrebbe voluto trovare quel unico errore originario da cui è dipeso tutto quanto. Sono quelle riflessioni che si fanno quando non ci piace dove siamo giunti e Giovanni, il protagonista del libro, se la pone troppo tardi. Il lettore invece vede subito quella crepa che renderà fragile l’edificio. Basta aver vissuto un poco per sapere che le cose della vita, soprattutto le relazioni, finiscono così come sono iniziate: le persone non cambiano con gli anni. Caso mai peggiorano.

Giovanni s’innamora di una sua ex allieva che lo raggiunge a Rimini nonostante lei fosse già sposata. Serena s’innamora di un uomo colto e maturo, amante del bello e strutturalmente sempre distante. Il dramma è già scritto. Chi legge assiste al dipanarsi dell’inevitabile, sempre in bilico tra farsa e tragedia. Ciascuno dei protagonisti si lagna di ciò che dell’altro era evidente sin dall’inizio. Come se la vita fosse un toboga e non si potesse scegliere nessuna direzione.

E’ un romanzo scritto con un caleidoscopio stilistico affatto originale eppure conserva una narrazione dal sapore ottocentesco.  E’ una storia che spinge a schierarsi. Come nei romanzi di Flaubert, Dumas, Cechov o Dickens sorgono simpatie ed antipatie e non ci si può esimere dal giudizio. Dei personaggi tratteggiati se ne ricava irritazione, affetto, comprensione e financo dell’indulgenza. Sono personaggi vividi, quasi fossero biografici. L’impianto autoreferenziale è matematicamente diabolico (d’altro canto Sant’Agostino ci aveva messo in guardia): il professore colto e amante del bello che è innamorato della donna infedele che ama gli uomini colti e amanti del bello. E’ una battaglia che non si può vincere, al limite si può forse pareggiare, ma a costo di essere pazienti e da pazienti divenire infine ammalati, sì ma di solitudine.

Eppure Giovanni lo sapeva, lo aveva sempre saputo:

Infatti non mai questo si può costringere con la violenza: che esistano le cose che non sono.” (Parmenide)

Un concetto mai abbastanza ripetuto.

Corrado Parigi

Supeterroni Family

Normalmente da un libro nasce un film o una serie televisiva, questa è la prima volta che succede il contrario, per cui grazie ad Amazon Giancarlo Busacca ha deciso di scrivere questa sua avventura. Benvenuti a “Superterroni Family“, il primo esperimento di reality scritto, anziché ripreso dalle telecamere, anche perché non ce lo possiamo permettere. Uno di noi, ovvero io, starà seduto in un angolo di una famiglia campione e annoterà tutti i dialoghi e quanto succede. La famiglia campione che seguiremo è la famiglia Scapissi.
Ma andiamo per ordine, siamo in Sicilia a San Giuseppe All’Ummira, quasi trecento abitanti, in provincia di Catania, Messina e forse anche Palermo. È il paese dei numeri uno: un sindaco, un parroco, un farmacista, un medico, un bar, un macellaio, un fruttivendolo, una banca, una chiesa, una scuola, un vigile, una piazza.

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La famiglia Scapissi è composta da Cosimo Scapissi, il capofamiglia, di professione muratore, grande e instancabile lavoratore… grande lavoratore… lavoratore e basta, si ritiene un grande conquistatore di donne e grande amatore, come potete capire in questo campo la modestia non è il suo forte, sinceramente mi sembra una cosa comune a tutti gli uomini. La moglie invece lo definisce un amatore mondiale, nel senso che a letto funziona ogni quattro anni, come i mondiali di calcio. La moglie si chiama Immacolata Sottolano, secondo il marito è la donna dalle misure perfette 140 x 140, centoquaranta centimetri di altezza per centoquaranta chili di peso. Poi c’è la figlia Fiamma, due i suoi punti di forza: la bruttezza e un’alitosi da guinnes. Infine Tromba Daria, la domestica di famiglia, l’unica persona al mondo pagata per fare la domestica non dal datore di lavoro, ma dalla famiglia di appartenenza; la femminilità non è il suo forte, con una innaturale predisposizione nel conoscere gli uomini biblicamente. Gli altri li conoscerete strada facendo. Motto della famiglia è “la scuola è obbligatoria, l’ignoranza è facoltativa” e dell’ignoranza ne hanno fatto un punto di forza.

