BERLINALE 74 – Commenti e riflessioni

La distopia e la famiglia disfunzionale alla Berlinale 74.

Un fil rouge continua ad attraversare i vari festival cinematografici, quello di presentare film sviluppati secondo le tematiche della distopia e della fuga dalla realtà: famiglie disfunzionali, mondi distopici e proiezioni lontane nel tempo sia passato sia futuro.
In pieno cinema postmoderno, da una parte salta il concetto di tempo e spazio tradizionale per essere sostituito da continui backward e forward in mondi paralleli, dall’altra saltano i generi cinematografici evidenziati per un singolo film (spesso generi diversi vengono individuati per un unico film)-

Lo sconcerto dello spettatore non è altro che lo sconcerto dell’umanità da una parte verso un mondo che è sempre più arricchito da ricerche e innovazioni scientifiche divulgative e da mezzi di comunicazione sempre più sofisticati, dall’altra da nefandezze totali antiche e indistruttibili come le guerre e i delitti contro l’umanità e gli ambienti (flora e fauna in primis e non ultimo il clima).
Oggi il cinema riflette la realtà.
Non mancano esempi importanti di denuncia sociale e politica che si accompagnano sempre a festival cinematografici come nel caso della Berlinale.

 

 

Pia Larocchi e Serena Pasinetti

Peterloo

Il titolo dell’ultimo film di Micke Leigh è un a crasi tra le località di Peterfield ed il celebre luogo dove si svolse la battaglia di Waterloo. Ed è proprio durante la battaglia durante la quale l’inglese duca di Wellington  sconfisse Napoleone che inizia il film con l’inquadratura di un frastornato trombettiere che vaga sul campo di battaglia tra fumo, fragore di armi da fuoco, urla e morti. Presagio del finale che non è un mistero per chiunque conosca la storia del massacro di Peterfield, quando la cavalleria del re caricò la folla riunitasi a Manchester il 16 Agosto del 1819  per ascoltare il comizio del radicale Henry Hunt (Rory Kinnear).

Rory Kinnear

Il film approfondisce il quadro sociale dell’epoca, i personaggi storici e le dinamiche che portarono a quell’eccidio e lo fa con una fotografia che richiama i quadri dei ritrattisti dell’ottocento inglese (già apprezzata nel suo premiato “Turner” con Timothy Spall), unica concessione all’immagine che per il resto rimane relegata in secondo piano rispetto alla parola. D’altronde è un film sull’oratoria e gli “speech” dei giudici, come degli agitatori, piuttosto che dell’elite politica dell’epoca sono lo strumento attraverso cui lo spettatore misura le distanze tra gli strati sociali e la profondità dell’indigenza del proletariato.

Mike Leigh in sala dopo la proiezione a Venezia

E’ una denuncia della mentalità mercantilista dell’era industriale e dei suoi nefandi effetti, attuali ancora oggi. Pure il protezionismo è messo all’indice. All’epoca di quei fatti il protezionismo fu applicato dalla Corona alla produzione di grano inglese contro le importazioni dalle americhe e dal continente, sebbene inteso come incentivo alla produzione nazionale, divenne invece, a causa di una carestia, la causa di un rialzo vertiginoso dei prezzi che affamò i poveri spingendoli a rivendicazioni non sempre pacifiche.

Il mercantilismo sfrenato, la sperequazione, lo sfruttamento e la condizione abbietta dei lavoratori, la sordità dei ceti abbienti, la stolida burocrazia delle istituzioni, sono tutti mali ancora operanti di cui Leigh ci vuole parlare rimandandoci ad un ricordo più che centenario, per ricordarci che hanno radici solide e lontane ben lungi dall’essere state completamente estirpate. C’è un chiaro parallelismo tra il lavoratore e il fantaccino, entrambi irrilevanti per chi comanda ed ininfluenti quando vagano soli in mezzo al loro campo di battaglia, sia esso Waterloo o la fabbrica. Solo l’unione e la solidarietà, inseriti in un contesto pacifico ma determinato, paiono essere la via da percorrere per una società più inclusiva. Ma nel finale ci viene ricordato come ogni guerra ha le sue battaglie ed ogni battaglia, anche quelle sociali, ha i suoi morti.

