Julia (Julia Jentsch), Tobias (Felix Kramer) e la loro figlia tredicenne Marielle (Laeni Geiseler) vivono in una gelida borghese atmosfera familiare.
In seguito a uno schiaffo violento ricevuto sulla guancia, la giovane ragazza, come se avesse acquisito capacità telepatiche, comincia a vedere e sentire tutto quello che i genitori fanno e dicono. La scoperta porta madre e padre a situazioni imbarazzanti, le verità vengono a galla, i rapporti si sgretolano e le conseguenze sono devastanti.
Lo schiaffo, che dà il titolo al film in italiano, è la metafora di una porta che si apre, anzi si squarcia, per aprire dei contatti reali all’interno di una famiglia. Assistiamo, come spettatori, a una vera e propria seduta psicoanalitica di gruppo. I tre che vivono rapporti gelidi in casa e anche fuori nel loro ambiente scolastico o lavorativo, si lasciano andare, si scoprono usando il linguaggio per narrare segreti, bugie, verità parziali o compiute.
Vediamo e sentiamo, guardando il film, con gli occhi e le orecchie di Marielle.
L’originalità del film sta nell’indirizzare il voyeurismo dello spettatore in situazioni diverse, guardando e ascoltando da varie angolature, in un cortocircuito senza via d’uscita, mettendo sullo stesso piano parole e immagini. Ed è Marielle, la preadolescente, che ha addosso il peso di due genitori che non sono cresciuti e che lei in qualche modo deve cercare di far uscire dalla loro immaturità.
Purtroppo, nella seconda parte del film si perde questa ricerca dello svelamento con le parole: il regista sembra puntare più sulle immagini.
Inoltre, il film tocca altre problematiche come quella dei rapporti genitori figli, dei rapporti di lavoro, rimanendo però in superficie. La pellicola prende una piega tradizionale con un finale prevedibile.
Bravi gli interpreti nel rendere questi ruoli complessi di iniziale freddezza, per poi sciogliersi nel tentativo di riavvicinarsi in modo nuovo.
In concorso alla Berlinale 2024.

Serena Pasinetti