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CONTAMINAZIONI n° 3 – THY FATHER’S CHAIR – Il silenzio abitato delle case

Tra le infinite connessioni spontanee che il nostro cervello continua a proporci, ogni tanto qualcosa ci commuove, come un linguaggio intimo e familiare che ci parla, perché fa parte della nostra vita o è radicato nel nostro passato. Quando uno di questi “pensieri evocativi” viene improvvisamente a galla, ci sembra per un attimo di leggere un significato profondo in quella che magari è una semplice associazione semantica, mnemonica o logistica. Un documentario piuttosto sorprendente di Antonio Tibaldi e Alex Lora mi ha ricollegato all’istante al “suono” di un libro di Marcello Fois :”Thy father’s chair… Il silenzio abitato delle case“. Antonio è nato in Australia, la terra di sua madre, ma è cresciuto tra un collegio in Svizzera e Milano. Ha continuato i suoi studi di cinema in California, a CalArts. Ha sposato un’americana, Allison, incontrata in aereo, e da una trentina d’anni vive con lei a New York. Due figli.

Il regista Antonio Tibaldi
Il regista Antonio Tibaldi

Il suo primo lungometraggio autobiografico, “On my own” del 1991, una co-produzione Italia, Canada e Australia (con Judy Davis nel ruolo ispirato a sua madre), è stato prodotto da uno dei grandi del panorama italiano d’allora, Leo Pescarolo. Ci siamo conosciuti a Roma nel 1989 quando Antonio era venuto in Italia a mostrare i suoi primi lavori, bellissimi, realizzati in California.

Lo scrittore Marcello Fois
Lo scrittore Marcello Fois

Marcello è nato a Nuoro, nel cuore della Sardegna… la terra che ha raccontato e continua a raccontare nella maggior parte della sua prolifica produzione letteraria. Vive a Bologna dal tempo dell’università, dove ha sposato Paola. Anche loro hanno due figli.

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Il suo primo folgorante romanzo, “Ferro Recente”, è stato pubblicato nel 1992 da “Granata Press”, la storica casa editrice di Luigi Bernardi, riedito poi da Einaudi tascabili nel 1999, l’anno in cui ci siamo conosciuti: era il 7 di agosto; lo so perché la data è riportata nella dedica sulla mia copia del libro.

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“Thy Father’s Chair” nasce da una casualità.

Un’impresa di pulizie di New York decide di realizzare un video promozionale, per celebrare la propria serietà ed efficienza. L’occasione è un intervento molto particolare al primo piano di una palazzina proprietà di Avraham e Nehemiah, due fratelli gemelli, ebrei. Entrambi soffrono della medesima patologia che è l’estremizzazione della comune tendenza che noi tutti abbiamo ad accumulare oggetti e ricordi, con l’idea di poter trattenere qualcosa di significativo del nostro passato per traghettarlo verso il nostro incerto futuro… ma qui, questa tendenza ha raggiunto un livello impensabile e ci troviamo di fronte a due veri e propri “collezionisti di spazzatura”. Avraham e Nehemiah sono terrorizzati dalla prospettiva di perdere quei mille frammenti delle loro vite, come se rappresentassero qualcosa di fondamentale mentre a noi risultano insignificanti. A questa montagna infinita di cose inutili, spesso inutilizzabili, si aggiungono resti di cibo e rifiuti di ogni tipo, che hanno attirato miriadi di scarafaggi e altri insetti. Questi ospiti indesiderati hanno costituto vere e proprio colonie dentro i materassi: la casa ne è infestata, l’odore insopportabile. Gli inquilini del piano di sopra, dal cui affitto dipende la sopravvivenza dei due gemelli, si rifiutano di pagare fino a che la situazione non tornerà alla normalità. Anche al secondo piano, l’odore che sale dal basso è terribile e la presenza degli scarafaggi ormai fuori controllo. Grazie a questo necessario ricatto, quando i soldi in banca stanno per finire ecco che arriva la difficile ma inevitabile decisione di fare pulizia chiamando una ditta specializzata.

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Antonio ha colto al volo l’opportunità, intuendo che in questa condizione estrema ci fossero tutti gli elementi per raccontare una storia molto particolare che avrebbe fatto emergere in modo inedito alcune caratteristiche della natura umana, qui rappresentata dai due fratelli e dal loro mondo di solitudine e degrado, intrappolati da una patologia che ha costruito un muro attorno alle loro vite. Sì è così offerto di realizzare il breve video promozionale con un budget irrisorio pur di ottenere il premesso di montare, con lo stesso materiale, anche un film, in totale libertà. I due gemelli hanno accettato l’accordo, visto lo sconto notevole che l’impresa gli avrebbe fatto in cambio della possibilità di rendere pubblica la pulizia della loro casa. Per ognuno quindi, vantaggi in cambio di concessioni.