 

Minnesota Fez

Amiche di sangue, la violenza repressa dell’upper class statunitense

Connecticut, dove ogni casa ha un campo da tennis e i purosangue sono i migliori amici delle bambine.
Amanda e Lily sono state amiche d’infanzia, ma non adesso; no, non più da quando la prima ha “ridotto in quel modo” il povero Honeymooner.
Ultima estate prima del college: la madre di Amanda riesce a convincere Lily a farle da tutor, nonostante i disturbi del comportamento della figlia. Nei caldi pomeriggi del New England, le ragazze passano il tempo a studiare e a guardare vecchi film. Ma c’è qualcosa che rende Lily insofferente, che non le permette di godersi villa e piscina. Il nuovo marito della madre, infatti, non perde occasione per renderle la vita un inferno. E se esistesse una soluzione rapida al suo problema? Un omicidio forse…

Olivia Cooke ed Anya Taylor Joy con Cory FInley sul set del film

Un demone si è impossessato dell’upper-classamericana. È sempre stato là, dormiente, a riposare sotto la superficie di un mondo patinato, dietro l’ipocrisia sfacciata dell’1% ricco del paese. Un demone con più nomi – violenza, follia (“What Richard did” di Lenny Abrahamson; 2012) -, muto, in attesa. In attesa che gli Stati Uniti tornassero “di nuovo grandi”, che il cinema a stelle e strisce trovasse il coraggio, o forse il pretesto, per rappresentare la ferocia insita nell’animo di quell’elettorato borghese che ha trascinato Trump alla Casa Bianca. Prima il razzismo eugenetico di “Scappa Get out” di Jordan Peele (2017), poi il senso di colpa sanguinario de “L’uccisione del cervo sacro” di Yorgos Lanthimos (2018), ora “Amiche di sangue”, sorprendente opera prima di Cory Finley.

Circoscrivendo il racconto ad un singolo ambiente (l’enorme villa), il regista statunitense assembla, sequenza dopo sequenza, un thriller psicologico inquietante – come la bellezza delle due giovani protagoniste (Anya Taylor-Joy e Olivia Cooke) – che (di)mostra come l’ordine apparente dell’universo WASP –  “American Psycho” di Mary Harron (2000) – nasconda in realtà una violenza cieca, una rabbia barbara repressa che se scatenata cresce incontrollata, fino ad esplodere in gesti di efferata brutalità.
Per mettere in scena questa mania, l’azione deve essere rallentata – si veda l’incipit -, la narrazione decelerare; più il ritmo si distende, però, più la tensione si rafforza. Esemplare, in tal senso, la scena dell’assassinio: un piano-sequenza di due minuti dove la morte del patrigno è confinata nel fuori campo.

Anya Taylor-Joy

Per celare la propria crudeltà, la famiglia borghese di “Amiche di sangue” – i “thoroughbred” del titolo originale – indossa la maschera del perbenismo; una maschera “purificante” – la sequenza nella Spa – con cui eliminare le impurità dell’organismo (sociale) – come Tim, lo spacciatore (ultima interpretazione del compianto Anton Yelchin). In questo mondo, frustrazione e rabbia sono gli unici sentimenti possibili. Per gli altri non c’è più posto, se non nei ricordi o nei sogni, come quelli di Amanda, dove mandrie di cavalli selvaggi galoppano sui resti di una civiltà in rovina… la nostra.

Alessio Romagnoli

Un paese di imbecilli

Quale forma di oscuro malessere si è impossessato della società italiana che non riesce più a reagire alle innumerevoli idiozie che le vengono propinate giornalmente dalla pubblicità e dalla politica? Queste due scienze, che hanno in comune la “p” e la radice polis, che vuol dire città, collettività, ed estensivamente quello che riguarda il pubblico, sono in qualche modo la misura del livello di capacità intellettiva della gente cui sono destinate, nel senso che l’offerta pubblicitaria e politica viene graduata in relazione alla capacità di accoglimento delle persone. Pertanto più il livello è ritenuto basso, modesto, tanto più l’offerta sarà semplice, di immediato apprendimento, volutamente  stupida fino ad essere idiota.

Di conseguenza ascoltando i messaggi inviati ai cittadini, al pubblico, si può captare quanta considerazione abbiano gli operatori dei settori del loro target di riferimento.

Orbene esaminiamo alcuni di questi messaggi:

Automobili: le industrie vogliono piazzare sul mercato quel genere di vetture chiamate SUV, che sono più o meno tutte uguali, forma a melanzana, alte, tondeggianti. La parola d’ordine è libertà e sterrato: gli italiani corrono in campagna, su strade lunghissime, si arrampicano sulle montagne, competono con cowboy a cavallo, sfiorano il mare. Gli italiani salgono su un automobile gialla, orrenda, e i palazzi si girano, le donne impazziscono, e loro si sentono i più figaccioni della città. Tutto sbagliato, tutto falso, in realtà nessuno li guarda, le donne vomitano, e il massimo della asperità è un marciapiede sul quale posteggiare.

Eppure, se guardi negli occhi ottusi uno che ha appena comprato un Suv, gli leggi l’orgoglio della superiorità. Così gli shampoo, che non servono assolutamente a nulla, ma che ti trasformano la vita, così gli integratori, che potenziano le possibilità, così gli yogurt che ti fanno andare in bagno, altrimenti ti gonfi come un pallone, così la famosa cura per la prostata, con una moglie che ti guarda come tu fossi un imbecille, simile all’altra moglie che vuole sapere se hai applicato gli sconti al supermercato altrimenti si incavola.

Un delirio che assomiglia a quello politico, nel quale chi ha fiato emette una sequela di stupidaggini che farebbero impallidire un disegnatore di fumetti, e le destina al suo pubblico,  sapendo  che la povera massaia si accontenta del poliziotto di quartiere o della fantomatica pensione, tanto dopo c’è tempo per ritrattare.

Il gregge va dove dice il pastore, ed i cani controllano che nessuna pecora esca dalla fila.

Ecco noi siamo il gruppone, e pochi pastori dotati di bastone e di cani ci guidano verso i pascolo, ed intanto scelgono quale pecora sacrificare il giorno dopo.

 

Noi siamo quelli del Suv, della prostata, dello yogurt, della banca amica, e della pensione raddoppiata, della sicurezza per le strade, della ecologia, della Europa felice, del lavoro garantito, dei giovani che crescono, della scuola per tutti e della sanità finalmente adeguata. Detto diversamente noi siamo gli imbecilli cui la pubblicità e la politica si rivolgono per vendere prodotti. Nessuno ci parla dell’abisso del debito pubblico, della BCE che tra un po’ non comprerà più i titoli di Stato, dell’America con il suo dollaro debole che tra un po’ ci schiaccerà, della Germania che ci ha già triturato. L’economia, quella vera, non è argomento affrontabile con gli imbecilli, tanto vale non affrontarlo per niente! Così ci troveremo senza sedia prima che il sole tramonti, e la colpa sarà nostra, ovviamente.

 

Michele Lo Foco

I Figli Di Papà

Ci deve essere un elemento comune nel fatto incontestabile che a capo, o comunque in posizione apicale, di strutture audiovisive nazionali ci siano i figli di personalità politiche o istituzionali di grande importanza.

Qual è questo elemento comune?

Le ipotesi sono molteplici, e vanno da quelle molto negative a quelle leggermente positive: partiamo dalle prime. Sembrerebbe connaturato con l’animus di “padre” quello che il figlio possa vivere comodamente in un ambiente di generica leggerezza come lo spettacolo, piuttosto che inserito in un mondo di lupi, di trappole e di lavoro a testa bassa. In questa versione il figlio è un elemento passivo, di non particolare acume né di grande personalità, che viene di conseguenza “ricoverato” laddove la concorrenza è di facile aggiramento e il lavoro di nessuna sostanza pratica, e detto diversamente, dove sbagliare non porta ad alcuna conseguenza.

Altra ipotesi è quella che per una persona illustre è molto più facile spedire il figlio in RAI o in una televisione piuttosto che farlo diventare professore universitario, in quanto nel primo caso non serve una preparazione specifica, mentre nel secondo qualcosa bisogna pur saper scrivere. La televisione è una grande chioccia che accoglie nel suo tepore ogni genere di mentalità ed ogni forma di ignoranza, perché anche quest’ultima può essere utile per capire cosa gradiscono gli ignoranti.

In televisione non si butta nulla, né la buccia né la polpa, esistono strade aperte, strade tortuose, angoletti riparati, soste invisibili, piazzole di scambio, il tutto condito da retorica, creatività, belle donne e begli attori, occasioni vacanziere, mancanza di controllo ed altro.

Chi si accorge se un dirigente televisivo non va a lavorare? Nessuno, e nessuno come un dirigente televisivo può curarsi il raffreddore a casa per una settimana. Solo un dirigente RAI ha il potere di disdire l’appuntamento un’ora dopo la sua scadenza senza che il povero interlocutore vada a bastonarlo, e di fissarne uno nuovo a un mese, dopo il festival del caso e l’ennesimo viaggio di fondamentale importanza.