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Il silenzio abitato delle case” è una raccolta di racconti. E’ il secondo libro di Marcello che ho letto, poco dopo averlo incontrato, per cui i miei ricordi sono vaghi. L’ho cercato dappertutto ma non sono riuscito a trovarlo. Poi ho smesso di cercare e mi sono affidato all’eco che mi è rimasta in testa… credo sia più giusto così, in questa circostanza di richiami e connessioni evocative. Il racconto che mi ricordo meglio è quello ispirato all’attore francese protagonista del film “La battaglia di Algeri” di Gillo Pontecorvo, uno dei gradi film della storia del cinema. Jean Martin (è il suo vero nome) era l’unico attore professionista scelto dal regista, che invece per tutti gli altri ruoli scelse interpreti presi “dalla strada”.

Jean Martin nel ruolo del col Mathieu nel film "La Battaglia di Algeri"
Jean Martin nel ruolo del col Mathieu nel film “La Battaglia di Algeri”

Forse me lo ricordo meglio degli altri perché ho avuto modo di conoscere Pontecorvo quando era direttore della Mostra del Cinema di Venezia e questa connessione deve aver creato un aggancio che conferma le regole dell’arte della memoria. Nel film, il tenente colonnello Philippe Mathieu, arriva ad Algeri per applicare la sua ferrea metodologia repressiva quando la situazione con i partigiani algerini si fa critica. Nonostante i successi dell’ufficiale, il film suggerisce che la forza di volontà del popolo algerino è destinata a vincere contro l’ingiustizia e l’insensatezza del colonialismo. Nel racconto inventato da Marcello viene costruito un curioso parallelo tra l’inflessibile colonnello francese e il suo acerrimo nemico, rappresentato da un giovane algerino del Fronte di Liberazione Nazionale, in cui l’odio tra i due protagonisti sullo schermo si traduce, nella vita privata, in una storia d’amore omosessuale. Mi pare che un altro dei racconti sia la storia di due sorelle che s’incontrano nell’appartamento che apparteneva al padre, morto di recente. Come per i due gemelli di New York, lo spirito del genitore aleggia tra le mura dell’appartamento. A questo punto però mi è venuto qualche dubbio e ho telefonato a Marcello che era in vacanza in Sardegna sul golfo di Orosei. Anch’io stavo per partire per la Sardegna per andare a trovare dei cari amici dalle parti di Cagliari, Tonino a Maria Antonietta Marongiu. Lui è stato in Africa per metà della sua vita, come ambasciatore delle Comunità Europea… adesso è in pensione. Entrambi hanno un’infinità di storie bellissime da raccontare. Ho spiegato a Marcello che non riuscivo a trovare il libro… che mi servivano un po’ d’informazioni per scriverne.

“Ma quanti sono i racconti…?”

“Saranno sette o otto, non mi ricordo…”

“Ho provato a telefonare a Feltrinelli ma mi hanno detto che è fuori catalogo.”

“Eh, sì. Avevo parlato con Einaudi per ripubblicarlo. Si vedrà.”

“Sono passati più di quindici anni… Mi ricordo poco. C’era il racconto sull’attore della battaglia di Algeri…”

“Ma no, quello è uno dei racconti di Gente del Libro!”

“Mh, ho fatto confusione… Edizione Marcos y Marcos, quello con la copertina arancione?”

“No, quello è Picta! Gente del libro è blu.”

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“Ah… Però c’è il racconto delle due sorelle che s’incontrano nella casa del padre…”.

“No! Quello è L’importanza dei luoghi comuni.”

“Beh, ho sbagliato tutto allora…”

“Ma no, dai… Hai solo messo insieme un po’ di cose. Il silenzio abitato delle case è il titolo di un quadro di Matisse… C’era il racconto del padre che chiude in casa la figlia tossica… e… ”

“E poi…?”

“Poi… Eh, non mi ricordo niente… Ormai faccio confusione tra le varie raccolte… Ce n’era uno che era ambientato in un carcere… ma non mi ricordo se è un racconto di Nulla o di Picta.”

“Senti… Sarò a Cagliari dai Marongiu da sabato a lunedì…”

“Ah, bene…! Lunedì devo proprio venire a Cagliari. A che ora riparti?”

“Con l’ultimo volo, verso le nove di sera.”

“Cerchiamo di vederci allora…”

“Dai… Ti chiamo lunedì mattina. Cerca di arrivare in tempo.”

“Se hai bisogno del libro sarò e Bologna dal venti e posso fatti delle fotocopie…”

Poi gli ho raccontato qualcosa del film di Antonio e delle coordinate che vedevo nella “contaminazione” con il suo libro… per quanto il ricordo che ne avevo si fosse dimostrato ancor più che vago. Nella prima parte del film di Antonio c’è solo Avraham, Nehemiah non è presente. Il capo dell’impresa di pulizie insiste, e finalmente riesce parlargli al telefono poiché c’è la necessità di sbarazzarsi di una quantità di cose, molte delle quali appartengono a lui e quindi è il caso che ritorni subito a se vuole che sia fatta una selezione. “Altrimenti buttiamo via tutto…” è la minaccia.

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Dapprima c’è un rifiuto persino ad affrontare l’argomento. Preoccupato Avraham interviene: “Non parlargli così… Non lo spaventare!” Nehemiah, che vive altrove, era ignaro che la temuta pulizia fosse già iniziata. Finalmente si presenta, e per un attimo ci fa sembrare Avraham quasi normale. Nei sette capitoli del film si procede con l’impresa titanica della pulizia della casa, giorno dopo giorno, mentre si definiscono i ruoli e si chiariscono le posizioni tra i “soccorritori” e i gemelli, che piano piano si convincono di aver bisogno di quell’aiuto. Pur mantenendo una cauta distanza, a un certo punto comincia a esserci un po’ di fiducia e, da parte di entrambi, ognuno a suo modo, inizia un’ambigua volontà collaborativa con gli invasori.

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Ci sono dei momenti nel film in cui Antonio, che stava facendo le riprese protetto da una tuta di plastica, segue uno dei fratelli mentre si aggira per la casa, alla ricerca di qualche oggetto “fondamentale” da salvare. C’è un senso di disperazione e disorientamento per la possibile perdita di chissà quali tesori: un vecchio vestito della madre, un mucchio di scarpe spaiate, un amplificatore ancestrale, alcune vecchie tastiere di computer. Nehemiah si arrabbia perché la dispensa, piena ci cibi scaduti, è stata svuotata… ma poi, rassegnato, forzando la sua stessa volontà, si dimostra persino collaborativo nell’impresa di svuotare gli orrori contenuti nel frigorifero. A poco a poco la casa, grazie al lavoro indefesso dei cinque operai, comincia ad avere un aspetto normale. L’immagine del poster, dove sul fondo Avraham siede sulla poltrona che era stata di suo padre (da cui il titolo), mi ha fatto pensare ancora al libro di Marcello. L’idea che lo spazio protetto di una casa sia un silenzio abitato, dove la presenza umana porta i suoi drammi, le sue speranze, le sue patologie… ed è come se le mura assimilassero tutto, modellandosi attorno a questo sistema complesso. I due fratelli hanno un candore straordinario che emerge dal loro disagio. Il loro timore è quasi commovente e pur essendo due esseri in qualche modo mostruosi, è difficile non provare affetto per loro. Le braccia di Avraham sono coperte dalle punture degli insetti che hanno invaso la casa e molti dei particolari di quel degrado possono fare ribrezzo, ma ecco che nei dialoghi con il capo dell’impresa di pulizie ci sono momenti di grande poesia, quando la natura umana, se pure così differente e in condizioni di estremo disagio, ci mostra comunque un lato solidale, dove l’etica del rispetto prevale su qualsiasi differenza. C’è un momento in cui Nehemiah ammette il suo problema con l’alcool, e vuota un bicchiere con la mano tremante, vittima di una doppia “addiction”, l’accumulo incontrollabile di oggetti e la dipendenza dal vino.

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Thy Father’s chair” è un film che percorre un filo invisibile, sempre teso, dove non sembra accadere nulla di così importante, e invece, ecco che i piccoli movimenti tellurici nell’anima dei personaggi condizionano i “massini sistemi”, così, nel silenzio abitato della loro casa, come in un romanzo, ma scritto con la macchina da presa. L’appuntamento di lunedì con Marcello non c’è stato, troppe le variabili da coordinare, e poi la distanza tra casa Marongiu a Flumini e Orosei è di 230 km circa (passando per la strada statale 131). Tonino aveva invitato anche Marcello a pranzo, a mangiare il “porceddu”, ed era pronto ad aprire una preziosa bottiglia di Turriga (Cantine Argiolas) del 1995, per uno scrittore che rende onore alla Sardegna nel mondo… ma anche in mio onore: poi non l’abbiamo aperta e Tonino me l’ha regalata. Il porceddu al forno, cucinato da Maria Antonietta, con la cotenna croccante al punto giusto e un contorno di melanzane, era sublime.

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La confusione incrociata dei ricordi, miei e di Marcello, i racconti che vagano cercando una loro identità tra un titolo e l’atro come tasselli di un puzzle scolorito ma intriso della vita pulsante dei personaggi, l’incontro mancato, la bottiglia non stappata… hanno creato un casuale e perfetto contrappunto con l’indagine poetica e antropologica del film di Antonio, in un filo ideale teso tra le due isole, Manhattan e la Sardegna.

Ferdinando Vicentini Orgnani

Ferdinando Vicentini Orgnani