C’è poi, al di sotto, l’elemento “risultato”: se in un lavoro normale sbagliare vuol dire creare danni ed averne nocumento, in televisione ciò non avviene, si possono confezionare le peggiori pecionate, si può distruggere una intera programmazione che la colpa non è mai del dirigente, ma del caso, dell’ambiente, della concorrenza, del tempo e persino dell’eccesso di bravura.

Ipotesi leggermente positiva è invece quella che il personaggio illustre abbia notato che suo figlio fin da bambino aveva tendenze artistiche, era un visionario, aveva allucinazioni nelle quali Pippo Baudo era un mago dotato di poteri soprannaturali e la De Filippi la strega cattiva. In questo caso il lavoro nella fiction o nei cartoni animati può essere sembrato al genitore potente connaturato con le predisposizioni del pargolo, al punto da piazzarlo prima possibile nell’ambito che gli è congeniale.

Resta il fatto da cui abbiamo iniziato la nostra breve riflessione, e cioè che le persone normali, che hanno figli normali, sperano che costoro divengano notai o dottori, o semplicemente che trovino un lavoro, mentre i politici e i potenti, che hanno figli privilegiati, prenotano immediatamente per loro un posto televisivo, tanto – soprattutto dopo il contratto a Fazio – tutto è possibile.

 

Michele Lo foco

Dalla trascendenza al “Grande fratello”

Lungo e burrascoso è stato il confronto prevalentemente filosofico tra spirito e corpo, tra il dualismo immaginato da Platone e definito da Cartesio e la reductio ad unum di Hegel, poi pienamente  definita dalla fenomenologia di Husserl, di Heidegger, di Sartre.

Statua di Platone

I greci non avevano nemmeno una parola per definire il corpo animato ma solo per quello inanimato, cadaverico, soma, mentre i filosofi presocratici si sforzavano di trovare l’elemento vivificatore comune, l’aria, il fuoco, l’apeiron, la materia alla base di tutte le materie.

Sigmund Freud

Da tanti nobili studiosi, con una discesa che ha del portentoso, dalla rivalutazione dell’uomo come elemento unico base di tutte le sensazioni, dalla analisi degli effetti e delle concause, dal portentoso inconscio di Freud siamo giunti all’osservazione minuziosa e morbosa degli atteggiamenti giornalieri, minuto per minuto, di persone chiuse in una gabbia, che si esprimono tra di loro o da sole, in bagno, a letto, in salotto, come l’istinto le porta ad agire.

Valeria MArini concorrente de Il Grande Fratello VIP

Abbiamo abbandonato l’anima per il dito nel naso, per il ferro da stiro, per la grattata del sedere, per il succhiotto sul collo, elementi questi che vengono catapultati nella società tramite internet e la televisione come vitali, fondamentali e nevralgici.

Carmen Russo al Grande Fratello VIP

La fenomenologia è la fenomenologia della miseria umana: a questo è giunta l’analisi al microscopio dell’uomo e della donna, ove il corpo non è il percettore delle sensazioni ma il tessuto sul quale incidere schifezze, il metro della mascolinità o della femminilità e la psiche, l’anima, la coscienza sono stati sostituiti dalla paraculaggine e dal successo mediatico.

Matteo Renzi a La 7

Non esiste più il “cogito ergo sum” ma solo l’ “appaio ergo sum” o “mi spoglio ergo sum” o peggio ancora il “ti frego ergo sum” come massima espressione della partecipazione attiva alla società capitalistica della nuova sinistra e comunque della nuova politica, quella che utilizza i media per le cosiddette ospitate, espressione meschina per indicare che ogni due per tre ci troviamo Renzi o qualche capobastone in prima serata che ci spiega come si deve pensare, come ci si evolve e come si amministra una nazione.

Loredana Cannata in una scena del film “La Donna Lupo” Di Aurelio Grimaldi

Il corpo, quell’elemento nobile che ha la caratteristica primaria di essere noi e fuori di noi, di rappresentarci e di connetterci con l’esterno, da elemento che ci consente di “esserci” nel mondo, nella storia, è oggi l’insieme di parti che singolarmente vengono utilizzate per la propria riconoscibilità: la bocca, il sedere, le gambe, ovviamente i seni. Non c’è stato un passaggio lento e simbolico, ma una caduta precipitosa verso quel corpo “morseillé” diceva Lacan, a pezzi che illustra quel poco che significhiamo in un ambiente che non ha più cultura.

 

Michele Lo Foco